martedì 22 gennaio 2013

Una pittura ritrovata, una storia: Jacopo Ligozzi e Sant'Andrea in Percussina


Occhi e mani curiose trovano una vecchia tela annerita riposta dietro un armadio della canonica. Una crosta coperta di polvere solidificata e ferita da vari buchi. Un parroco un giorno decise di disfarsene e la nascose, ma la curiosità della sorella del parroco di oggi redime quel vecchio errore di chissà quanti anni fa. Gli esperti la esaminano: è opera di pregio, conviene approfondire. Ed ecco la conferma attestata dalla firma rinvenuta in basso, scritta in maiuscolo sulla borraccia ai piedi di San Francesco: Iacopo Ligozzi faceva 1612.
La tela fu rinvenuta diversi anni fa nella Chiesa di Sant'Andrea in Percussina, borgo alle porte di San Casciano in Val di Pesa. A due passi c'è l'osteria dove Niccolò Machiavelli, in esilio nella sua villa lì di fronte, ogni giorno dopo il sobrio pranzo andava ad “ingaglioffarsi” con un mugnaio, un beccaio e due fornaciai giocando a tric e trac “e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano“, come dice lui stesso nella lettera all'amico Francesco Vettori, per l'appunto cinquecento anni fa (Dicembre 1513; la tela del Ligozzi ancora non c'era, e neppure c'era ancora il Ligozzi, ma la chiesa sì, lì a due passi. Ma è da dubitare che messer Niccolò vi mettesse piede).
Il lungo restauro effettuato con risorse reperite dalla parrocchia si è concluso ed ecco la tela che ti rapisce con i suoi colori brillanti e decisi. Colpisce il contorno, perché il cuore del quadro apparentemente manca. Al centro una sottile croce, quasi stilizzata, in alto due angeli, uno per lato, e, in basso, San Francesco a sinistra e San Gerolamo a destra, col cappello cardinalizio abbandonato per terra. Sullo sfondo, appare una chiesetta su uno sperone roccioso, un po' più in basso una villa con una torretta; poi un paese in lontananza entro l'orizzonte chiuso da una catena più montuosa che collinare. E al centro? La croce, sì: ma quella che affiora dalla tela non è che l'alveo al quale era destinato un vero e proprio crocifisso, una scultura lignea che doveva esservi in origine applicata sopra e che è andata perduta. La scultura sul quadro non c'è più. Tuttavia la collocazione del vecchio crocifisso della chiesa - spostato, per far posto alla tela, dalla parete dell'altare maggiore ed appeso ora all'arco che divide il presbiterio dalla navata - sovviene alla mancanza, ne è anzi la proiezione per il visitatore che entra in chiesa (senza contare l'ombra che quel crocifisso, con le luci alle spalle, proietta di sé sulle pareti laterali della navata: effetto – forse non voluto, o forse sì – di grande suggestione).
Il valore artistico dell'opera del Ligozzi è ben descritto nel volumetto curato da Nicoletta Matteuzzi per l'editore Betti “Jacopo Ligozzi 1612. La scoperta ed il restauro di un'opera 'insigne' a Sant'Andrea in Percussina” (Siena, 2012 – collana Fili di perle). Coloro che amano l'arte anche a prescindere da una competenza specifica e quindi anche solo come apprezzamento per la bellezza comunque essa si esprima, troveranno appagamento nella contemplazione della ritrovata tela, che attrae e sé l'attenzione del visitatore e se la tiene avvinta, lo spinge a scandagliare l'insieme del dipinto nella sua mistica espressività e nei particolari, compresi quelli più profani dello sfondo.
Jacopo Ligozzi, veronese, fu un artista che giunse a Firenze, alla corte di Francesco I, nella seconda metà del cinquecento e nei suoi numerosi anni fiorentini (morì quasi ottantenne nel 1626) ebbe modo di assolvere anche a committenze private, tra le quali vi fu anche questa contemplazione della Croce.
Riferisce Nicoletta Matteuzzi nel citato volumetto che committente fu la famiglia fiorentina Michelozzi, la quale possedeva la villa – un tempo anch'essa di proprietà dei Machiavelli – che si incontra salendo la strada degli Scopeti prima di giungere a Sant'Andrea (villa chiamata, nel tempo, Vallassi, Fenzi, Bandini ed ora sede di una comunità religiosa orientaleggiante). La tela sarebbe stata commissionata per l'oratorio della villa ed in seguito avrebbe subito varie peregrinazioni, sempre in zona, fino ad andare a nascondersi dietro l'armadio della canonica di Sant'Andrea in Percussina. Poiché, come dice il Carocci (“Il Comune di San Casciano in Val di Pesa - A. Forni Editore), la villa già dei Michelozzi passò ai Pucci nel 1715 e questa famiglia molto la abbellì edificandovi anche una cappella, può darsi che il primo spostamento della tela sia stato in loco, dall'oratorio dei Michelozzi alla cappella dei Pucci. Non sono stati invece riscontrati elementi che possano far pensare ad una collocazione dell'opera nelle chiese della zona: Sant'Andrea in Percussina e Santa Maria a Casavecchia. Si dovrebbe quindi pensare che la tela un certo giorno sia stata fatta sloggiare dalla villa Michelozzi-Pucci-Fenzi per essere consegnata all'ignaro parroco pro-tempore di Sant'Andrea, il quale, avendo già occupate le pareti della Chiesa, l'abbia riposta dietro un armadio. Improbabile, certo. Forse studi più approfonditi ci diranno che l'opera del Ligozzi è stata un tempo proprio dove ora è stata ricollocata, oppure nella vicinissima Chiesa di Santa Maria a Casavecchia; qui però più difficilmente, perché l'altare maggiore già dalla metà del cinquecento e fino a pochi anni fa era occupato dalla grande pala invetriata di stile robbiano ora conservata presso il Museo d'arte sacra di San Casciano. Ma perché escludere che la tela fosse già stata nella chiesa di Sant'Andrea? Il Carocci (op. cit.) nel descrivere la chiesa ai suoi tempi, ci riferisce che “Ai tre altari sono delle pitture del XVII secolo” (anche la tela del Ligozzi è del XVII secolo) e poi: ”Più importante e degna di particolare osservazione è la tavola  dell'altare a destra che raffigura la Presentazione al tempio e che rammenta la maniera di Alessandro Allori”. Allori: artista fiorentino di poco più anziano del Ligozzi, morto nel 1607. Il Carocci non citava – perchè le riteneva meno importanti - le altre due pitture, anch'esse del XVII secolo, quella sopra l'altare maggiore (che non c'è più) e quella sopra l'altare di sinistra. Invece la "Presentazione" è ancora al suo posto, sull'altare di destra. Forse ciò è dovuto al fatto che Alessandro Allori è artista che anche all'epoca del Carocci - che scriveva sul finire dell'ottocento - godeva  di maggior fama rispetto al Ligozzi. Nel libretto della Matteuzzi si dice che la tela sull'altare principale rappresentava Sant'Andrea, mentre ancora oggi vediamo sull'altare a sinistra un affresco ormai sbiadito ed incompleto che raffigura San Pietro martire e Sant'Antonio da Padova. La presenza di queste tre pitture trova riscontro nelle ricognizioni effettuate in occasione delle visite pastorali del 1833 e del 1914, citate dall'autrice. Questi riferimenti, se confermati, escluderebbero quindi una presenza della tela del Ligozzi dopo il 1833 e prima del 1914.  Però, perché escludere a priori che la tela del Ligozzi fosse stata collocata nella Chiesa di Sant'Andrea dopo il 1914, e poi rimossa? O che vi fosse stata prima del 1833 per essere poi sostituita - messa dietro l'armadio -  con una di quelle viste ma non descritte dal Carocci a fine ottocento? Del resto una pittura di quelle dimensioni difficilmente poteva trovar posto in piccoli oratori o in residenze private. Ed è ancor più difficile che l'opera fosse pervenuta alla Chiesa di Sant'Andrea (dove indubitabilmente è giunta, visto che vi è stata ritrovata) solo per essere subito nascosta dietro un armadio. Lo stesso attuale parroco di Sant'Andrea – don Andrea Bigalli, fratello della scopritrice – nella sua prefazione al libretto della Matteuzzi, parla di una ricollocazione “in quella che presumibilmente è la sua collocazione originaria”.

Anche il paesaggio dello sfondo si presta ad interessanti analisi, logistiche più che artistiche. E' evidente che la chiesetta che sta appollaiata sul picco roccioso è quella di Santa Maria a Casavecchia (da una decina d'anni chiusa al culto). Infatti l'immagine raffigurata dal Ligozzi corrisponde quasi perfettamente alla costruzione attuale, salvo il contorno superiore della facciata, ora più semplice. Per il resto è tutto uguale: il campanile a vela, la canonica sul fianco sinistro, la struttura complessiva, il rapporto delle dimensioni. La villa che si vede in basso tra la base della croce e il mantello di San Gerolamo potrebbe essere, secondo Nicoletta Matteuzzi, la stessa villa dei Michelozzi (ora Villa Vrindavna), anche se non ne ricorda la struttura (del resto fu successivamente abbellita dai Pucci). Però, sulla tela, l'ubicazione rispetto alla chiesa non corrisponderebbe a quella reale. In effetti capita spesso che la collocazione pittorica di parti del territorio non rispetti la realtà e che queste parti – anche quando sono reali - vadano piuttosto a “decorare” uno sfondo nel rispetto soltanto dei criteri artistici dell'autore. Tuttavia, una villa alle spalle della Chiesa di Casavecchia è tutt'oggi per l'appunto lì, oltrepassata la strada principale, e non è quella dei Michelozzi. Infatti, proprio di fronte allo stradello che viene da Casavecchia si inizia un vialino che conduce – in linea retta rispetto alla chiesetta – proprio all'attuale villa Casavecchia. Questa costruzione attuale effettivamente non appare molto simile a quella raffigurata dal Ligozzi, ma nella sua parte più antica e nascosta conserva ancora una torretta che potrebbe essere quella che si vede sulla tela. Non è quindi improbabile, per la corrispondenza logistica ed il richiamo della torretta, che il Ligozzi abbia proprio raffigurato Villa Casavecchia alle spalle della Chiesa di Santa Maria a Casavecchia. Per le dimensioni, non sarebbe però da escludere del tutto che si trattasse invece della grande costruzione che si erge tra Spedaletto e Sant'Andrea, sulla destra andando verso Firenze (nell'interno, di fronte all'incrocio di via degli Scopeti con la strada per Faltignano), anche se la prospettiva rispetto a Casavecchia in questo caso sarebbe invertita. La vista di questa villa dal poggio del Salceto, a Montecapri, in effetti ricorda abbastanza quella della tela.
Il paese che si intravede sotto le braccia di San Francesco e a sinistra della Chiesa potrebbe essere San Casciano, se si rispetta la realtà geografica e la posizione del campanile della chiesa (l'attuale propositura) rispetto al vicino Cassero, tuttora esistente. Più difficile, invece, che si tratti di Sant'Andrea in Percussina (potrebbe esserlo solo in omaggio ai committenti), sia per l'estensione, sia per l'ubicazione rispetto a Casavecchia. Se è vera la prima ipotesi (San Casciano) il ponticello che si vede in basso potrebbe essere quello dei Falciani, che è per l'appunto davanti ed in basso rispetto all'attuale facciata della chiesa, che guarda la valle della Greve. Nell'ipotesi che il paese sia Sant'Andrea, allora il ponte sarebbe quello degli Scopeti , come suggerisce la Matteuzzi (però a geografia invertita).
Più intrigante è un altro elemento dello sfondo. Lo sperone roccioso che il Ligozzi raffigura sotto il gomito destro di San Gerolamo non appartiene al paesaggio di quella zona, caratterizzato da colline di più dolce andamento. Se lo si guarda bene, quel picco può ricordare il sasso della Verna che, secondo alcuni, fu raffigurato nella Cappella Sistina  da Michelangelo per lo sfondo della scena di Adamo che, sollevandosi da una roccia, riceve la vita dal tocco di Dio. Qui forse si lavora troppo di fantasia, ma non è irrilevante considerare che il Ligozzi era stato attivo in Casentino - ed anche a Bibbiena, a due passi dalla Verna francescana - pochi anni prima di realizzare la tela per i Michelozzi, la quale, oltre a San Gerolamo, raffigura proprio San Francesco.  

La “Contemplazione della Croce di San Francesco e San Girolamo” restaurato per volontà e a spese della parrocchia di Sant'Andrea in Percussina da “L'Atelier snc”, è stata restituita alla popolazione l'11 dicembre 2012 da Don Andrea Bigalli alla presenza dell'Arcivescovo di Firenze Cardinale Giuseppe Betori, in una chiesa gremita nonostante il piovigginoso martedì invernale.

"La contemplazione della Croce" sulla copertina del volume di Nicoletta Matteuzzi  - Ed. Betti Siena

Michelangelo Buonarroti - Particolare dalla Cappella Sistina - Sullo sfondo, la Verna

La Verna

venerdì 11 gennaio 2013

Servizio pubblico?

L'evento televisivo della settimana si è quindi consumato. Berlusconi ospite unico a Servizio Pubblico di Santoro, nella tana del nemico. E' forte la tentazione di occuparsi d'altro, ma è forte anche quella di assistere ad un evento inatteso.
Come era facile immaginare, era più fondata la prima tentazione. E' stata, come quasi sempre accade in questo tipo di programmi, la trasmissione del nulla, nella quale non si parla di nulla perché nulla si sa. I "fatti" (i muratori che non arrivano alla fine del mese; l'imprenditrice veneta che attacca le banche e l'euro) restano lì appesi come cammei: lo scopo della trasmissione è ben altro. Ma le due ragazze, solitamente agguerrite ed implacabili quando il nemico è lontano, spuntano le loro armi quando se lo trovano davanti, in  carne ed ossa, a pochi metri di distanza. Non sembrano aver timore di lui, sembrano piuttosto sconcertate nel vedere  di fronte a sé un uomo e non l'entità astratta che forse finora avevano immaginato e combattuto. Partono tese ed incerte, poi rapidamente ammutoliscono ed escono di scena. Il prode Travaglio è pungente nei contenuti, ma anche lui timido ed emozionato nel tono. Appare molto più cortese di quando parla di Berlusconi in assenza di Berlusconi.
Il succo finale pare quello di una stanca rappresentazione teatrale alla millesima replica, nella quale il vecchio trombone sfiatato ed imbellettato e l'ex guitto ormai senescente - patetico l'uno e patetico  l'altro - recitano un copione fritto e rifritto, presi sul serio solo dalle comparse e  da una platea felice di non sapere nulla e di non venire informata su nulla, perché così può serenamente rintanarsi a cullare i propri odi ed i propri amori, le proprie certezze e le proprie nostalgie.
Resta un dubbio: chi dei due è il capocomico?

Un'esemplare espressione di cretinismo manicheo. Uno spettacolo avvilente per gli attori e per gli spettatori.

mercoledì 26 dicembre 2012

L'abilità tattica di Monti

Subito dopo la conferenza stampa di Monti del 23 dicembre, molti commentatori hanno posto l'accento sull'attacco a Berlusconi e alcuni di essi hanno enfatizzato - chi con compiacimento, chi con polemica o con sarcasmi - il supposto “occhiolino” strizzato al PD.
Si può invece pensare che l'attuale premier, con la sua conferenza, abbia messo in mostra una capacità tattica in campo politico della quale pochi finora gli facevano credito. Egli si appresta ad essere competitore di Bersani e di Berlusconi. Ha un problema di spazio elettorale da conquistare: il vecchio centro dell'UDC è ormai rinsecchito e screditato, anche per la poca voglia di rinnovarsi; il nuovo centro pare ancora un germoglio al quale manchi il terreno per attecchire. Invece, sul centrodestra (che nel 2008 ebbe circa il 47% dei consensi) c'è una folla di elettori delusi dal berlusconismo i quali però pagherebbero oro pur di trovare il modo di far deragliare una seconda volta la “gioiosa macchina da guerra” del centrosinistra, il quale come nel 1994 si sente sicuro vincitore tanto da voler far credere che le prossime elezioni siano una mera formalità: si potrebbe anche non farle ed attribuire subito al PD quel 36% annunciato da D'Alema alla trasmissione  di Fazio e, con un'applicazione a tavolino della legge elettorale, dare d'autorità  a PD-SEL il 55% dei seggi parlamentari. E tutti a casa, felici di aver risparmiato un mucchio di soldi.
Se invece, con un inutile spreco,  le elezioni si dovessero tenere ugualmente nonostante vi sia già un vincitore autoproclamatosi,  Monti forse immagina  (se D'Alema si distrae un attimo) che, dei molti berlusconiani del 2008, alcuni andranno con Grillo, ma che buona parte di questi elettori moderati siano già suoi. Essi, decisi ormai ad abbandonare l'improponibile ex leader del centrodestra e non avendo altre alternative,  non hanno bisogno di lusinghe per appoggiare un'ipotesi Monti. E quindi, avrà pensato quest'ultimo, perché pagare un prezzo per avere ciò che già ci arriva gratis? Si può attaccare Berlusconi, sapendo che si perderà poco sul centrodestra.
Invece, attaccando Berlusconi si creano difficoltà a Bersani. Con un'agenda aperta alle istanze moderatamente progressiste, si confeziona una lusinga per le componenti meno radicali del PD, sia nel partito sia soprattutto nel suo bacino elettorale. Se molti moderati hanno votato Berlusconi solo perché diffidenti della sinistra, molti altri moderati hanno votato il centrosinistra solo perché disgustati dal berlusconismo. Questi ultimi vedono ora un leader a loro ideologicamente vicino, che non guarda con simpatia alla sinistra radicale e che contemporaneamente si mostra antiberlusconiano: è il massimo per chi finora ha votato  PD con un po' di mal di pancia e solo in odio a Berlusconi. Anche nell'elettorato della Lega vi sarà un'uscita dopo le ultime tristi vicende e, guarda caso, quell'elettorato – che non è certo di sinistra - è però nettamente contrario a Berlusconi. Per Monti, quindi, attaccare Berlusconi non pregiudica niente (o pregiudica poco) sulla forza attrattiva verso i berlusconiani delusi da Berlusconi, e nel contempo facilita l'acquisizione del consenso elettorale nell'area leghista antiberlusconiana e nelle componenti dell'elettorato PD che diffidano di Vendola e di Fassina non meno di quanto odino Berlusconi. Ed ecco che ora c'è Monti, alternativo alla sinistra radicale ma anche antiberlusconiano (tutte queste ripetizioni col prefisso “berlusc-” sono usate volutamente per rimarcare l'ormai soffocante oppressione di un refrain che ammorba – sia col “pro” sia con l' “anti” - la politica italiana da venti anni, nascondendo l'assoluta inadeguatezza della classe politica, come dimostrano i risultati ai quali si è giunti).
A conferma dei problemi che creerà al PD  l'iniziativa di Monti, anche per come è stata illustrata in senso antiberlusconiano, sta la sufficienza con la quale D'Alema, da Fazio, ha liquidato la “salita in campo” di Monti, e l'enfasi con la quale egli ha rappresentato Berlusconi come il vero ed unico avversario di Bersani. Beh, certo: senza avversari è facile vincere. E poi, si noti che già poche ore dopo la conferenza di Monti è giunta la notizia che Ichino ed altri quattro parlamentari del PD sono pronti a schierarsi con l'attuale premier. E' già iniziato lo smottamento?
Con buona pace di D'Alema, i competitori saranno quindi tre: Bersani, Berlusconi e Monti. In un normale Paese europeo, non ci sarebbe partita. Da noi purtroppo, dati anche i tempi ristretti, può darsi che invece la partita vi sia, e che il risultato sia ambiguo. Ma lo sarà temporaneamente. Infatti con l'iniziativa di Monti - anche per il modo col quale è essa stata presentata - si avvia una progressiva scomposizione del panorama politico e dell'offerta per gli elettori che porterà, tra l'altro, all'uscita di scena definitiva di Berlusconi, che sarà relegato a capo, un po' macchiettistico, di un ininfluente manipolo di parlamentari di estrema destra anti-euro ed antieuropeisti. Se invece, come vorrebbe D'Alema, la competizione fosse tra Bersani e Berlusconi,   questa volta prevarrebbe sì il primo, ma il secondo verrebbe di nuovo incoronato Capo Unico dell'Unica Opposizione (magari, pronto a rivincere la volta successiva), e si perpetuerebbe il disastro di questi ultimi venti anni. 

lunedì 17 dicembre 2012

"Eredità" di Lilli Gruber - Ed. Rizzoli


Il recente libro di Lilli Gruber è una storia romanzata di un periodo tormentato del Tirolo meridionale, il territorio di lingua tedesca compreso tra il Brennero e la Chiusa di Salorno.  Il cuore del romanzo è il periodo che parte dalla prima guerra mondiale, con la disfatta dell'impero austrungarico ed il passaggio di quelle terre all'Italia, e attraversa poi i tragici anni del fascismo e del nazismo, fino al secondo conflitto mondiale. Si tratta di una storia romanzata perché l'autrice prende spunto dalla storia della sua famiglia di parte materna, che era una delle più importanti di quella zona, per tracciare, col segno delle vicende di casa, anche quelle della sua terra, la “bassa atesina” posta al confine del mondo tedesco con quello italiano, il cui passaggio fisico, linguistico e culturale è dato dalla porta naturale della Chiusa di Salorno, il varco tra le montagne dopo Mezzocorona e prima Egna-Neumarkt, attraverso il quale passano, stretti a pochi metri di distanza, l'Adige, la ferrovia,  la statale e l'autostrada del Brennero.
La narrazione ha come fonte principale la vita e le testimonianze della bisnonna della Gruber, Rosa Tiefenthaler (cognome evocativo: letteralmente "della bassa valle"; e quella terra è chiamata appunto “bassa atesina” cioè bassa valle dell'Adige). Rosa è l'esponente esemplare di quel mondo asburgico geograficamente lontano dal centro dell'Impero ma completamente ed intimamente connaturato con esso. Una donna forte come le donne di montagna, intelligente, colta grazie anche allo stato sociale elevato della sua famiglia, moderna per tanti versi ma strettamente legata alla sua “Heimat” e quindi a tutto ciò che caratterizza questo sentimento, dal senso della comunità e della famiglia, all'attaccamento all'imperatore Francesco Giuseppe,  ad una religiosità connaturata, ma non per questo meno sincera e profonda.
La caduta del vecchio mondo e l'occupazione italiana vivono, silenziose e dolorose, nelle lacerazioni interiori di Rosa Tiefenthaler e nella sua capacità (che è solo delle donne) di tenerle racchiuse in sé a difesa della famiglia. La famiglia - una grande, commovente famiglia - è il cuore del romanzo storico; la famiglia e le radici, l' “Heimat” efficacemente descritta come qualcosa di più del concetto nostro di Patria: territorio natio, popolo del quale siamo espressione, usi e abitudini, paesaggi familiari, cultura, modi di vivere, religiosità, quel comune sentire, un'appartenenza, la zuppa di vino ed il Kaiserschmarren, un complesso di elementi umani fusi in un crogiuolo dal quale esce una lega che permea fortemente il Tirolo meridionale come tutto il mondo tedesco. Il suffisso “-heim” che ricorre in tanti toponimi e vocabili tedeschi, è un'applicazione del concetto lato di “Heimat”.
Sul piano storico, il merito dell'autrice è quello di aver descritto molto bene il rapporto tra i sudtirolesi, il fascismo ed il nazismo. Rapporto che nel libro viene spiegato partendo appunto dal concetto di “Heimat” proprio di un popolo accesamente antifascista perché oppresso ed occupato dagli italiani e perché testimone diretto delle nefandezze del regime; ma talora anche -  contemporaneamente, e quindi sorprendentemente per noi italiani - filonazista, nella speranza della riunificazione sotto l'egida del “Deutschtum” (la “germanicità”), una speranza coltivata anche a causa di informazioni frammentarie, errate e comunque lontane, sulle altre nefandezze di oltre Brennero. L'Anschluss hitleriano col quale la Germania si era annessa l'Austria, e quindi anche il Tirolo settentrionale stretto attorno ad Innsbruck, fu il seme che dette vita all'illusoria speranza di tanti sudtirolesi di un secondo Anschluss, quello che avrebbe dovuto riunire nel mondo tedesco anche il loro Tirolo passato all'Italia fascista, quello che aveva per capoluogo Bolzano. Ma quando Hitler scese in Italia per la visita a Mussolini, il suo treno passò veloce e a finestrini chiusi attraverso il Sudtirolo, lasciando con un palmo di naso i tanti che si erano radunati nelle stazioni e che si attendevano un fuhrer che si fermasse e si mostrasse, benedicente, per promettere la prossima riunificazione. Hitler aveva più a cuore di tenersi buono l'alleato Mussolini delle aspirazioni irredentistiche dei tirolesi. Ma in molti la speranza fu dura a morire; tra questi la stessa figlia minore di Rosa Tiefenthaler, Hella.

Parlando di queste vicende storiche, il lettore italiano non può che guardare con rispetto e vicinanza alla sorte che toccò al popolo tirolese: l'occupazione, l'imposizione linguistica, l'italianizzazione dei cognomi col paradosso di portare i fratelli a ritrovarsi con cognomi italianizzati diversi a seconda di chi ne aveva curato la “traduzione”, per finire con le “opzioni”, regola agghiacciante con la quale la Germania e l'Italia avevano concordato - ormai alla vigilia della disfatta nella guerra – che i tirolesi scegliessero: restare nella loro terra, accettando l'italianizzazione, o restare tedeschi, lasciando però lì tutto quel che avevano per migrare altrove – e chissà dove: Polonia, Romania, Ungheria - sotto l'egida del Reich. Trovata letteralmente diabolica (dal greco dia-ballo, separare. Il diavolo: colui che separa e divide l'uomo dalla sua radice spirituale). Ma per l'evolversi degli eventi  bellici le "Optionen" ebbero un'applicazione limitata.

E del resto dalla stretta porta di Salorno  non son passati solo soldati e guerrieri armati, ma  - in un senso e nell'altro - anche il meglio dei nostri due mondi. Vi sono passati Goethe e Mozart, non solo Hitler. Vi è passato il rinascimento italiano ed i suoi splendori, la grande musica tedesca ed il pensiero di filosofi immortali. Un'apertura tra le montagne - non una "Chiusa"! -  verso la quale si accorre da sud e da nord per incontrarsi in amicizia e far festa.        


Nella narrazione di Lilli Gruber vi è, da un lato, la partecipazione alla tragedia del Sud Tirolo italianizzato, e quindi l'ancoraggio alle sue radici ed alla sua "eredità" (sebbene l'autrice precisi di non sentirsi né italiana né tedesca, ma europea) e, dall'altro, l'assenza di ogni richiamo retorico alle posizioni nostalgiche, verso le quali traspare anzi un po' di fastidio.

Un libro molto bello ed istruttivo che - tra le altre cose - conferma quante conseguenze nefande e spesso irrimediabili porti con sé la pretesa di violentare un popolo nella sua intima essenza: il territorio, la lingua, il senso della propria comunità, la cultura. 

lunedì 26 novembre 2012

"Italiani di domani" di Beppe Severgnini (Rizzoli)



“Italiani di domani – Otto porte sul futuro” è l'ultimo libro di Beppe Severgnini ed è dedicato ai giovani. L'intuizione è nata nelle Università, nelle quali il giornalista del Corriere della Sera spesso porta il germe della propria esperienza e del proprio spirito di osservazione e di originale elaborazione, ma il prodotto che ne è scaturito non è rivolto ai soli universitari. Esso è diretto ai giovani di oggi, ai figli dei padri e delle madri nati negli anni '50 e '60, alla prole della nostra fallimentare generazione che molto ha consumato e niente ha costruito, la quale lascia solo molte macerie da sgombrare - e non solo quelle economiche.
Oltre la forma, in Severgnini come al solito accattivante, questo libro è una richiesta di perdono accorata, sebbene implicita e nascosta,  a nome di questa generazione, rivolta a chi - i nostri figli - dovrà porre rimedio a tanti disastri. Una richiesta di perdono che si cela dietro una serie di suggerimenti che nascono da un'analisi del presente  precisa ed impietosa, condotta su un tono a volte ironico e a volte appassionato, talora con una venatura di amaro, ma sempre colmo di speranza e di fiducia nella gioventù di questo inizio di millennio. Un incitamento commosso, da genitore a figlio e quindi denso di amore e di premura, di fiducia, di partecipazione e di tenero rispetto. Un invito che si svolge attraverso lo sviluppo di otto elementi, le otto “T”, secondo il gusto severgniniano degli elenchi: Talento/Siate brutali; Tenacia/Siate pazienti; Tempismo/Siate pronti; Tolleranza/Siate elastici; Totem/Siate leali; Tenerezza/ Siate morbidi; Terra/Siate aperti; Testa/Siate ottimisti.

 In realtà, a prescindere dalla lista, il libro è una lunga chiacchierata che un padre potrebbe fare col proprio figlio nel pomeriggio di una piovosa domenica autunnale, seduti sul divano di casa - un padre o una madre, l'uno o l'altra con un figlio o con una figlia, ovviamente.

Si parte con alcuni punti fermi di carattere generale: “Stabilite le vostre regole: non si ruba, non si mente, non si imbroglia”;“Il peccato più grave è convincerci dell'inutilità dell'onestà”; Compromessi: “qual è il metro di giudizio? Semplice: se diventassero pubblici, non devono metterci in imbarazzo.”

Sulle responsabilità dei cinquantenni-sessantenni nei confronti dei loro figli: “I vostri nonni bene o male, hanno ricostruito l'Italia; ma i vostri genitori – la mia generazione – non hanno agito con altrettanta lungimiranza”. Sempre su questo tema: “Il tornado della recessione vi ha accolto fuori dal porto ... Avete tra i piedi un po' di sessantenni rassegnati, di cinquantenni opportunisti ... Forza e coraggio: è l'atteggiamento che cambia l'umore, la vita e la storia. Se scegliete di essere sconfitti prima di aver perso, diventerete la generaciòn amargada la generazione avvilita. Suona bene, ma fa male.”

L'autore invita i giovani ad essere aperti al mondo e curiosi di apprendere, a non disperare di poter trovare un lavoro che soddisfi ad un tempo la propria passione e le proprie attitudini; dovendo scegliere, però meglio tener conto delle attitudini. Altro invito, prima sconcertante e poi fulminante: “Rinunciate ad un buon inglese (serve un inglese ottimo)”. “Fare meno cose, farle meglio. Dare tempo all'imprevisto e spazio alle novità”. Le radici hanno valore, prima o poi vi si torna, ma prima bisogna volare nel mondo: “...la provincia è bella e consolante. ... La provincia è un luogo dove si confezionano miti. ... La provincia italiana è questa combinazione di sensualità e normalità, grinta e mollezza, furbizia ed ingenuità, originalità e incoscienza, grandi progetti e – talvolta – piccoli orizzonti. Tenetela da conto, se ci siete nati e cresciuti. Scappate per tornare. Però, prima, scappate.” Ahi noi, poveri padri. Possiamo solo aggiungere: “Sì, però - dopo - tornate!”

Sul valore della lealtà nella della difesa delle proprie opinioni: “Trovare un modo di dar ragione alla propria parte anche quando ha torto! Questa è la sfida. Noi ragioniamo ... come uffici stampa dedicati ad un cliente che non ci paga ... Della nostra squadra non siamo solo tifosi, siamo avvocati difensori ... Dire la verità, nell'Italia faziosa, viene considerato un tradimento, se la verità danneggia la propria parte ... Quando parlate della vostra parte politica, della vostra azienda o della vostra professione o della vostra categoria, cercate di essere leali. L'obiettività non esiste; ma esiste la tensione per arrivarci, ed è questa che ammiriamo”.

Un libro per i giovani che ogni genitore vorrebbe aver scritto i propri figli; ma non ci sarebbe riuscito, perché non è facile avere quella dote che una studentessa di Parma, citata nelle ultime righe del libro, riconosce al “docente” Severgnini in raffronto ai docenti di quella Università: “... Sa perché veniamo in tanti alle sue lezioni? Non perché abbiamo letto i suoi libri o la vediamo alla televisione. Veniamo perché lei è il più vecchio di noi, e non il più giovane di loro.”

martedì 13 novembre 2012

Cinque sfumature di grigio

Il confronto su Sky tra i candidati alle primarie del centrosinistra non è parso un granché. I cinque contendenti sono sembrati un po' rigidi ed impalati, attenti soprattutto a seguire diligentemente, con dedizione curiale, la liturgia tradizionale di quella parte politica. Anche Renzi, che pure ha lanciato qualche fuochetto pirotecnico, ha tenuto un atteggiamento più sobrio e misurato del solito. E' probabile che Tabacci, Puppato, Renzi, Vendola e Bersani  siano stati condizionati dall'esigenza di dare agli spettatori un'immagine il più possibile unitaria(o forse si siano accordati preventivamente in tal senso), visto che è proprio la previsione della mancanza di coesione - alla luce delle precedenti esperienze degli effimeri governi Prodi - uno dei più rilevanti dilemmi dell'elettore ancora incerto.
Pur coprendo un'area di opinione abbastanza ampia, dall'ex berlusconiano Tabacci a Vendola,  i cinque hanno cercato di attenuare le differenze finendo quindi per confluire su una linea certo non univoca, ma comunque assai moderata almeno rispetto alle attese. Sintomatico  che i due più a sinistra (Vendola e Bersani), chiamati ad indicare una figura di riferimento, si siano richiamati a due personalità ecclesiali, un Cardinale ed un Papa. Puppato, anch'essa caratterizzata a sinistra con toni a volte un po' settari, ha fatto il nome di due donne ex parlamentari - una democristiana, Tina Anselmi, l'altra comunista, Nilde Iotti - entrambe cattoliche, come cattolici (ma non ecclesiali ) sono stati i riferimenti di Tabacci a De Gasperi e a Giovanni Marcora, punto di riferimento, quest'ultimo, dei democristiani lombardi della sua generazione, quand'egli era giovane.
Sui contenuti e sui programmi, il desiderio di piacere a tutti ha annacquato le risposte dei candidati e qui il grigiore ha raggiunto i livelli massimi, anche se ognuno ha proposto una propria angolatura dei singoli problemi. Ma si sa che ormai in Italia la politica non si occupa più di programmi, ma di propaganda e di posizionamenti tattici. Un po' più vivace la posizione sul "caso Marchionne", ma solo perchè la politica italiana -  come si diceva: priva di idee -  si scalda solo quando può assumere una persona - che già esiste e quindi non richiede lo sforzo di crearla - per ruotare intorno ad essa il panegirico o l'aggressione. Questo è meno faticoso di elaborare un'opinione originale ed efficace su un  problema reale.      
Più interessanti le risposte alle domande finali sulla coalizione che ciascuno dei cinque preferirebbe guidare se vincesse le primarie e le elezioni successive. La domanda, di per sé, poteva apparire oziosa, dal momento che i cinque si contendono l'investitura in "primarie di coalizione"  e quindi la coalizione dovrebbe essere quella nel cui perimetro si colloca la propria candidatura. Se uno di loro non gradisse la presenza nella coalizione di una delle forze delle quali sono espressione gli altri quattro, l'asino cadrebbe subito: costui non avrebbe titolo di concorrere alle "primarie", se è pronto a rispettare la coalizione solo a condizione che vinca lui,  o un candidato affine. 
La questione rappresenta un nodo particolarmente intricato. Nelle settimane scorse era parso che Vendola avesse qualche dubbio ad appoggiare un governo presieduto da Renzi ed una analoga perplessità, pur non espressa,  poteva essere immaginata anche in senso opposto.  Nel PD, poi, si ipotizzava che l'eventuale prevalere del Sindaco di Firenze, pur dello stesso partito, potesse causare una levata di scudi  di alcuni anziani ma ancora autorevoli esponenti: D'Alema aveva dichiarato apertamente che in caso di  vittoria di Renzi alle primarie avrebbe "dato battaglia". E sarebbe poi singolare immaginare una Rosy Bindi che accettasse un ministero sotto la guida di Renzi. Ma qui i candidati sono stati abili ed hanno circoscritto i propri distinguo all'eventuale rapporto con una forza extra-primarie come l'UDC,  chi per escluderla decisamente (Renzi e Vendola) o implicitamente (Puppato), chi  per accoglierla (Bersani), chi per fare il pesce in barile (Tabacci).
L'esito delle primarie del centrosinistra vedrà probabilmente prevalere Bersani (magari dopo un ballottaggio con Renzi), poichè l'apparato avrà il suo peso e gli esterni al PD disposti a votare Renzi avranno qualche difficoltà procedurale per esprimersi ai seggi, ma soprattutto qualche remora legata al desiderio di non assumere impegni, neppure morali, sullo schieramento da votare alle elezioni politiche qualora il centrosinistra non fosse guidato dal sindaco di Firenze, nell'ipotesi che nel frattempo l'offerta politica potesse arricchirsi di qualcosa di nuovo.   In caso di ballottaggio, poi, la naturale riduzione dei votanti  al secondo turno si tradurrà in un vantaggio per Bersani. 
Alle elezioni, data l'attuale offerta politica, pare inevitabile che pevalga la coalizione di centrosinistra guidata da Bersani ed è altrettanto probabile che essa però non raggiunga una forza elettorale tale da far scattare il premio di maggioranza (sul quale peraltro ancora si dibatte). In questo caso il risultato sarebbe certo: governo centrosinistra-UDC guidato da Bersani,  con Casini che, in cambio dell'appoggio determinante al governo  da parte dell'UDC ed alla "rinuncia" alla conferma di Monti come premier, verrebbe eletto Presidente della Repubblica dalla stessa maggioranza governativa. E' questo del resto l'obbiettivo evidente del leader dell'UDC. Ed è per questo che Casini ha votato col vecchio centrodestra per un premio di maggioranza alto e quindi difficilmente raggiungibile al momento attuale data la frammentazione del prevedibile consenso elettorale.  Infatti, se la coalizione di centrosinistra (PD-SEL-API-PSI) ottenesse il premio,  raggiungerebbe la maggioranza dei seggi in via autonoma e l'UDC non sarebbe decisiva. E se l'UDC non sarà decisiva Casini non avrà corrispettivi da offrire per chiedere in cambio il  Quirinale per sé stesso (in questo caso il "ticket" sarebbe:  Monti Presidente della Repubblica e Bersani Presidente del Consiglio).  
Ma si ha l'impressione che i giochi non siano ancora fatti del tutto.
La scomparsa del PDL ha lasciato orfani di una casa molti elettori che, pur ormai nauseati dal berlusconismo, neppure sono propensi a votare per il centrosinistra. Se nulla si muove, finiranno per astenersi (nei sondaggi ora sono catalogati tra gli "indecisi" e come tali sono forse il primo partito), ed allora si avvererà il successo del centrosinistra. Se invece - ma il tempo scarseggia - qualcuno creerà una nuova casa, più presentabile del PDL, allora i giochi potrebbero riaprirsi: non certo per un successo maggioritario di quest'area moderata ancora da creare,  ma perché essa potrebbe assorbire consensi almeno tali da far mancare una maggioranza alla coalizione in itinere  "centrosinistra-UDC".  E qui allora non resterebbe spazio che per un "Monti bis" con appoggio bipartisan e con un esponente del centrosinistra al Quirinale, dato che quest'ultimo schieramento, che avrà probabilmente la maggioranza relativa, non potrà restare del tutto a bocca asciutta . Questa è l'ipotesi peggiore per le ambizioni presidenziali di Casini.

Se invece le primarie del centrosinistra le vincesse Renzi ...

domenica 11 novembre 2012

Politica, truffe e ricatti.


In questi giorni si dibatte sulla legge elettorale e ci si accapiglia su quale debba essere il limite per aver diritto al premio di maggioranza. Dopo l'ultimo passaggio, pare che sia stato fissato al 42,5%: la coalizione che raggiunga tale soglia, avrà in dono un ulteriore 12,5% e quindi si vedrà assegnare il 55% dei seggi della Camera e del Senato (le altre forze, ovviamente, avranno una rappresentanza inferiore a quella che spetterebbe loro in relazione ai voti ottenuti).

Quello che sorprende è che a molti tale soglia del 42,5% del consenso elettorale per avere il 55% dei seggi parlamentari paia troppo alta. Però nel 1953 la sinistra infiammò le piazze contro quella che fu definita la “legge-truffa” di De Gasperi e Scelba, la quale attribuiva un premio del 10% alla coalizione (allora centrista: DC-PRI-PSDI-PLI) che avesse ottenuto almeno il 50% dei voti. Quella era una legge truffa. Oggi invece sarebbe una legge truffa quella che non consente alla coalizione che abbia appena il 30-35% dei voti di avere in premio la maggioranza dei seggi come se avesse ottenuto il 55%.
Il concetto di “truffa” deve aver subito una profonda evoluzione, negli ultimi sessantanni.


In un sistema di democrazia parlamentare quale è quello previsto dalla nostra Costituzione, in teoria la soluzione elettorale migliore sarebbe quella del proporzionale puro, senza soglie d'ingresso - poichè tutte le opinioni presenti nella società hanno diritto ad una proporzionale eco in Parlamento -  e senza premi che diano la maggioranza a chi non l'abbia nel Paese. Tuttavia, dovendo fare i conti con l'esigenza della governabilità, si può accettare (a malincuore) una soglia minima di ingresso ed un premio alla coalizione che manchi solo di poco il 50,1%. Ma non certo un premio che dia il 55% dei seggi a chi abbia ottenuto solo il 30% di consenso da parte degli elettori: questo non sarebbe un premio, questo sarebbe un golpe. Probabilmente anche il Mussolini ormai in rotta aveva ancora almeno il 30% di consenso nel Paese, però avevano ragione i partigiani.
E poi, dov'è scritto che una coalizione di minoranza debba avere per sé tutto il potere col pretesto di dovere assicurare la governabilità? Rinunzi ad una parte del proprio programma (visto che non è stato condiviso dalla maggioranza del Paese) e cerchi un'alleanza con altri in Parlamento.


E' vero che questo favorisce i ricatti delle forze intermedie che, pur avendo uno scarso seguito elettorale, possono far pendere la bilancia da una parte o dall'altra in Parlamento tenendo sotto scacco forze rappresentative di ben maggiori quote di consenso. Questo è un male, ma a ben vedere forse è il male minore rispetto a quello di avere un Parlamento occupato da una minoranza che si appropria per cinque anni di tutto il potere. E poi, se chi ha il 7% ricatta chi ha il 45%, potrà a maggior ragione accadere anche il contrario. E gli elettori, di fronte a simili comportamenti, potranno tenerne conto alle elezioni successive.


Del resto, non pare che gli attuali ultimi sistemi elettorali basati su premi di maggioranza (di cui hanno alternativamente beneficiato centrodestra e centrosinistra) abbiano evitato ribaltoni e ricatti, e quindi instabilità dei governi. Abbiamo visto gruppi di parlamentari eletti in una coalizione staccarsene e passare all'oppozione, ed essere sostituiti nell'appoggio al governo da parlamentari eletti con l'opposizione. I ricatti ed i mercanteggiamenti non si evitano con le leggi elettorali: semmai si puniscono col voto degli elettori.