giovedì 7 agosto 2014

L'anello Passo della Futa - Monte Gàzzaro - Osteria Bruciata - Passo della Futa

   L'anello del Monte Gàzzaro percorre una frazione - circa 11 Km -  di una  delle tappe giornaliere del "Cammino degli dei", il percorso appenninico che unisce Bologna e Firenze su un itinerario naturalistico di oltre 120 Km e che, sia pure con alcune variazioni, passa per Sasso Marconi, Monzuno, Madonna dei Fornelli, Passo della Futa, Osteria Bruciata, Sant'Agata, San Piero a Sieve, Bivigliano e Fiesole. Un po' diverso era il percorso narrato nel film di Pupi Avati "Una gita scolastica" del 1983, che entrava in Toscana dal versante pistoiese anziché da quello fiorentino, da Porretta anzichè dalla Futa: ma l'avventura è quella. 
   Tornando alla mini versione affrontata il 6 agosto scorso, l'anello del Monte Gàzzaro inizia appunto dal Passo della Futa. In particolare, provenendo in auto da Firenze, occorre prendere la deviazione per Firenzuola prima di arrivare proprio al Passo, e cioè occorre imboccare la strada che poi passa per Cornacchiaia (e quindi non quella che, dopo il Passo, prosegue per la Raticosa attraversando Covigliaio ed ha anch'essa una deviazione per Firenzuola).
   Subito dopo aver imboccato questa strada, sulla destra si trova uno spiazzo di parcheggio con una cabina elettrica. Da lì inizia il sentiero "00" che porta al Monte Gazzaro e al Passo dell'Osteria Bruciata, da dove poi si diramano vari sentieri: per Castro San Martino (di nuovo sulla strada per Firenzuola), per il Passo del Giogo, per Sant'Agata del Mugello, per Marcoiano e per Castellana. Vedremo poi che è proprio quest'ultima direzione (Castellana, sentiero 50) quella che occorre prendere dall'Osteria Bruciata per completare l'anello del Monte Gàzzaro, con una successiva deviazione attraverso il sentiero 12 che risale il pendio fino a tornare sul crinale ove si ritrova il sentiero 00 che a destra va sul Gàzzaro e a sinistra torna alla Futa.
   Il sentiero 00 inizia in salita e, come molti altri tratti del percorso, è caratterizzato da profondi solchi causati dallo scorrimento delle acque piovane ma anche - come attestano le impronte sul fango - da moto da cross. Questi solchi in alcuni punti rendono disagevole il cammino restringendo la zona calpestabile del terreno. Si procede con salite a volte anche ripide, inoltrandoci presto in un fitto bosco. Il sentiero è ampio e ben tenuto. Dopo un po' si incontra sulla sinistra un grande pannello ripetitore, poi alcune discese alternate alla predominante salita, con tratti fuori dal bosco circondati da felci. Dopo circa cinquanta minuti si giunge all'intersecazione col sentiero - con relativa indicazione - che sale da valle e che proviene dall'Osteria Bruciata (raggiungibile quindi anche da qui, se si sceglie di abbandonare la salita al Monte Gàzzaro).
  Si procede con vari saliscendi (più sali che scendi, comunque)  e si comincia a scorgere l'alta antenna del Monte. Quando la si è quasi raggiunta - circa un'ora e mezzo dall'inizio del sentiero -  si vede anche la Croce e la piccola nicchia dove si trova, in una custodia di metallo, il libro dei viandanti. Il punto è molto panoramico, ma - nonostante la giornata sia splendida ed il cielo abbastanza pulito per la pioggia del giorno precedente - non si scorge certo il Mar Tirreno e le isole dell'arcipelago, come alcune guide raccontano.  Non siamo tuttavia proprio sulla vetta del Gàzzaro, che si raggiunge dopo un po' proseguendo lungo lo stesso sentiero che continua a salire, inizialmente in mezzo al prato e poi inoltrandosi nel bosco. La prossima meta è il Passo dell'Osteria Bruciata. Un cartello indica una breve deviazione a destra per un punto panoramico sul versante che guarda la vallata sottostante. La discesa è un po' problematica per la forte pendenza ed il terreno non molto stabile e, in caso di recenti piogge, anche assai scivoloso. Conviene essere muniti di un solido bastone ed aiutarsi tenendosi alle piante che costeggiano il sentiero, che in alcuni punti è corredato di catenelle metalliche per un appiglio in caso di scivolamenti. La discesa appare lunga, più lunga di quanto non sia in realtà, anche per il fastidio causato dalle problematicità del sentiero. Dopo un po' si inizia a scorgere, in basso a destra, un sentiero largo: è il n. 50 proveniente dall'Osteria Bruciata che si dovrà poi percorrere per chiudere l'anello. 
   Dopo circa due ore e mezzo dalla partenza, si giunge finalmente al passo dell'Osteria Bruciata, indicato da un cippo triangolare in pietra in ricordo della vecchia Osteria. La leggenda narra che l'oste era solito uccidere nel sonno i viandanti ai quali dava alloggio per poi derubarli. Quando fu scoperto, la vendetta si realizzò dando fuoco all'osteria (e, si immagina, anche all'oste). Ci si trova su uno spiazzo pianeggiante privo di ogni struttura al di là del cippo e dei cartelli dei sei sentieri che lì si incrociano: in senso orario, quello appena percorso che viene dal Gàzzaro, quello che viene da Castro San Martino e quindi da Firenzuola, quello che viene dal Passo del Giogo, quello che va verso Sant'Agata, quello per Marcoiano e quello per Castellana. Per l'escursione con partenza e ritorno al Passo della Futa, l'Osteria bruciata è il punto ideale per fermarsi a mangiare sul prato. Si riparte prendendo il sentiero 50 per Castellana, molto fangoso in caso di piogge recenti e martoriato dai profondi solchi causati dall'acqua e dalle moto da cross. Dopo circa dieci minuti, sulla destra c'è l'indicazione di una vicina sorgente; poco dopo inizia sulla sinistra il sentiero 48 per Marcoiano, da ignorare. Il sentiero alterna salite, discese e tratti pianeggianti, quasi sempre all'ombra di alti faggi. Si attraversano vari rigagnoli d'acqua. Si ignorano vari accenni di deviazioni sulla destra fino a trovare quella giusta chiaramente segnalata da un cartello che indica la via per il ricongiungimento col sentiero 00 della Futa. La salita sempre in mezzo ai faggi, a tratti molto ripida, è più lunga del previsto (in salita accade spesso...). 
   Si giunge infine ad incrociare il sentiero 00, che si prende a sinistra in direzione del Passo della Futa. Si incontra il pannello già trovato all'andata e si arriva dopo un po' allo spiazzo sulla strada per Firenzuola: in tutto circa 4 ore e 40, escluse le soste.

   Si tratta di un'escursione molto bella ed alla portata anche di chi non è un camminatore esperto, anche se il tratto in discesa dal Gàzzaro all'Osteria Bruciata richiede moltissima attenzione. Si attraversa un paesaggio naturalistico dal quale si tengono ancora lontani i segni della vita moderna di tutti i giorni, con le sole eccezioni del grande ripetitore rettangolare e delle impronte delle moto che danneggiano il sentiero con profonde incisioni. In più punti la vista spazia ora sul versante del Mugello, nel quale domina la vista dall'alto del Lago di Bilancino, ora sulla conca di Firenzuola e verso la cerchia di monti che la cingono a settentrione. Sarebbe interessante poter conoscere il nome di quelle lontane giogaie che si susseguono limpide di fronte a noi e che restano invece anonime, ma questo forse - a ben pensarci - aumenta l'arcana suggestione che avvolge l'affaticato ma soddisfatto escursionista.

   Capita di imbattersi nelle allegre brigate di ragazzi che percorrono il "sentiero degli dei" e, se ci si ferma a scambiare con loro due chiacchiere, magari durante lo spuntino all'Osteria Bruciata, può capitare di rimanere sorpresi dalla riflessione che loro spontaneamente ti fanno sul contrasto tra i cinque-sei giorni che hanno deciso di impiegare per attraversare a piedi l'Appennino ed i trentacinque minuti che invece servono per coprire la stessa distanza grazie all'Alta Velocità sulla nuova linea ferroviaria Bologna-Firenze. Soluzioni diverse per esigenze diverse, ma è bello constatare la sopravvivenza di un desiderio di immersione nel territorio per viverlo, pagando generosamente il prezzo di una fatica che alla fine cessa di essere un corrispettivo per un bene desiderato, per confondersi col bene stesso aumentandolo di valore.

venerdì 1 agosto 2014

"La compagnia di Ramazzotto" di Carlo Flamigni - Ed Sellerio


    Chi non sia un cultore di storia scoprirà cosa sia la compagnia di Ramazzotto solo verso fine del romanzo, dove troverà anche una dotta citazione dalla Storia d'Italia di Francesco Guicciardini;  questo curioso riferimento è l'elemento più sapido dell'intero romanzo, al quale quindi giustamente dà il titolo. La romagnola compagnia di Ramazzotto di Flamigni è quella composta dai vari personaggi “buoni”, una specie di armata brancaleone un po' scalcagnata e incerottata; in quella storica, rievocata dal Guicciardini, uno era cieco, uno era zoppo, e quello davanti, che teneva lo scudo ("scud") morì per via d'uno sputo ("spud").
   I personaggi di questa vicenda ambientata in Romagna, par di capire tra Cesena, Forlì e Rimini con qualche necessaria puntata nell'emiliana Bologna sede universitaria, sono tutti molto improbabili. Primo Casadei, il protagonista, ha una moglie cinese - che parla romagnolo stretto e che della cucina locale è una maga – e due gemelline; la famigliola vive ospite in casa di un anziano amico, chiamato Proverbio per la sua tendenza ad esprimersi coi motti della vecchia saggezza romagnola. Con loro vive anche un certo Pavolone, giovane solitario e bonario che la natura ha beneficiato solo nel fisico possente, con un solo punto debole causato da un'improvvida liposuzione. Perché queste sei persone vivano insieme non è dato sapere, se si eccettua il vincolo di amicizia tra Primo e Proverbio, padrone di casa.
   La vicenda trae origine da un delitto: l'uccisione di un docente universitario – il bravo, buono e di sinistra Prof. Stelio Benelli, ordinario di chimica – nell'ambito di un torbido intrigo sorto attorno alla distribuzione di alcune cattedre e  all'elezione del nuovo Rettore, attorno al quale – a sua volta – ruoterebbe un progetto speculativo per la realizzazione sulla costa romagnola di una sede distaccata dell'Università. Benelli, nonostante avesse ricevuto varie sollecitazioni, non corre per il prestigioso incarico, ma appoggia uno dei due candidati (ovviamente quello buono). 
   Nella rossa Romagna, questa speculazione per un intervento pubblico su aree acquistate appositamente dai comuni da parte di una vasta congrega di malavitosi vicini alla destra (come lo è uno dei due candidati a Rettore, che è ovviamente della partita), avverrebbe ovviamente all'insaputa delle amministrazioni locali, che essendo rosse non possono che essere aliene da ogni contaminazione affaristica - ma d'altronde deve esser così, altrimenti il romanzo lo si sarebbe dovuto ambientare in altra parte d'Italia. L'autore deve avvertire l'inverosimiglianza della rappresentazione, ed infatti ad un certo punto fa intervenire un assessore che sull'argomento si addentra in un oscuro e sofferto discorso dal quale gli interlocutori - ma anche molti lettori - non ci capiscono molto, se non che la politica che governa quelle terre è ovviamente candida (o meglio rossa) come un giglio ... pur non essendolo (e non essendolo, ovviamente, con suo grande dolore).  Cioè, ci vuol dire Flamigni (che a quella politica attiva non deve essere estraneo), candida lo è per definizione, e tanto deve bastare anche al buon Balilla, vecchio compagno d'altri tempi, che assiste sconcertato alle spiegazioni del compagno assessore. 
   Parte quindi un'indagine parallela da parte della compagnia di Ramazzotto - Primo Casadei, Proverbio, Pavolone ecc. - con la partecipazione straordinaria di Mirta, vedova del povero Stelio Benelli ed ex fiamma di Primo. Quest'ultimo, pur arruolato, nell'esercito dei buoni, ha qualche sassolino nella scarpa per le sue giovanili frequentazioni nella manovalanza a favore di un malavitoso napoletano che ha un proprio centro d'affari anche nella zona romagnola. Tuttavia, cessato questo pericoloso impiego, Primo è diventato uno scrittore affermato ed un appassionato di storia. A volte accade, perché no.
   Ovviamente, dopo alcuni ammazzamenti e varie ammaccature, il caso viene risolto, ma il finale lascia intravedere come il Casadei non abbia abbandonato del tutto alcune inquietanti abitudini risalenti alla sua prima vita.

   Nel romanzo si fa largo uso di espressioni dialettali in romagnolo stretto, quasi sempre tradotte; ed è un bene perché a differenza del siciliano di Camilleri – comprensibile anche con un minimo sforzo - il romagnolo di Flamigni sarebbe, per chi non è romagnolo, assolutamente incomprensibile. Tradotte, e quindi rilette conoscendone il significato, quelle espressioni diventano invece chiarissime e gustosissime, come gustoso è sentir parlare un romagnolo. Deve dipender anche dalla diversa attitudine delle due parlate ad essere espresse per scritto. O anche dal fatto - che forse è la stessa cosa - che il siciliano è più vicino all'italiano del romagnolo. 

   "La compagnia di Ramazzotto" è un romanzo che non fa economie di banalità e di situazioni improbabili; l'unica cosa non improbabile è la buona qualità di scrittura dell'autore, che - pur essendo professore di Ginecologia ed Ostetricia all'Università di Bologna - sa condurre bene la danza letteraria lungo le sue duecentocinquanta pagine, le quali, altrimenti, avrebbero in molti punti, e anche nel loro complesso, rasentato il ridicolo - che è qualcosa di diverso da quel sottile humour ironico che  talora valorizza testi di questo genere.  

   Se il genere “noir” si differenzia dal giallo per il fatto che in esso sono i personaggi ed i loro risvolti, più che la trama e l'indagine, ad essere in prima linea, “La compagnia di Ramazzotto” di Carlo Flamigni dovrebbe essere catalogato tra i “noir”, dato che qui la trama a volte sfugge, passa attraverso forzature e banalità, percorre sentieri precari e improbabili. Però, a ben vedere, assai improbabili sono anche i personaggi, e quindi conviene lasciar perdere l'esatta collocazione del romanzo nell'uno o nell'altro genere, anche perché - ove la confusione non bastasse - gli elementi un po' comici (e non sempre volontari...) contribuiscono a renderla oltremodo difficoltosa.