martedì 13 novembre 2012

Cinque sfumature di grigio

Il confronto su Sky tra i candidati alle primarie del centrosinistra non è parso un granché. I cinque contendenti sono sembrati un po' rigidi ed impalati, attenti soprattutto a seguire diligentemente, con dedizione curiale, la liturgia tradizionale di quella parte politica. Anche Renzi, che pure ha lanciato qualche fuochetto pirotecnico, ha tenuto un atteggiamento più sobrio e misurato del solito. E' probabile che Tabacci, Puppato, Renzi, Vendola e Bersani  siano stati condizionati dall'esigenza di dare agli spettatori un'immagine il più possibile unitaria(o forse si siano accordati preventivamente in tal senso), visto che è proprio la previsione della mancanza di coesione - alla luce delle precedenti esperienze degli effimeri governi Prodi - uno dei più rilevanti dilemmi dell'elettore ancora incerto.
Pur coprendo un'area di opinione abbastanza ampia, dall'ex berlusconiano Tabacci a Vendola,  i cinque hanno cercato di attenuare le differenze finendo quindi per confluire su una linea certo non univoca, ma comunque assai moderata almeno rispetto alle attese. Sintomatico  che i due più a sinistra (Vendola e Bersani), chiamati ad indicare una figura di riferimento, si siano richiamati a due personalità ecclesiali, un Cardinale ed un Papa. Puppato, anch'essa caratterizzata a sinistra con toni a volte un po' settari, ha fatto il nome di due donne ex parlamentari - una democristiana, Tina Anselmi, l'altra comunista, Nilde Iotti - entrambe cattoliche, come cattolici (ma non ecclesiali ) sono stati i riferimenti di Tabacci a De Gasperi e a Giovanni Marcora, punto di riferimento, quest'ultimo, dei democristiani lombardi della sua generazione, quand'egli era giovane.
Sui contenuti e sui programmi, il desiderio di piacere a tutti ha annacquato le risposte dei candidati e qui il grigiore ha raggiunto i livelli massimi, anche se ognuno ha proposto una propria angolatura dei singoli problemi. Ma si sa che ormai in Italia la politica non si occupa più di programmi, ma di propaganda e di posizionamenti tattici. Un po' più vivace la posizione sul "caso Marchionne", ma solo perchè la politica italiana -  come si diceva: priva di idee -  si scalda solo quando può assumere una persona - che già esiste e quindi non richiede lo sforzo di crearla - per ruotare intorno ad essa il panegirico o l'aggressione. Questo è meno faticoso di elaborare un'opinione originale ed efficace su un  problema reale.      
Più interessanti le risposte alle domande finali sulla coalizione che ciascuno dei cinque preferirebbe guidare se vincesse le primarie e le elezioni successive. La domanda, di per sé, poteva apparire oziosa, dal momento che i cinque si contendono l'investitura in "primarie di coalizione"  e quindi la coalizione dovrebbe essere quella nel cui perimetro si colloca la propria candidatura. Se uno di loro non gradisse la presenza nella coalizione di una delle forze delle quali sono espressione gli altri quattro, l'asino cadrebbe subito: costui non avrebbe titolo di concorrere alle "primarie", se è pronto a rispettare la coalizione solo a condizione che vinca lui,  o un candidato affine. 
La questione rappresenta un nodo particolarmente intricato. Nelle settimane scorse era parso che Vendola avesse qualche dubbio ad appoggiare un governo presieduto da Renzi ed una analoga perplessità, pur non espressa,  poteva essere immaginata anche in senso opposto.  Nel PD, poi, si ipotizzava che l'eventuale prevalere del Sindaco di Firenze, pur dello stesso partito, potesse causare una levata di scudi  di alcuni anziani ma ancora autorevoli esponenti: D'Alema aveva dichiarato apertamente che in caso di  vittoria di Renzi alle primarie avrebbe "dato battaglia". E sarebbe poi singolare immaginare una Rosy Bindi che accettasse un ministero sotto la guida di Renzi. Ma qui i candidati sono stati abili ed hanno circoscritto i propri distinguo all'eventuale rapporto con una forza extra-primarie come l'UDC,  chi per escluderla decisamente (Renzi e Vendola) o implicitamente (Puppato), chi  per accoglierla (Bersani), chi per fare il pesce in barile (Tabacci).
L'esito delle primarie del centrosinistra vedrà probabilmente prevalere Bersani (magari dopo un ballottaggio con Renzi), poichè l'apparato avrà il suo peso e gli esterni al PD disposti a votare Renzi avranno qualche difficoltà procedurale per esprimersi ai seggi, ma soprattutto qualche remora legata al desiderio di non assumere impegni, neppure morali, sullo schieramento da votare alle elezioni politiche qualora il centrosinistra non fosse guidato dal sindaco di Firenze, nell'ipotesi che nel frattempo l'offerta politica potesse arricchirsi di qualcosa di nuovo.   In caso di ballottaggio, poi, la naturale riduzione dei votanti  al secondo turno si tradurrà in un vantaggio per Bersani. 
Alle elezioni, data l'attuale offerta politica, pare inevitabile che pevalga la coalizione di centrosinistra guidata da Bersani ed è altrettanto probabile che essa però non raggiunga una forza elettorale tale da far scattare il premio di maggioranza (sul quale peraltro ancora si dibatte). In questo caso il risultato sarebbe certo: governo centrosinistra-UDC guidato da Bersani,  con Casini che, in cambio dell'appoggio determinante al governo  da parte dell'UDC ed alla "rinuncia" alla conferma di Monti come premier, verrebbe eletto Presidente della Repubblica dalla stessa maggioranza governativa. E' questo del resto l'obbiettivo evidente del leader dell'UDC. Ed è per questo che Casini ha votato col vecchio centrodestra per un premio di maggioranza alto e quindi difficilmente raggiungibile al momento attuale data la frammentazione del prevedibile consenso elettorale.  Infatti, se la coalizione di centrosinistra (PD-SEL-API-PSI) ottenesse il premio,  raggiungerebbe la maggioranza dei seggi in via autonoma e l'UDC non sarebbe decisiva. E se l'UDC non sarà decisiva Casini non avrà corrispettivi da offrire per chiedere in cambio il  Quirinale per sé stesso (in questo caso il "ticket" sarebbe:  Monti Presidente della Repubblica e Bersani Presidente del Consiglio).  
Ma si ha l'impressione che i giochi non siano ancora fatti del tutto.
La scomparsa del PDL ha lasciato orfani di una casa molti elettori che, pur ormai nauseati dal berlusconismo, neppure sono propensi a votare per il centrosinistra. Se nulla si muove, finiranno per astenersi (nei sondaggi ora sono catalogati tra gli "indecisi" e come tali sono forse il primo partito), ed allora si avvererà il successo del centrosinistra. Se invece - ma il tempo scarseggia - qualcuno creerà una nuova casa, più presentabile del PDL, allora i giochi potrebbero riaprirsi: non certo per un successo maggioritario di quest'area moderata ancora da creare,  ma perché essa potrebbe assorbire consensi almeno tali da far mancare una maggioranza alla coalizione in itinere  "centrosinistra-UDC".  E qui allora non resterebbe spazio che per un "Monti bis" con appoggio bipartisan e con un esponente del centrosinistra al Quirinale, dato che quest'ultimo schieramento, che avrà probabilmente la maggioranza relativa, non potrà restare del tutto a bocca asciutta . Questa è l'ipotesi peggiore per le ambizioni presidenziali di Casini.

Se invece le primarie del centrosinistra le vincesse Renzi ...

domenica 11 novembre 2012

Politica, truffe e ricatti.


In questi giorni si dibatte sulla legge elettorale e ci si accapiglia su quale debba essere il limite per aver diritto al premio di maggioranza. Dopo l'ultimo passaggio, pare che sia stato fissato al 42,5%: la coalizione che raggiunga tale soglia, avrà in dono un ulteriore 12,5% e quindi si vedrà assegnare il 55% dei seggi della Camera e del Senato (le altre forze, ovviamente, avranno una rappresentanza inferiore a quella che spetterebbe loro in relazione ai voti ottenuti).

Quello che sorprende è che a molti tale soglia del 42,5% del consenso elettorale per avere il 55% dei seggi parlamentari paia troppo alta. Però nel 1953 la sinistra infiammò le piazze contro quella che fu definita la “legge-truffa” di De Gasperi e Scelba, la quale attribuiva un premio del 10% alla coalizione (allora centrista: DC-PRI-PSDI-PLI) che avesse ottenuto almeno il 50% dei voti. Quella era una legge truffa. Oggi invece sarebbe una legge truffa quella che non consente alla coalizione che abbia appena il 30-35% dei voti di avere in premio la maggioranza dei seggi come se avesse ottenuto il 55%.
Il concetto di “truffa” deve aver subito una profonda evoluzione, negli ultimi sessantanni.


In un sistema di democrazia parlamentare quale è quello previsto dalla nostra Costituzione, in teoria la soluzione elettorale migliore sarebbe quella del proporzionale puro, senza soglie d'ingresso - poichè tutte le opinioni presenti nella società hanno diritto ad una proporzionale eco in Parlamento -  e senza premi che diano la maggioranza a chi non l'abbia nel Paese. Tuttavia, dovendo fare i conti con l'esigenza della governabilità, si può accettare (a malincuore) una soglia minima di ingresso ed un premio alla coalizione che manchi solo di poco il 50,1%. Ma non certo un premio che dia il 55% dei seggi a chi abbia ottenuto solo il 30% di consenso da parte degli elettori: questo non sarebbe un premio, questo sarebbe un golpe. Probabilmente anche il Mussolini ormai in rotta aveva ancora almeno il 30% di consenso nel Paese, però avevano ragione i partigiani.
E poi, dov'è scritto che una coalizione di minoranza debba avere per sé tutto il potere col pretesto di dovere assicurare la governabilità? Rinunzi ad una parte del proprio programma (visto che non è stato condiviso dalla maggioranza del Paese) e cerchi un'alleanza con altri in Parlamento.


E' vero che questo favorisce i ricatti delle forze intermedie che, pur avendo uno scarso seguito elettorale, possono far pendere la bilancia da una parte o dall'altra in Parlamento tenendo sotto scacco forze rappresentative di ben maggiori quote di consenso. Questo è un male, ma a ben vedere forse è il male minore rispetto a quello di avere un Parlamento occupato da una minoranza che si appropria per cinque anni di tutto il potere. E poi, se chi ha il 7% ricatta chi ha il 45%, potrà a maggior ragione accadere anche il contrario. E gli elettori, di fronte a simili comportamenti, potranno tenerne conto alle elezioni successive.


Del resto, non pare che gli attuali ultimi sistemi elettorali basati su premi di maggioranza (di cui hanno alternativamente beneficiato centrodestra e centrosinistra) abbiano evitato ribaltoni e ricatti, e quindi instabilità dei governi. Abbiamo visto gruppi di parlamentari eletti in una coalizione staccarsene e passare all'oppozione, ed essere sostituiti nell'appoggio al governo da parlamentari eletti con l'opposizione. I ricatti ed i mercanteggiamenti non si evitano con le leggi elettorali: semmai si puniscono col voto degli elettori.








venerdì 2 novembre 2012

Una crocetta sulla mafia.


Il neo eletto Presidente della Sicilia in una delle sue prime esternazioni ha dichiarato che con la sua vittoria la mafia ha chiuso e può cominciare a fare le valigie. Certo, come dubitarne ?

Però, gli astenuti questa volta hanno superato il 50% ed alle urne è andato solo il 47% dei siciliani.  Sembra un po' strano che, alle elezioni nell'isola, la mafia si astenga per puro spirito di neutralità tra le parti in causa: sarebbe la prima volta. Forse, allora, Crocetta è arrivato tardi: la mafia già prima aveva fatto le valigie e se ne era andata ?   
Intanto  a Crocetta, pur eletto presidente, mancano i voti per formare una Giunta (quella che dovrebbe far sloggiare la mafia dalla Sicilia, se c'è n'è ancora rimasta qualche traccia) e pare che, per questo, stia pensando ad una alleanza con l'ex presidente Lombardo e con Miccichè. Alla luce di queste notizie,  si può immaginare che gli ultimi coaguli mafiosi, spaventati a morte da simili giustizieri, stiano anch'essi precipitosamente fuggendo dall'isola...

Che dire ? Tutti con Crocetta, ovviamente, ma ....

venerdì 26 ottobre 2012

"Geronimo il cieco e suo fratello" di Arthur Schnitzler(Sellerio Editore Palermo)


Non è facile trovare questo libruccino pubblicato da Sellerio nel 2000 e che reca ancora il prezzo in lire (diecimila), ma vale la pena cercarlo. “Geronimo il cieco e suo fratello” è una  parabola con la quale lo scrittore e drammaturgo austriaco Arthur Schnitzler (Vienna 1862-1931) indaga il rapporto tra due fratelli, soprattutto attraverso il “monologo interiore” di uno dei due - Carlo, il vedente - e mette in luce la forza devastante del sospetto, la disperante impotenza di chi ne è vittima e la facilità con la quale questo germe letale può essere instillato per pura e gratuita perfidia a sconvolgere i rapporti umani, anche i più stabili.
L'azione si svolge nell'arco di un paio di giorni, lungo la strada dello Stelvio che collega l'Italia col Tirolo, il mondo latino con quello tedesco. Sta finendo l'autunno ed arriva il primo freddo, il vento, la pioggia, la neve. In una locanda lungo la strada percorsa dalle carrozze dei viaggiatori, Geronimo il cieco e suo fratello maggiore, Carlo, mendicano qualche soldo dai viandanti. Geronimo ha imparato a suonare la chitarra e canta, Carlo lo assiste e porge il cappello, sotto l'occhio bonario e tollerante dell'oste e della cameriera. Geronimo dipende da Carlo per la sua invalidità; Carlo dipende da Geronimo non per i pochi soldi raggranellati grazie a quest'ultimo, ma perché solo nella dedizione completa ed assoluta al fratello egli trova conforto per il rimorso che lo rode: Geronimo non è cieco dalla nascita, la cecità fu causata dallo stesso Carlo durante un innocente gioco, quando erano ragazzi. Carlo aveva meditato anche il suicidio, per punirsi, ma poi aveva considerato che l'unico modo di risolvere il suo problema era quello di dedicarsi a Geronimo per tutta la vita, supplire in tutto ciò che il fratello non poteva fare, immedesimarsi in lui fin quasi a fargli usare la sua stessa persona per rimediare al male che gli aveva provocato. Questa, la sua missione. Durante quegli anni, la consapevolezza di essere il sostegno indispensabile del fratello e soprattutto quella di avere il suo affetto, ed il perdono, nonostante il danno che gli aveva arrecato, erano stati conforto costante per Carlo - unico, imprescindibile motivo di vita.
Passano i viandanti, si fermano nella locanda, qualcuno prende una camera per la notte. Chi beve, chi mangia e chi gioca. Tutti ascoltano il suono ed il canto di Geronimo e tutti lasciano una moneta nel cappello di Carlo, qualche spicciolo per due poveri mendicanti. Ma ecco che arriva, inatteso, il germe malefico. Un viandante, sceso dalla carrozza, lascia una misera monetina nel cappello di Carlo e, poco dopo, quando questi non sente, sussurra nell'orecchio di Geronimo: “Non farti ingannare, ho dato al tuo compare una moneta da venti franchi”.  Una monetona d'oro.
Carlo si rende subito conto del mutamento intervenuto nel fratello; dapprima non capisce, ma poi Geronimo lo accusa apertamente di approfittare della sua cecità, di ingannarlo sui soldi racimolati, di usarli per sé e per acquistare regali per le donne, anche per la cameriera della locanda. Improvvisamente crolla il mondo precario che Carlo faticosamente si era costruito e nel quale aveva trovato l'unica sua ragione di vita: gli appare subito impossibile convincere il fratello: in che modo può farlo ? Tutto è perduto, anzi – si insinua in lui una sconcertante presa di consapevolezza – forse Geronimo ha sempre pensato che Carlo lo ingannasse, e non lo ha mai perdonato per essere stato la causa della sua cecità. Carlo si è dunque illuso di aver trovato salvezza nel perdono del fratello, senza averlo mai avuto?
Inizia qui il monologo interiore di Carlo, che cerca una via di salvezza pur nella pessimistica convinzione che non servirà a nulla, o che addirittura porterà a peggiori conseguenze. Ad un certo punto crede però di essere riuscito, miracolosamente, nell'impresa, ma il destino inesorabile lo sta attendendo seduto sul ciglio della strada, mentre assieme a Geronimo sta scendendo a valle dopo aver abbandonato in tutta fretta la locanda dove avevano passato la nottata sull'umido giaciglio, per il quale l'oste non aveva voluto neppure essere pagato. Tutto allora pare perduto, ma proprio quella sconfitta mette in azione la “vista interiore” di Geronimo, al quale d'improvviso -  e proprio a causa di quell'evento inatteso lungo il percorso - appare quel che è accaduto.

Breve ed appagante lettura di una ricerca introspettiva che fa pensare a Sigmund Freud, contemporaneo di Schnitzler. Scrivono nella nota introduttiva all'edizione di Sellerio i curatori Benvenuto e Iadicicco: “E tuttavia è noto che tra il fondatore della psicoanalisi e lo scrittore si stabilì un singolare rapporto: basato su reciproci interessi, analoghe curiosità. Ma il loro fu uno scrutarsi a distanza ... Un misto di simpatia e sospetto. Improvvisamente, in occasione del sessantesimo compleanno dello scrittore, Freud si decise a rompere il ghiaccio .... Scriveva il padre della psicoanalisi: 'Desidero farle una confessione, che Lei avrà la bontà ed il riguardo di tenere per sé. Mi sono sempre chiesto con tormento per quale ragione io non abbia mai cercato in tutti questi anni di avvicinarla e di aver un colloquio con lei ... La risposta a questa domanda contiene la confessione che a me sembra troppo intima. Io ritengo di averla evitata per una specie di timore del sosia. ... ogniqualvolta mi sento immerso nelle Sue belle creazioni, ho sempre creduto di riconoscere dietro la loro parvenza poetica gli stessi presupposti, interessi ed esiti che sapevo essere miei ... Così ho avuto l'impressione che Lei attraverso l'intuizione – ma in verità grazie a una raffinata autopercezione – sapesse tutto ciò che io ho scoperto con un faticoso lavoro sugli uomini”.

domenica 21 ottobre 2012

Senescono, ma non se n'escono.


Tempi di elezioni. Un noto deputato non si ricandida, un altro ancor più noto ci sta pensando ed intanto, a sua insaputa, fioccano le firme perché resti. Poi, stillando veleno da ogni pelo dell'incanutito baffo, rimanda ogni decisione al momento in cui si saprà chi avrà vinto le primarie del suo partito: in un caso non si ricandiderà, nell'altro "darà battaglia". Un'altra deputata fa sapere di aver deciso di non ricandidarsi, e dopo qualche giorno viene nominata presidente di un museo. Invece sull'altro fronte, se c'è ancora, non se ne parla neppure di rinunciare ad una candidatura - anche perché da quella parte il candidarsi o meno per molti sarà ininfluente.
Il problema non pare essere l'età o da quante legislature si siede in parlamento. Anche questo ha il suo peso, naturalmente, perché è salutare che l'aria ogni tanto venga rinnovata. Ma se oggi avessimo ancora, vivi e vegeti, un De Gasperi, un Nenni, un La Malfa, un Vanoni, un Saragat, un Pertini, un Terracini,  ci si potrebbe anche sentire rassicurati dal loro perdurare ai vertici della politica. Furono uomini che risollevarono l'Italia dalle macerie: passione e capacità, ed i risultati si videro nell'arco di pochi anni. Invece questi parlamentari “vintage” di destra, di centro e di sinistra, dei quali si parla oggi, hanno trovato un'Italia ricostruita, ci hanno scorrazzato per venti o trent'anni (governo, regioni, province, comuni) ed i risultati anche in questo caso si vedono: l'hanno distrutta. Alla luce dello stato attuale del Paese, la loro esperienza - questa loro lunga esperienza - è veramente una dote sulla quale si può fare affidamento ? Quei signori fanno bene a ritirarsi a vita privata, ma non per la loro senescenza:  perché sono inadatti a governare. Lo hanno già ampiamente dimostrato esercitandosi per alcuni decenni. Vogliamo che continuino, non ci basta ancora ?

Dare e avere


Domenica scorsa la Chiesa ha letto il passo del Vangelo di Marco nel quale Gesù invita un uomo ricco, che gli chiede cosa deve fare per avere la vita eterna, a seguirlo dopo aver donato tutto quel che ha. Gesù lo incalza ad abbandonare i suoi beni terreni e a seguirlo. Ma l'uomo si fa scuro in volto e se va rattristato.
A distanza di sette giorni, il Vangelo di Marco letto oggi nelle chiese parla di Giacomo e Giovanni che chiedono a Gesù di concedere loro il privilegio di sedere in gloria uno alla sua destra ed uno alla sua sinistra, ricevendo in risposta che chi vuole primeggiare sarà schiavo di tutti, e che solo chi si fa servitore sarà grande.
I due passi evangelici sono legati in un mirabile contrappunto. Nel primo, l'immagine che ci viene offerta - raramente accolta, è vero - è quella di chi si spoglia di quel che ha per mettersi nella sequela di Cristo. Nel secondo, al contrario, chi si è messo nella sequela di Cristo chiede, per ciò stesso, una ricompensa: sedere alla sua destra e alla sua sinistra, primeggiare gloriosamente tra gli altri.
Due atteggiamenti opposti: improntato al dare, il primo; all'avere, il secondo.
Se ci guardiamo intorno, vediamo anche oggi tanti uomini che di fronte alla prospettiva di abbandonare tutto quel che hanno si fanno scuri in volto e se ne vanno; non sempre rattristati, è vero, ma quando lo sono resta loro almeno un pensiero fertile intorno al quale riflettere per tutta la vita. Ma vediamo anche tanti uomini che, senza aver abbandonato quel che avevano, si dicono nella sequela di Cristo convinti di aver diritto, per ciò stesso, ad una ricompensa; talora ne sono tanto convinti da prendersela da soli. Basta guardare alla politica, e non solo.

martedì 9 ottobre 2012

Riflessioni sulle primarie


Mentre ci avviciniamo alle elezioni del 2013 il dibattito politico è assorbito dalle primarie del centrosinistra. Vi è un gran fervore ed un crescente interesse, non solo tra gli elettori tradizionali del centrosinistra ma anche tra gli altri. Più se ne parla, più ci si riflette; più ci si riflette, più sono gli interrogativi e le perplessità che vengono alla mente.
Già Eugenio Scalfari, tempo fa in televisione, osservò che finché non si conosce la nuova legge elettorale (maggioritaria oppure proporzionale) non ha senso indire “primarie”. Infatti, secondo il fondatore di Repubblica, se la nuova legge elettorale fosse di tipo proporzionale, non avrebbe diritto di accesso una designazione preventiva da parte di un partito o di una coalizione, poiché la maggioranza parlamentare si potrebbe formare solo dopo i risultati, e quindi anche il nome di chi dovrebbe guidarla non potrebbe che dipendere da quei risultati, tra l'altro in ossequio al dettato costituzionale che attribuisce al Presidente della Repubblica (e non alle primarie) la funzione di designare il Presidente del Consiglio.
L'obiezione di Scalfari è formalmente valida, ma essa a ben vedere sarebbe richiamabile anche con una legge elettorale maggioritaria sul tipo di quella adesso in vigore. E' vero che, in questo caso, vi sarebbe una coalizione formatasi prima delle elezioni, e questa coalizione quindi ben potrebbe accordarsi preventivamente anche sulla persona del premier, ma se i dubbi di Scalfari derivano dalla prerogativa costituzionale riservata al Presidente della Repubblica (vincolato solo dalla scelta di una persona in grado di formare un governo che ottenga la fiducia del Parlamento) il dubbio di legittimità rimane ugualmente. Secondo questa impostazione formalistica, nel nostro Paese le primarie per la designazione del premier sarebbero del tutto ininfluenti a prescindere dal tipo di legge elettorale e potrebbero divenire legittime solo a seguito di una modifica della Costituzione che vincoli il Presidente della Repubblica a nominare capo del governo colui che lo schieramento vincitore abbia designato per quel ruolo prima delle elezioni. Senza questa modifica, le primarie sarebbero ammissibili solo con effetti interni al partito che intende ricorrervi: per eleggere il segretario, ad esempio.
Per salvare le primarie con effetti governativi occorre quindi inquadrare questo utile strumento di democrazia nell'attuale assetto costituzionale: ciò vuol dire dover considerare che l'esito delle primarie per la designazione del premier non è mai vincolante per il Presidente della Repubblica, il quale, nelle usuali consultazioni coi gruppi parlamentari, prenderà semmai nota del fatto che in Parlamento può esservi una maggioranza disposta ad accordare la fiducia ad un governo guidato da quella certa persona, quella cioè che abbia vinto le primarie della coalizione maggioritaria, o quelle del partito predominante in detta coalizione, se le primarie sono state “di partito” e non “di coalizione”.
Vi è poi un secondo aspetto di perplessità legato alle attuali primarie del PD. Quelle in corso sono definite “primarie di coalizione”: il vincitore sarà riconosciuto capo della coalizione e come tale sarà indicato concordemente al Presidente della Repubblica anche come il capo del governo, se la coalizione otterrà la maggioranza parlamentare. Ciò vuol dire anche che tutti i partiti della coalizione possono concorrere alle primarie con propri esponenti, anche più di uno per partito. Dato che le primarie del centrosinistra sono in corso, con candidature già presentate o in via di presentazione da parte di persone appartenenti a partiti diversi (al momento, Bersani, Renzi e Puppato per il PD, Vendola per SEL, Tabacci per API), si dovrebbe dedurre che questi partiti abbiano già stretto un accordo di coalizione, magari assieme ad altri che però non presentino candidati alle primarie. Invece non risulta che sia così. Non si è ancora formata nessuna coalizione di centrosinistra: essa semmai la si può solo desumere risalendo, dai candidati che si sono finora presentati, ai rispettivi partiti di appartenenza. Essa è una coalizione non solo ipotetica, ma ancora aperta: se Fini e Casini si candidassero, la coalizione si estenderebbe anche a FLI e UDC ? E SEL rimarrebbe ? A differenza della prima questione (rapporto tra primarie e legge elettorale) questa non è una questione solo formale, ma anche e soprattutto sostanziale. Il presupposto delle primarie di coalizione è che il vincitore sia il candidato di tutta la coalizione per guidare il nuovo governo e che tutta la coalizione voti la fiducia al governo presieduto da quella persona. Ma se, per ipotesi, in caso di vittoria di Renzi, SEL, già prima delle elezioni, si dichiarasse indisponibile, la coalizione perderebbe subito un pezzo. Ma quel pezzo aveva partecipato alle primarie di coalizione, influendo sul risultato (senza Vendola e senza SEL, ripartendo i voti tra meno candidati, forse Bersani avrebbe potuto prevalere su Renzi). Si dovrebbero allora ripetere le primarie?
Ed infine, se le primarie dovesse vincerle Renzi e Bersani venisse sconfitto, potrebbe il PD presentarsi alle prossime elezioni politiche con un segretario "azzoppato" in modo così clamoroso ? Se Renzi vincesse le primarie, vorrebbe dire che l'elettorato di centrosinistra in maggioranza sposa la sua impostazione; e quindi, come potrebbe l'attuale apparato, che egli combatte, restare al suo posto come se nulla fosse ? Egli vincerebbe su un fronte di rinnovamento del partito, ma sul partito non  avrebbe titolo di mettere parola, perchè il segretario resterebbe Bersani. La maggioranza del centrosinistra, se preferirà Renzi, avrà dichiarato di volersi liberare di D'Alema, Bindi, Marini ecc. ma questi resterebbero tranquillamente al loro posto, dato che Renzi sarà stato designato come possibile premier e non come segretario al posto di Bersani. Forse la via era un'altra. Bisognava mantenere la norma statutaria che prevedeva, in caso di primarie di coalizione per il premierato, che il PD vi partecipasse solo col suo segretario in carica e, in questa prospettiva - considerato che l'elezione di Bersani è ormai "vecchia" - si doveva indire un congresso ed elezioni primarie per il nuovo segretario, che, fresco di investitura, si presentasse alle primarie di coalizione per il governo. Se avesse vinto Bersani, nel partito tutto sarebbe proseguito come prima ed il segretario, in quanto tale, avrebbe poi partecipato alle primarie di coalizione per il suo partito, versimilmente vincendole. Se avesse vinto Renzi, nel partito tutto sarebbe cambiato col nuovo segretario, che, in quanto tale, avrebbe poi partecipato alle primarie di coalizione. 
Il fatto che siano state indette “primarie di coalizione” per il premierato con una coalizione ancora in itinere, e che poi si dibatta più su questioni di partito che di governo, è quindi motivo di seria perplessità, ma – volendo – anche di una conferma: l'approssimazione e l'inadeguatezza della nostra attuale classe politica.