mercoledì 7 settembre 2011

“Divorzio a Buda” di Sàndor Màrai

(foto ripresa dal Sito dell'Editore)
Divorzio a Buda (1935; Adelphi 2011, traduzione di Laura Sgarioto) ci accompagna sul sentiero di un'esasperata analisi interiore che ritroveremo nel più celebre Le Braci (1942). Per quanto si possa parlare di “azione” nei romanzi di Màrai (un'azione semmai concentrata nei moti d'animo, nei percorsi introspettivi), questa si svolge a Budapest nelle poche ore comprese tra il tardo pomeriggio di un caldo mese di settembre ed il mattino successivo, in un giorno collocato nel lungo periodo della reggenza Horthy, che salda la fine dell'effimera rivoluzione bolscevica del '19 (sulle ceneri dell'impero austro-ungarico) con la deriva filo hitleriana nella quale sarà vissuta dal popolo ungherese la tragedia della seconda guerra mondiale. Sono, quelli, gli anni di un regime fortemente conservatore e conformista che cristallizza ed addormenta la società in schemi legati alla tradizione, in una apparente democrazia parlamentare nella quale i funzionari dello Stato si sentono investiti della funzione di salvaguardia della società. A questo ceto appartiene, per lunga tradizione familiare di giureconsulti, il giovane giudice Kristof Komives, figlio di un alto e riverito magistrato che ha saputo imporre, con la sua autorevolezza, addirittura una “scuola” di stile giurisprudenziale, la “scuola Komives” alla quale il giovani Kristof sente di appartenere, non con orgoglio, ma con la titubanza del discendente che, al cospetto della grandezza dei suoi avi, avverte il dovere di esserne all'altezza. E forse non lo è: giudicare lo intimorisce e dopo un primo periodo dedicato alle cause penali, Kristof Komives, con suo sollievo, viene destinato alle cause di divorzio. “Qui, tutto sommato, si trattava solo di Arcibaldo e Petronilla che non sopportavano di vivere insieme ... Il suo compito era solo quello di prendere atto che due esseri umani non tolleravano la compagnia l'uno dell'altro.” Arcibaldo e Petronilla spesso giungevano di fronte al giudice già d'accordo nella decisione di sciogliere il matrimonio ed il magistrato non aveva nulla da giudicare, doveva solo da mettere un sigillo.
Kristof Komives è felicemente sposato con Hertha. Hanno due bambini e tutto scorre sereno e felice nella loro vita ordinata: un buon appartamento, personale di servizio, un cane non molto simpatico a Kristof, che lo sopporta solo per amore della moglie, un lavoro onorevole e rispettato, qualche viaggio. Il giudice e la moglie si amano teneramente, mai una nube ha percorso il cielo del loro idillio. Cosa potrà mai turbare un così solido quadro familiare ? Niente, niente lo turberà.
Komives è in ufficio, la giornata sta per finire, riguarda le sue carte prima di uscire. Tra poco, lo attende un ricevimento a Buda, uno di quei ricevimenti a metà strada fra il tè e la cena, chiamati con un termine già allora in voga “merencene”. Una forma meno impegnativa di ospitalità: “parsimonia” era ormai il motto dei tempi, anche per il ceto medio. Il giorno successivo Kristof avrà una serie di cause di divorzio, tra le quali, scorrendo i fascicoli, nota quella che riguarda due conoscenti, il Dottor Imre Greiner, suo vecchio compagno del liceo, che da allora aveva rivisto solo qualche volta limitando la conversazione a banali convenevoli, e Anna Fazekas, che aveva fugacemente conosciuto una decina di anni prima, incontrandola poi alcune, rare volte per pura casualità e senza mai approfondirne la conoscenza.
Tutto è regolare, anche quel pomeriggio la vita dei singoli e della collettività scorre ordinata e tranquilla entro i suoi argini; egli è profondamente convinto che stia anche ad uomini come lui, erede della stirpe dei Komives, far sì che non tracìmi.
Come nella società ungherese soffocata nella tradizione e nell'immutabilità, anche in Komives però qualcosa – silente – si muove, contro la sua volontà e la sua stessa percezione. Giunge alla “merencena”, scorge Hertha, viene accolto con benevolenza al tavolo del padrone di casa, dove già si trovano l'anziano magistrato a riposo, del quale è stato prediletto discepolo, ed un altro giureconsulto.
“La sentenza è iniqua” risponde Kristof senza accorgersene, sorpreso di sé stesso, mentre la mente sta cercando un'altra risposta alla richiesta del suo vecchio maestro di commentare una sentenza di quei giorni che aveva suscitato clamore e dietro la cui inaudita severità si celano forse motivazioni politiche. Sì, qualcosa sta accadendo, ma Kristof non capisce cosa.
Rientrando con la moglie – si erano ritrovati alla festa, lui giunto dall'ufficio, lei da casa – scorge le luci accese alla finestra. I bambini erano nervosi prima che lei uscisse, gli riferisce Hertha, forse si sono addormentati tardi. Anche il cane era inquieto. Stava accadendo qualcosa. E una volta a casa, l'indisponente sorpresa. Una persona – a quell'ora ! – lo attende, vuole parlare urgentemente col giudice Komives, come gli riferisce la domestica, che si giustifica: non poteva assolutamente evitare che l'ospite entrasse in casa, che si accomodasse in salotto in attesa del giudice. Si era qualificato come un suo “amico”.
Lo attende il Dottor Imre Greiner, che il giorno dopo deve presentarsi a lui per il divorzio dalla bella moglie Anna Fazekas. No, la causa non ci sarà: Imre informa il giudice che Anna è morta. Anche lui voleva morire – si amavano, ma l'edificio improvvisamente aveva mostrato le crepe che c'erano sempre state. Prima di morire anch'egli, il Dottor Greiner deve però sapere una cosa, una cosa che – incredibilmente - sa solo il giudice Komives e che il giudice Komives non immagina di sapere. Kristof è sconcertato: in dieci anni ha visto la moglie di Greiner due o tre volte, sempre occasionalmente, ed altrettanto è accaduto con Imre. Come può esserci qualcosa che lo metta in relazione con loro, qualcosa di così importante e fondamentale ?
Ed invece proprio lui è il depositario inconsapevole dell'altra metà del sogno di Anna. “L'anima, talvolta, è capace di autentici prodigi. E' in grado di rimuovere totalmente un pensiero, un ricordo, un desiderio ... di estrometterlo, insomma.” Lo estromette, ma lo conserva, pronto a tornare in luce. Dopo un estenuante confronto che dura tutta la notte, Kristof ricorda. Ricorda un evento incorporeo, una sensazione rimossa dal suo pensiero fin dall'origine. Come può pensare che ciò lo metta in contatto con Imre Greiner e Anna Fazekas ed abbia costituito un nucleo segreto che per dieci anni, senza che neppure loro due lo sapessero, ne ha impedito la totale conoscenza reciproca, la completezza coniugale ?
Il Dottor Greiner ottiene la risposta che sapeva di dover ottenere. Albeggia, i due si salutano. L'evento che ha sconvolto il matrimonio di Imre e Anna riguarda anche Kristof ed Hertha, inconsapevoli anch'essi come per lungo tempo lo è stata l'altra coppia. Ma ora Kristof ha ritrovato il filo dimenticato ...
“Va nella camera di Hertha, si ferma sulla porta, guarda la donna addormentata, avvolta nei veli della penombra ... inspira profondamente il profumo familiare che aleggia nella stanza ... 'Conosco i suoi sogni. Tutto ciò non può essere un equivoco, questa donna e questi bambini che dormono ... Dormi, dormi tranquilla'.”.

No, non è accaduto niente. Tutto procede come sempre. Solo un po' di sonno. Sono quasi le otto di mattina, fra poco arriva la donna delle pulizie. Alle undici, le udienze di divorzio. Unica variazione di programma: ce n'è una di meno.

Romanzo tipicamente “maràiano” nell'ossessionata ricerca della perfezione descrittiva dei moti dell'animo e dei meccanismi - quasi fisici - attraverso i quali si sviluppano, Divorzio a Buda anticipa l'impostazione narrativa di Le Braci. Il serrato e quasi irreale confronto dialettico di un'intera notte fra Imre e Kristof – tra le loro fondamentali diversità – mentre Hertha e i bambini placidamente dormono pochi metri più in là, è il cuore del romanzo e guida il lettore su percorsi stimolanti alla scoperta dei processi della mente umana. E poi, una prosa sopraffina, piena, che incede maestosa ed insieme inquieta, come una sinfonia mahleriana.

Sàndor Màrai, scrittore, poeta e giornalista ungherese, nacque l'11 aprile 1900 a Kasse (odierna Kosice, Slovacchia; all'epoca era parte dell'Impero austro-ungarico). Esule in Germania e Francia durante i primi anni della reggenza di Horthy in Ungheria, studiò giornalismo a Lipsia e poi a Francoforte. Nel 1928 tornò in Ungheria e si stabilì a Budapest, dove pubblicò numerosi romanzi in lingua ungherese (I Ribelli, 1930; Le confessioni di un borghese, 1934; Divorzio a Buda, 1935; L'eredità di Eszter, 1939; La recita di Bolzano, 1940; Le Braci, 1942). Nel 1923 sposò una ragazza di origini ebraiche, Lola. Non ebbero figli e nel 1947 adottarono un orfano di guerra, Janos. Fu un oppositore della deriva filo hitleriana dell'Ungheria, ma anche del regime comunista che si insediò al potere dopo la seconda guerra mondiale. Le persecuzioni lo costrinsero ad abbandonare l'Ungheria nel 1948. Rimase in Svizzera fino al 1950 e poi si trasferì in Italia, a Napoli. Successivamente andò a vivere negli Stati Uniti, a San Diego in California e nel 1957 assunse la cittadinanza statunitense. Nel 1968 tornò con la moglie in Italia, a Salerno, e vi rimase fino al 1980 quando, per motivi di cure, tornò negli USA. L'isolamento e la depressione seguiti alla morte della moglie e del figlio adottivo lo portarono al suicidio il 22 febbraio 1989.
Autore lungamente trascurato dalla critica, è stato riscoperto a partire dagli anni '90, dopo la sua morte, e la sua opera è ora considerata tra i capisaldi della letteratura europea del XX secolo. In Italia la casa editrice Adelphi da anni sta pubblicando i più importanti romanzi di Màrai .

6 settembre 2011

Nessun commento:

Posta un commento