martedì 9 settembre 2014

Sponde vere e sponde false

In questi giorni la stampa ha riportato la notizia secondo la quale un noto armatore ha commissionato alcune navi da crociera di nuova concezione, dal ponte delle quali il viaggiatore avrà l'impressione di vedere il mare dalla terraferma. Il viaggiatore lascerà quindi la terraferma di fronte al mare per imbarcarsi su una nave dalla quale vedrà il mare proprio come lo avrebbe visto dalla terraferma.
Si tratta di una scelta strategica - quella dell'armatore – volta a cogliere al meglio l'evoluzione del mercato, essendo ormai sempre meno i terrestri che, quando decidono di imbarcarsi, lo fanno per andar per mare. Ormai si lascia la costa, ci si imbarca su una nave e si va al largo solo per poter vedere meglio com'è il mare dalla costa. Gli armatori di navi da crociera che non si adegueranno saranno ben presto abbandonati dai clienti ed i loro equipaggi passeranno il loro tempo a guardare il mare dalla terraferma, quella vera, con una consunta pipa di cocco in bocca e il berretto sulle ventitré, commiserati dai più.

Si va verso la società del terzo millennio, quella nella quale l'apparenza supera in valore la realtà e dove, partendo dal reale, ci s'imbarca verso l'irreale per vedere meglio il mondo da una sponda falsa che dia l'impressione di essere quella vera - e tanto più questa falsa impressione si avvicinerà al vero quanto più essa ci soddisferà. Naturalmente il massimo sarebbe che quella agognata falsità fosse vera, ma allora dovremmo ricominciare daccapo. Sarà la nave giusta, quella sulla quale ci stiamo imbarcando? Ci porterà verso un mondo nuovo sì, ma anche apparente. Quello reale lo lasciamo tutto ai vecchi marinai disoccupati rimasti a scrutare il mare dalla terraferma. Quella vera. Sperando che ci facciano un po' di posto, lì sulla panchina in fondo al molo.

giovedì 7 agosto 2014

L'anello Passo della Futa - Monte Gàzzaro - Osteria Bruciata - Passo della Futa

   L'anello del Monte Gàzzaro percorre una frazione - circa 11 Km -  di una  delle tappe giornaliere del "Cammino degli dei", il percorso appenninico che unisce Bologna e Firenze su un itinerario naturalistico di oltre 120 Km e che, sia pure con alcune variazioni, passa per Sasso Marconi, Monzuno, Madonna dei Fornelli, Passo della Futa, Osteria Bruciata, Sant'Agata, San Piero a Sieve, Bivigliano e Fiesole. Un po' diverso era il percorso narrato nel film di Pupi Avati "Una gita scolastica" del 1983, che entrava in Toscana dal versante pistoiese anziché da quello fiorentino, da Porretta anzichè dalla Futa: ma l'avventura è quella. 
   Tornando alla mini versione affrontata il 6 agosto scorso, l'anello del Monte Gàzzaro inizia appunto dal Passo della Futa. In particolare, provenendo in auto da Firenze, occorre prendere la deviazione per Firenzuola prima di arrivare proprio al Passo, e cioè occorre imboccare la strada che poi passa per Cornacchiaia (e quindi non quella che, dopo il Passo, prosegue per la Raticosa attraversando Covigliaio ed ha anch'essa una deviazione per Firenzuola).
   Subito dopo aver imboccato questa strada, sulla destra si trova uno spiazzo di parcheggio con una cabina elettrica. Da lì inizia il sentiero "00" che porta al Monte Gazzaro e al Passo dell'Osteria Bruciata, da dove poi si diramano vari sentieri: per Castro San Martino (di nuovo sulla strada per Firenzuola), per il Passo del Giogo, per Sant'Agata del Mugello, per Marcoiano e per Castellana. Vedremo poi che è proprio quest'ultima direzione (Castellana, sentiero 50) quella che occorre prendere dall'Osteria Bruciata per completare l'anello del Monte Gàzzaro, con una successiva deviazione attraverso il sentiero 12 che risale il pendio fino a tornare sul crinale ove si ritrova il sentiero 00 che a destra va sul Gàzzaro e a sinistra torna alla Futa.
   Il sentiero 00 inizia in salita e, come molti altri tratti del percorso, è caratterizzato da profondi solchi causati dallo scorrimento delle acque piovane ma anche - come attestano le impronte sul fango - da moto da cross. Questi solchi in alcuni punti rendono disagevole il cammino restringendo la zona calpestabile del terreno. Si procede con salite a volte anche ripide, inoltrandoci presto in un fitto bosco. Il sentiero è ampio e ben tenuto. Dopo un po' si incontra sulla sinistra un grande pannello ripetitore, poi alcune discese alternate alla predominante salita, con tratti fuori dal bosco circondati da felci. Dopo circa cinquanta minuti si giunge all'intersecazione col sentiero - con relativa indicazione - che sale da valle e che proviene dall'Osteria Bruciata (raggiungibile quindi anche da qui, se si sceglie di abbandonare la salita al Monte Gàzzaro).
  Si procede con vari saliscendi (più sali che scendi, comunque)  e si comincia a scorgere l'alta antenna del Monte. Quando la si è quasi raggiunta - circa un'ora e mezzo dall'inizio del sentiero -  si vede anche la Croce e la piccola nicchia dove si trova, in una custodia di metallo, il libro dei viandanti. Il punto è molto panoramico, ma - nonostante la giornata sia splendida ed il cielo abbastanza pulito per la pioggia del giorno precedente - non si scorge certo il Mar Tirreno e le isole dell'arcipelago, come alcune guide raccontano.  Non siamo tuttavia proprio sulla vetta del Gàzzaro, che si raggiunge dopo un po' proseguendo lungo lo stesso sentiero che continua a salire, inizialmente in mezzo al prato e poi inoltrandosi nel bosco. La prossima meta è il Passo dell'Osteria Bruciata. Un cartello indica una breve deviazione a destra per un punto panoramico sul versante che guarda la vallata sottostante. La discesa è un po' problematica per la forte pendenza ed il terreno non molto stabile e, in caso di recenti piogge, anche assai scivoloso. Conviene essere muniti di un solido bastone ed aiutarsi tenendosi alle piante che costeggiano il sentiero, che in alcuni punti è corredato di catenelle metalliche per un appiglio in caso di scivolamenti. La discesa appare lunga, più lunga di quanto non sia in realtà, anche per il fastidio causato dalle problematicità del sentiero. Dopo un po' si inizia a scorgere, in basso a destra, un sentiero largo: è il n. 50 proveniente dall'Osteria Bruciata che si dovrà poi percorrere per chiudere l'anello. 
   Dopo circa due ore e mezzo dalla partenza, si giunge finalmente al passo dell'Osteria Bruciata, indicato da un cippo triangolare in pietra in ricordo della vecchia Osteria. La leggenda narra che l'oste era solito uccidere nel sonno i viandanti ai quali dava alloggio per poi derubarli. Quando fu scoperto, la vendetta si realizzò dando fuoco all'osteria (e, si immagina, anche all'oste). Ci si trova su uno spiazzo pianeggiante privo di ogni struttura al di là del cippo e dei cartelli dei sei sentieri che lì si incrociano: in senso orario, quello appena percorso che viene dal Gàzzaro, quello che viene da Castro San Martino e quindi da Firenzuola, quello che viene dal Passo del Giogo, quello che va verso Sant'Agata, quello per Marcoiano e quello per Castellana. Per l'escursione con partenza e ritorno al Passo della Futa, l'Osteria bruciata è il punto ideale per fermarsi a mangiare sul prato. Si riparte prendendo il sentiero 50 per Castellana, molto fangoso in caso di piogge recenti e martoriato dai profondi solchi causati dall'acqua e dalle moto da cross. Dopo circa dieci minuti, sulla destra c'è l'indicazione di una vicina sorgente; poco dopo inizia sulla sinistra il sentiero 48 per Marcoiano, da ignorare. Il sentiero alterna salite, discese e tratti pianeggianti, quasi sempre all'ombra di alti faggi. Si attraversano vari rigagnoli d'acqua. Si ignorano vari accenni di deviazioni sulla destra fino a trovare quella giusta chiaramente segnalata da un cartello che indica la via per il ricongiungimento col sentiero 00 della Futa. La salita sempre in mezzo ai faggi, a tratti molto ripida, è più lunga del previsto (in salita accade spesso...). 
   Si giunge infine ad incrociare il sentiero 00, che si prende a sinistra in direzione del Passo della Futa. Si incontra il pannello già trovato all'andata e si arriva dopo un po' allo spiazzo sulla strada per Firenzuola: in tutto circa 4 ore e 40, escluse le soste.

   Si tratta di un'escursione molto bella ed alla portata anche di chi non è un camminatore esperto, anche se il tratto in discesa dal Gàzzaro all'Osteria Bruciata richiede moltissima attenzione. Si attraversa un paesaggio naturalistico dal quale si tengono ancora lontani i segni della vita moderna di tutti i giorni, con le sole eccezioni del grande ripetitore rettangolare e delle impronte delle moto che danneggiano il sentiero con profonde incisioni. In più punti la vista spazia ora sul versante del Mugello, nel quale domina la vista dall'alto del Lago di Bilancino, ora sulla conca di Firenzuola e verso la cerchia di monti che la cingono a settentrione. Sarebbe interessante poter conoscere il nome di quelle lontane giogaie che si susseguono limpide di fronte a noi e che restano invece anonime, ma questo forse - a ben pensarci - aumenta l'arcana suggestione che avvolge l'affaticato ma soddisfatto escursionista.

   Capita di imbattersi nelle allegre brigate di ragazzi che percorrono il "sentiero degli dei" e, se ci si ferma a scambiare con loro due chiacchiere, magari durante lo spuntino all'Osteria Bruciata, può capitare di rimanere sorpresi dalla riflessione che loro spontaneamente ti fanno sul contrasto tra i cinque-sei giorni che hanno deciso di impiegare per attraversare a piedi l'Appennino ed i trentacinque minuti che invece servono per coprire la stessa distanza grazie all'Alta Velocità sulla nuova linea ferroviaria Bologna-Firenze. Soluzioni diverse per esigenze diverse, ma è bello constatare la sopravvivenza di un desiderio di immersione nel territorio per viverlo, pagando generosamente il prezzo di una fatica che alla fine cessa di essere un corrispettivo per un bene desiderato, per confondersi col bene stesso aumentandolo di valore.

venerdì 1 agosto 2014

"La compagnia di Ramazzotto" di Carlo Flamigni - Ed Sellerio


    Chi non sia un cultore di storia scoprirà cosa sia la compagnia di Ramazzotto solo verso fine del romanzo, dove troverà anche una dotta citazione dalla Storia d'Italia di Francesco Guicciardini;  questo curioso riferimento è l'elemento più sapido dell'intero romanzo, al quale quindi giustamente dà il titolo. La romagnola compagnia di Ramazzotto di Flamigni è quella composta dai vari personaggi “buoni”, una specie di armata brancaleone un po' scalcagnata e incerottata; in quella storica, rievocata dal Guicciardini, uno era cieco, uno era zoppo, e quello davanti, che teneva lo scudo ("scud") morì per via d'uno sputo ("spud").
   I personaggi di questa vicenda ambientata in Romagna, par di capire tra Cesena, Forlì e Rimini con qualche necessaria puntata nell'emiliana Bologna sede universitaria, sono tutti molto improbabili. Primo Casadei, il protagonista, ha una moglie cinese - che parla romagnolo stretto e che della cucina locale è una maga – e due gemelline; la famigliola vive ospite in casa di un anziano amico, chiamato Proverbio per la sua tendenza ad esprimersi coi motti della vecchia saggezza romagnola. Con loro vive anche un certo Pavolone, giovane solitario e bonario che la natura ha beneficiato solo nel fisico possente, con un solo punto debole causato da un'improvvida liposuzione. Perché queste sei persone vivano insieme non è dato sapere, se si eccettua il vincolo di amicizia tra Primo e Proverbio, padrone di casa.
   La vicenda trae origine da un delitto: l'uccisione di un docente universitario – il bravo, buono e di sinistra Prof. Stelio Benelli, ordinario di chimica – nell'ambito di un torbido intrigo sorto attorno alla distribuzione di alcune cattedre e  all'elezione del nuovo Rettore, attorno al quale – a sua volta – ruoterebbe un progetto speculativo per la realizzazione sulla costa romagnola di una sede distaccata dell'Università. Benelli, nonostante avesse ricevuto varie sollecitazioni, non corre per il prestigioso incarico, ma appoggia uno dei due candidati (ovviamente quello buono). 
   Nella rossa Romagna, questa speculazione per un intervento pubblico su aree acquistate appositamente dai comuni da parte di una vasta congrega di malavitosi vicini alla destra (come lo è uno dei due candidati a Rettore, che è ovviamente della partita), avverrebbe ovviamente all'insaputa delle amministrazioni locali, che essendo rosse non possono che essere aliene da ogni contaminazione affaristica - ma d'altronde deve esser così, altrimenti il romanzo lo si sarebbe dovuto ambientare in altra parte d'Italia. L'autore deve avvertire l'inverosimiglianza della rappresentazione, ed infatti ad un certo punto fa intervenire un assessore che sull'argomento si addentra in un oscuro e sofferto discorso dal quale gli interlocutori - ma anche molti lettori - non ci capiscono molto, se non che la politica che governa quelle terre è ovviamente candida (o meglio rossa) come un giglio ... pur non essendolo (e non essendolo, ovviamente, con suo grande dolore).  Cioè, ci vuol dire Flamigni (che a quella politica attiva non deve essere estraneo), candida lo è per definizione, e tanto deve bastare anche al buon Balilla, vecchio compagno d'altri tempi, che assiste sconcertato alle spiegazioni del compagno assessore. 
   Parte quindi un'indagine parallela da parte della compagnia di Ramazzotto - Primo Casadei, Proverbio, Pavolone ecc. - con la partecipazione straordinaria di Mirta, vedova del povero Stelio Benelli ed ex fiamma di Primo. Quest'ultimo, pur arruolato, nell'esercito dei buoni, ha qualche sassolino nella scarpa per le sue giovanili frequentazioni nella manovalanza a favore di un malavitoso napoletano che ha un proprio centro d'affari anche nella zona romagnola. Tuttavia, cessato questo pericoloso impiego, Primo è diventato uno scrittore affermato ed un appassionato di storia. A volte accade, perché no.
   Ovviamente, dopo alcuni ammazzamenti e varie ammaccature, il caso viene risolto, ma il finale lascia intravedere come il Casadei non abbia abbandonato del tutto alcune inquietanti abitudini risalenti alla sua prima vita.

   Nel romanzo si fa largo uso di espressioni dialettali in romagnolo stretto, quasi sempre tradotte; ed è un bene perché a differenza del siciliano di Camilleri – comprensibile anche con un minimo sforzo - il romagnolo di Flamigni sarebbe, per chi non è romagnolo, assolutamente incomprensibile. Tradotte, e quindi rilette conoscendone il significato, quelle espressioni diventano invece chiarissime e gustosissime, come gustoso è sentir parlare un romagnolo. Deve dipender anche dalla diversa attitudine delle due parlate ad essere espresse per scritto. O anche dal fatto - che forse è la stessa cosa - che il siciliano è più vicino all'italiano del romagnolo. 

   "La compagnia di Ramazzotto" è un romanzo che non fa economie di banalità e di situazioni improbabili; l'unica cosa non improbabile è la buona qualità di scrittura dell'autore, che - pur essendo professore di Ginecologia ed Ostetricia all'Università di Bologna - sa condurre bene la danza letteraria lungo le sue duecentocinquanta pagine, le quali, altrimenti, avrebbero in molti punti, e anche nel loro complesso, rasentato il ridicolo - che è qualcosa di diverso da quel sottile humour ironico che  talora valorizza testi di questo genere.  

   Se il genere “noir” si differenzia dal giallo per il fatto che in esso sono i personaggi ed i loro risvolti, più che la trama e l'indagine, ad essere in prima linea, “La compagnia di Ramazzotto” di Carlo Flamigni dovrebbe essere catalogato tra i “noir”, dato che qui la trama a volte sfugge, passa attraverso forzature e banalità, percorre sentieri precari e improbabili. Però, a ben vedere, assai improbabili sono anche i personaggi, e quindi conviene lasciar perdere l'esatta collocazione del romanzo nell'uno o nell'altro genere, anche perché - ove la confusione non bastasse - gli elementi un po' comici (e non sempre volontari...) contribuiscono a renderla oltremodo difficoltosa. 

martedì 24 giugno 2014

Il "nuovo Senato" fa tornare alla ribalta l'immunità parlamentare

La recente ipotesi di accordo sulla riforma del Senato ha riportato alla ribalta il tema della immunità parlamentare. 
L'immunità fu prevista dalla Costituzione per porre un argine alle iniziative giudiziarie ai danni di parlamentari scomodi per il potere, come era accaduto spesso durante il ventennio fascista.
L'immunità ha un senso quando vi sia una contaminazione reciproca tra il potere giudiziario e parti della politica.
L'immunità è invece un privilegio ingiustificato quando il potere giudiziario ha fama di indipendenza, tanto che solo pochi faziosi possano seriamente sostenere che un'azione penale contro un parlamentare sia originata da lotta politica.
A questi fini, che l'ordine giudiziario si atteggi nel primo o nel secondo modo non è solo un dato oggettivo, ma dipende dalla credibilità che esso si è meritato nell'opinione dei cittadini: questa credibilità, che ovviamente non può essere totale, deve essere comunque vasta e diffusa nelle varie componenti della società senza distinzione di appartenenza partitica.
Si potrebbe seriamente riflettere in quale situazione ci troviamo oggi, e poi decidere se l'immunità - purtroppo - serva oppure sia - per fortuna - un inaccettabile privilegio.
Peraltro la credibilità dell'ordine giudiziario può essere messa in dubbio non tanto dall'esercizio dell'azione penale, fondata, contro alcuni presunti colpevoli, quanto anche dall'omissione verso altri anch'essi fondatamente presunti colpevoli. Forse è questo il problema più attuale e spinoso: che vi sia cioè in Italia, per alcuni, una immunità parlamentare nascosta e sotterranea, che, proprio per questo, è difficile abolire per legge. 

mercoledì 4 giugno 2014

I moderati italiani e le elezioni

Le recenti elezioni europee in Italia hanno indotto molti commentatori a celebrare - assieme al successo renziano - la definitiva scomparsa dei "moderati", attestata da quello 0,7% del partito montiano e del risultato modesto ottenuto dal neo partito di Alfano.
Ma chi sono - o sono stati ... - i moderati? 
 E' difficile definire i moderati italiani in politica.
In maniera un po' brutale si potrebbero definire moderati coloro i quali - in Italia - hanno in ùggia la sinistra per la sua vuota retorica e per il velleitarismo un po' minaccioso che colora l'aspirazione alla giustizia sociale. Anche i moderati sono solidali - non molti per la verità - ma vedono la strada verso la giustizia sociale come una strada non punitiva. Non vogliono, i moderati, redistribuire la ricchezza togliendone un po' a qualcuno per darla ad altri; vorrebbero crearne di più, così che ce ne fosse per tutti. Non necessariamente nella stessa misura, ma sufficiente per tutti. Sono un po' restii a cedere la loro, di ricchezza (quando ce l'hanno) ma non aspirano ad ingigantire le differenze sociali, vorrebbero anzi ridurle, per stare più tranquilli - loro massima aspirazione. 
I moderati italiani hanno effettivamente meno remore verso la destra ed a volte la votano: quando lo ritengono indispensabile per non  far vincere la sinistra, della quale hanno sempre diffidato senza mai essersi dovuti rammaricare di averlo fatto. Anzi: nel 1948 impedirono un bel guaio; furono degli eroi. E, forse esagerando nel timore per la sinistra, nel 1994 ripeterono la stessa operazione riuscendo in exstremis a tener fuori dal governo la sinistra guidata da Occhetto che pareva non avere più rivali.  Scese in campo Berlusconi, e vinse; ma  se nel 1994 fosse sceso in campo, contro la sinistra, Paolino Paperino da Paperopoli, avrebbe vinto lui. Ci sono riusciti sempre, a ben vedere, a non  far vincere la sinistra: con la DC per quaranta anni, con Berlusconi per venti, l'anno scorso con Grillo. 
Ma anche la destra a volte li spaventa: quando è troppo oltranzista. In questi casi cercano altre nicchie. 
I moderati italiani sono da venti anni senza casa e devono vivere in casa d'altri: negli ultimi anni, un po' nel PD, un po' con Berlusconi, un po' nei vari partitini di centro. Non molti nel PD, quando imperava la Ditta di Bersani e predecessori. I moderati italiani possono anche votare PD, ma senza trasporto e - soprattutto - non è per il fatto di votarlo che diventano di sinistra. Errore gravissimo il crederlo.
Bersani, l'anno scorso, sottovalutò i moderati e si alleò con Vendola per un "governo di cambiamento". Niente può insospettire di più i moderati italiani.  Così Bersani prese il 25% e perse elezioni già vinte, come Occhetto nel 1994.
Renzi quest'anno - che i moderati li conosce bene -  sapeva dove erano, è andato a cercarli con la faccia giusta per vincere la loro diffidenza e li ha trovati. Anziché il 25% ha avuto il 41%.
Ma è lui che è andato da loro, non loro da lui. Loro, non sono diventati di sinistra (figurarsi!): son rimasti quel che sono sempre stati. Moderati. Non è stata la montagna ad andare a Maometto, ma Maometto (il PD di Renzi) ad andare alla montagna. Finché Maometto resta lì sulla montagna, tutti insieme fanno il 41% o anche più. Ma se Maometto torna a casa, la montagna non lo segue, rimane dove è sempre stata, magari un po' dispersa, ma sempre sufficiente ad impedire che la sinistra vinca le elezioni in Italia.
I moderati italiani sono in realtà lo zoccolo duro dell'elettorato. Da quando non hanno più un loro partito, accettano di essere ospitati ora qui e ora là e, nell'imbarazzo di essere senza fissa dimora, fanno finta di  non esserci. Ma vincono sempre loro.

lunedì 24 marzo 2014

Caso Moro: i misteri fasulli ed il mistero vero.

Tornano in questi giorni gli echi del caso Moro. Si legge di presunte rivelazioni secondo le quali in via Fani quel fatidico 16 marzo 1978 sarebbe stata discretamente presente una moto con a bordo due agenti dei servizi con lo scopo di guardare le spalle alle Brigate Rosse che dovevano rapire Moro e uccidere la sua scorta.  Da più parti è venuto il commento: "Eh, lo sapevamo".
Si ha l'impressione che vi sia una diffusa illusione di sapere tutto, forse troppo, sul caso Moro. Si può invece credere che si sappia ancora ben poco e che storicamente vadano assunte con la dovuta prudenza le periodiche "rivelazioni" come quella di questi giorni, o come quella della quale si è fatto ingenuamente portavoce Ferdinando Imposimato nel suo libro "I 55 giorni che cambiarono l'Italia", della quale ha fatto giustizia la magistratura con l'incriminazione della sua fonte (si veda, su questo blog, il post del 9.11.2013 "Tecniche d'indagine italiane").
Moro fu rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse, che erano appunto rosse come ebbe a rammaricarsi - e non a nascondere - l'indimenticato Sandro Pertini. Le Brigate Rosse operavano in Italia da diversi anni prima di quel 1978 e continuarono poi per qualche altro anno a spargere sangue: non erano quindi un fenomeno posticcio creato ad arte dalla CIA per far fuori Moro. Per il KGB russo il discorso potrebbe essere diverso: le Brigate Rosse venivano addestrate militarmente e strategicamente nei paesi del blocco sovietico.
Quando fu rapito ed ucciso, Moro stava facendo fare i primi concreti passi ad un progetto politico che allarmava USA e URSS in pari misura, o forse più l'URSS degli USA. E qui viene il vero grande mistero storico del caso Moro. Perché il PCI, la sinistra DC, Andreotti e Cossiga - i suoi variegati alleati - furono i più strenui sostenitori della cosiddetta "linea della fermezza" e cioè - fuor di metafora - dell'uccisione di Moro, poiché era anche allora chiaro a tutti che non trattare voleva dire far uccidere il presidente della DC? La motivazione ufficiale fu quella dell'affermazione dell'inflessibilità dello Stato, del suo non piegarsi agli eversori. Curioso che lo Stato Italiano solo in quella occasione abbia ritenuto necessario tenere la schiena dritta. Curioso, e sospetto. Si sapeva che la morte di Moro avrebbe affossato un progetto che indisponeva entrambe le opposte sponde della guerra fredda, ma questo non è certo un mistero, non è certo questo il mistero: non sarebbe stata la prima volta quella di una convergenza su un obbiettivo che avrebbe favorito entrambi. Il vero grande mistero è un altro: perché una larga parte della politica italiana, ben sapendo che il rifiuto della trattativa avrebbe comportato l'esecuzione della pena capitale, volle la morte di Moro? La motivazione della “fermezza dello Stato” non regge: smentita dai fatti in tutti gli altri casi precedenti e successivi. No, quella volta, anche in assenza di una complicità sul suo rapimento, la politica italiana colse lesta l'occasione per sbarazzarsi di Moro. Perché? E' questo che non sappiamo ed è la lacuna storica più grande.

Oggi, mentre ricordiamo con un film il trentennale della morte di Enrico Berlinguer (1984) sarebbe il caso di abbandonare i fatui “lo sapevamo” coi quali accogliamo le periodiche rivelazioni e – partendo dall'analisi storica di quel grand'uomo che fu Berlinguer – cercar di capire perché quegli uomini, dei quali egli fu il leader più duro ed irremovibile, vollero che Moro non tornasse più tra loro. Il film di Veltroni non è ancora uscito, ma pare che non si ponga   questa domanda, la cui risposta sarebbe l'alfa e l'omega della storia d'Italia degli ultimi quaranta anni.   

domenica 23 marzo 2014

In viaggio con don Cuba

Fino al 2 aprile prossimo si può visitare a Firenze la mostra “In viaggio con don Cuba” nella galleria delle Carrozze al piano terreno del palazzo Medici Riccardi (orario 11-19; chiuso il lunedì).
E' un allestimento curato da Lorenzo Bojola che ci fa percorrere lo straordinario viaggio compiuto da don Danilo Cubattoli nel 1954, assieme all'amico Steve (Stefano Ugolini), attraverso tre continenti – Europa, Asia, Africa – su due moto Motom Delfino; quella di Don Cuba accoglie il visitatore proprio all'ingresso.
Don Cuba, ordinato sacerdote nel 1948, era originario di San Donato in Poggio, dove era nato nel 1922 e nel cui cimitero riposa dal dicembre del 2006. Prete sui generis ma mai ribelle, poco adatto alla cura parrocchiale, dove le anime vengono da sole, e sempre “proiettato in fuori” a cercare quelle lontane. Diceva di essersi fatto prete per quelli che avevano a noia i preti. Bisognava quindi andare a cercarli, costoro, nei bar di San Frediano, dove nella miseria del dopoguerra si consumavano in pari dose vino e bestemmie; o tra i ladruncoli di Piazza de' Nerli o di via del Campuccio; o fra i ragazzacci delle bande di Via del Piaggione o di Piazza del Carmine. E poi i carcerati, prima alle Murate, dopo a Sollicciano. Il suo rapporto con San Frediano durato tutta la vita era nato ai tempi del seminario di Cestello, durante la guerra e la fame di quella gente. "S'ha fame a pane": era il grido che Don Cuba raccontava di udire dalle finestre del seminario. Pane, non brioche. "Babbo, bisogna che tu mi porti un po' di filoni di pane, per questi ragazzi". E il babbo, da San Donato in Poggio, glieli portava. Era lui a cercare gli altri, ma chi lo cercava, lo trovava: o in San Frediano, o alla Villa Favorita del Galluzzo dove viveva presso le suore elisabettine, o – d'estate – alla colonia di Molino a Fuoco vicino a Vada. Negli ultimi anni, quando erano ormai entrambi vecchi, Steve, per invitarlo a pranzo, gli metteva un bigliettino sotto il sellino della moto parcheggiata davanti a Sollicciano e lui la domenica si presentava con un carcerato che gli era stato affidato e con semplicità spiegava alla moglie di Steve, nel quieto dopopranzo, che quell'uomo silenzioso e sorridente – che nel frattempo era uscito in giardino a giocare coi figli della coppia - era in carcere per aver ucciso due bambini, anni prima. Cuba era introvabile solo in occasione delle mostre del cinema, sua grande passione perché strumento di dialogo e di avvicinamento. Cuba accompagnò al cimitero di Mercatale Pietro Pacciani e lo benedisse, in un funerale a due – prete e morto, nessun altro aveva osato essere presente. Quel giorno il Cuba aveva veramente raggiunto l'ultimo uomo del mondo. Un viaggio lunghissimo e periglioso ben più di quello in Africa.


Don Danilo Cubattoli (1922 - 2006)

Percorrendo la sala delle Carrozze ci si sofferma sulle varie tappe del viaggio e sugli eventi avventurosi che un'impresa del genere porta con sé. Sì. Tutto molto interessante ed in certi momenti il cuore sale in gola al visitatore che ha la fortuna di avere dei ricordi diretti. Ma una domanda si insinua, indiscreta e fastidiosa. Perché? Cosa spinse Don Cuba a fare quel viaggio che mise in apprensione i suoi amici, il babbo, la sorella, il cardinale Dalla Costa che gli aveva dato il permesso, il sindaco La Pira, la Ghita Vogel, la Fioretta Mazzei, le suorine della Favorita Suor Rina, Suor Germana, Suor Barbarina, Suor Evangelina?
Certo, Cuba voleva celebrare la messa sul Kilimangiaro, in onore dei lavoratori di tutto il mondo. E lo fece. Voleva trovare la tomba del sanfredianino Dante Cellai nella distesa di croci di El Alamein, per portarne una foto alla mamma. E lo fece. Voleva portare i messaggi di La Pira alle varie personalità dei paesi attraversati, e lo fece. Doveva scrivere qualche reportage per il “Giornale del mattino” in cambio di un modesto aiuto per le spese. Mah .. era questo che spinse Cuba a quel viaggio?
Nel fascicolo che illustra la mostra ad un certo punto si leggono queste parole della moglie di Steve: “Se tu avessi chiesto direttamente al Cuba quali furono i motivi di quel viaggio, lui ti avrebbe risposto, semplicemente, che era una bella avventura per conoscere il mondo.” Risposta probabilmente vera; semplice, ma coerente con la semplicità del Cuba, per il quale molte cose erano semplici perché egli andava oltre di esse e sapeva quanto solide e chiare fossero le fondamenta sulle quali poggiavano. La semplicità c'era, ed era vera, ma era un po' più in là di quella che tutti potevano vedere.
Rimuginando su questo interrogativo non risolto da risposte parziali e mai del tutto soddisfacenti, un paio di giorni dopo mi capita l'inatteso dono di leggere sul Corriere della Sera di domenica 9 marzo l'appunto del cardinale di Cuba (o perbacco, le coincidenze!) Jaime Lucas Ortega y Alamino nel quale l'elettore papale riporta le parole pronunciate dal cardinale Jorge Mario Bergoglio il 9 marzo dell'anno scorso, in una delle riunioni che precedettero il conclave. “Nell'Apocalisse Gesù dice che Lui sta sulla soglia e chiama. Evidentemente il testo si riferisce al fatto che Lui sta fuori dalla porta e bussa per entrare ... Però a volte penso che Gesù bussi da dentro, perché lo lasciamo uscire ... Pensando al prossimo Papa: un uomo che, attraverso la contemplazione di Gesù Cristo e l'adorazione di Gesù Cristo aiuti la Chiesa a uscire da sé stessa verso le periferie esistenziali ...”.

Ecco com'è nato quel viaggio: Don Cuba ha bussato da dentro.



Galluzzo - Villa Favorita - La "Motom Delfino" di don Cuba
Luglio 1955