sabato 6 aprile 2013

Forse il sole c'è ancora

Sembra incredibile, ma da ieri circola una notizia buona. Sembrava che non ce ne fosse più spazio, ed invece forse c'è. La Richard Ginori di Sesto Fiorentino interessa a Gucci. Il gruppo del lusso potrebbe salvare la storica manifattura, e di conseguenza potrebbe salvare le famiglie di chi ci lavora.
Chissà come andrà a finire. Ma se dovesse andare a finire bene sarebbe un buon segno: per la Richard Ginori, per le famiglie dei lavoratori, e  per tutti. Vorrebbe dire che dopo tanto nero, dopo tanti reiterati rovesci in ogni campo,  la tendenza si inverte,  la ruota ricomincia a girare per il verso giusto, o per lo meno  non ha perduto definitivamente l'attitudine a farlo. Un raggio di sole dopo tanta pioggia.

venerdì 5 aprile 2013

Il volo del passero


Sul Corriere della Sera di oggi  vi è un articolo di Maria Teresa Meli sulle voci - finora molto flebili - di una scissione del PD,  con l'ala sinistra e la componente bersaniana le quali - se non andasse in porto il progetto di "governo di cambiamento" con Grillo e prendesse piede Renzi -  potrebbero decidere di andarsene per unirsi a Vendola, Ingroia e Diliberto. In proposito l'articolo ricorda una vecchia citazione di Bertinotti  sulla "diversità" che esisteva all'epoca tra Rifondazione Comunista e il PDS (poi DS, poi PD). La citazione è questa:  “I merli coi merli, i passeri coi passeri”.  A ben vedere, essa indica  il modo di superare le ambiguità dell'offerta politica italiana dal 1994 ai giorni nostri. 
Oggi nel PD c'è la sinistra (i merli) che convive con i riformisti (i passeri domestici); nel PDL ci sono i liberali (i passeri italici) in coabitazione con la  destra (i corvi). Due connubi innaturali, conseguenza obbligata di un bipartitismo che però ormai si sta sgretolando. I riformisti stanno nel PD soprattutto perché detestano la destra; i liberali stanno nel PDL solo perché dall'altra parte c'è anche la sinistra. Ma le due famiglie di passeri, ora divise, sono più affini tra di loro che non alla parte radicale con la quale ciascuna di esse convive. Se i merli del PD se ne vanno per conto loro e si aggregano ad altri merli (Ingroia, Vendola), i passeri del PD (quelli domestici) si liberano da una relazione innaturale. Ma questa separazione probabilmente ne consentirebbe subito un'altra: i liberali del PDL (i passeri italici) potrebbero lasciare al loro nero destino i corvi della destra, dopo di che la famiglia dei passeri - italici, domestici e la recente varietà ibrida chiamata "passer solitarius" (volgarmente detta “sceltacivica”) - potrebbe riunirsi e così ognuno avrebbe il proprio nido: i merli, i passeri e i corvi. Ciascuno il suo.
Fuor di metafora, avremmo una sinistra (da Bersani a Diliberto), un centro e una destra (quest'ultima costituita solo dagli irriducibili berlusconiani, guidati da un leader quasi ottantenne). Tra tutti questi volatili finalmente  in pace con la rispettiva natura resterebbe poco spazio per i grilli. Così, nell'arco di pochi anni avremmo semplicemente un partito progressista ed un partito conservatore (Wights e Tories; SPD e CDU), con qualche frangia radicale, ininfluente ma necessaria, a destra e a sinistra e qualche residuo frinito del grillo campestre. Saremmo un Paese normale. Ma devono muoversi in volo i passeri domestici, anche se dovessero temporeggiare i merli. 

mercoledì 3 aprile 2013

Bersani, la botte piena e la moglie ubriaca.


E' difficile comprendere Bersani. 
Se trova l'accordo col M5S avrà al Senato una maggioranza con una quindicina di voti di margine e potrà governare (sia pure con i "demagoghi, populisti, euroscettici" contro i quali aveva tuonato assieme a Monti in campagna elettorale). Ma il M5S è ormai un mese che gli fa le pernacchie e prima o poi lo denuncerà per stalking. Comunque, se pensa di farcela a convincere Grillo si dia da fare, e auguri. 
Bersani non può però pensare che un Presidente della Repubblica serio lo mandi di fronte alle camere fino a che permanga la fondata previsione che la fiducia non la ottenga, viste le dichiarazioni dei rappresentanti dei gruppi parlamentari.  Vorrebbe dire mettere su un governo che, con oggettiva probabilità,  non otterrà la fiducia (se non sottobanco), ma che ciò nonostante - senza aver mai avuto la fiducia di nessuno - resterebbe in carica, sia pure per gli affari correnti (e gestirebbe le prossime elezioni anticipate...). Un governo che tra l'altro rappresenterebbe appena il 29% degli elettori (ed oggi forse anche meno, visti gli ultimi sondaggi di Ballarò), che quindi non rappresenterebbe il restante 71% del Paese  e che si farebbe forte solo del bottino incassato grazie alla legge-truffa (peraltro insufficiente al Senato, ma il premio c'è stato anche lì: 123 senatori su 315 col 31%). 
L'ipotesi voluta da Bersani è costituzionalmente molto dubbia. E' vero che nessun Presidente della Repubblica può prevedere  con certezza se un governo avrà o non avrà la fiducia. Ma se quello che gli riferiscono i rappresentanti dei gruppi parlamentari esclude che una maggioranza possa esservi, nominare comunque un governo e farlo presentare al Parlamento sarebbe una mossa ai limiti della Costituzione, anche se con qualche precedente nella prima Repubblica: Fanfani nel 1987; Tambroni nel 1960 con la conseguenza dei gravi moti di piazza a Genova organizzati dal PCI; a ben vedere lo stesso Berlusconi nel 1994, quando sulla carta gli sarebbe mancato un voto al Senato - ma oggi a Bersani ne mancano 37. Se una tale prassi fosse ritenuta ammissibile, un Presidente "disinvolto" potrebbe mettere su un qualsiasi governo a suo piacimento, farlo presentare alle Camere, farlo bocciare: resterebbe comunque in carica al posto del precedente, sia pure solo per gli affari correnti (che non sono pochi, né di scarsa importanza). Non per niente il saggio Napolitano si è rifiutato di mandare Bersani a cercare la maggioranza al buio di fronte al Parlamento.  Gli mancano 37 voti, non uno o due.
Resta il dubbio che, stando così le cose, in carica per gli affari correnti rimane un governo che non ha legami col rinnovato Parlamento ed il cui leader ha conseguito un risultato elettorale ancor più insoddisfacente di Bersani. Tuttavia l'operatività del governo Monti ha una sua legittimità costituzionale: è un governo che è entrato nel pieno dei poteri avendo avuto la fiducia, che si è dimesso (peraltro senza essere stato sfiduciato), che ha gestito le elezioni perché la Costituzione  così prevede, che è ancora in carica solo perché non c'è nessun altro governo che abbia presentato i requisiti per ottenere la nomina e per potersi presentare alle Camere nel rispetto della Costituzione (e cioè sulla prospettiva fondata  di ottenere la fiducia).  E' molto più coerente con l'impalcatura costituzionale il perdurare del governo Monti piuttosto che la sua sostituzione con un governo Bersani, almeno fintanto che, per quest'ultimo, di prospettiva fondata ci sia solo quella di non poter ottenere la fiducia di entrambe le Camere. E' normale che dopo la fine di una legislatura rimanga in carica il governo precedente per l'ordinaria amministrazione, anche se espressione del precedente Parlamento: è l'assetto previsto dal nostro ordinamento costituzionale. Meno normale è che si passi da un governo a poteri "affievoliti" ad un altro governo con poteri "affievoliti" che nasca solo dalla decisione avventurosa di un Presidente della Repubblica che nomini un governo nella consapevolezza che la fiducia non sarà ottenuta perché così è emerso da ripetute consultazioni con i gruppi parlamentari.    
Cosa direbbe oggi Bersani se, con gli stessi risultati del 24-25 febbraio, ma ribaltati, Berlusconi pretendesse di essere mandato alle Camere in forza - grazie alla legge elettorale - della sua maggioranza assoluta alla Camera e dei sui 123 senatori su 315, sapendo che se la fiducia non la ottenesse, rimarrebbe in carica per gli affari correnti e gestirebbe, lui, le prossime elezioni anticipate? Domanda cattiva, ma con onestà bisogna porsela. Sappiamo cosa direbbe Bersani in questo caso, che è ipotetico ma mica tanto lontano dalla realtà (sarebbe bastato che la Sudtiroler Volkspartei, col suo 0,43%, non si fosse alleata in coalizione col centrosinistra, ma avesse corso da sola: il centrodestra sarebbe rimasto  al suo 29,18% ma il centrosinistra sarebbe sceso al 29,12%; Berlusconi avrebbe oggi la maggioranza assoluta della Camera e quella relativa al Senato, proprio come oggi ce l'ha  Bersani grazie al partito di lingua tedesca dell'Alto Adige).
E' vero che il centrodestra non ha titolo per protestare, perché la legge truffa, a suo tempo, se l'è voluta e se l'è votata pensando di fregare il centrosinistra. Ma i cittadini normali, invece, ce l'hanno eccome il diritto di protestare per una legge che assegna 340 seggi alla Camera su 630 a chi ottenga anche un solo voto più degli altri; anche a chi "vince" solo col 10%, se il secondo arrivato ha il 9,9%.  E peraltro questa legge se la son tenuti tutti stretta, Bersani compreso, che oggi ne è il maggior beneficiario anche se si lamenta di essa (avrebbe anzi desiderato un effetto truffaldino maggiore al Senato; quello della Camera invece gli va bene). 
Stranamente oggi Bersani, secondo alcune notizie di stampa, reclama che i voti del PD non possono valere meno degli altri voti. Si sta evidentemente perdendo il senso della realtà delle cose: in base all'attuale legge elettorale, i voti che ha ottenuto il PD valgono - tradotti in seggi - circa il 40% in più dei voti degli altri. Se neppure così si riesce ad avere la possibilità di governare, bisogna farsi tutt'altro tipo di domande, possibilmente davanti ad uno specchio. 
Lì, di fronte a quello specchio, occorrerebbe chiedersi prima di tutto come sia stato possibile non stravincere elezioni come le ultime, contro un avversario al centro di vicende disgustose, braccato dai pubblici ministeri di mezza Italia, deriso dal consesso internazionale, reduce da un'esperienza di governo disastrosa. Se non si riesce a vincere chiaramente neppure in queste condizioni, allora quando? Però questa domanda si preferisce non porsela, perché se ne conosce già la risposta e la si teme. Ma se si continua a indicare la causa solo nella malvagità del nemico, o nella idiozia dei nostri concittadini elettori che lo votano, o nella loro personale disonestà e complicità, come si è fatto in questi ultimi venti anni, i risultati continueranno ad essere quelli che, appunto, si sono visti negli ultimi venti anni. Forse è il momento di chiedersi se per caso non ci sia qualcosa in noi, che non va. Ma l'attuale classe dirigente al potere nel PD non nutre il minimo dubbio al riguardo, e vuol governare per forza. E allora continui così.
Bersani accusa poi Berlusconi di ostacolare la formazione di un governo di centrosinistra. Quando si attacca Berlusconi, si val sul sicuro su tutti i fronti, tranne che su uno: tranne appunto il fronte sul quale ora si impegna Bersani. Secondo quest'ultimo, quali sarebbero le responsabilità del centrodestra se egli non riesce a fare un governo? Bersani vuole una cosa impossibile: che il PDL stia all'opposizione, ma che gli consenta di avere la fiducia al Senato. E come si fa? Se si dà o si consente la fiducia, non si è - per forza di cose - all'opposizione. E se si sta all'opposizione, vuol dire che non si dà né si consente, neppure con qualche fantasiosa forma di desistenza, la fiducia al governo al quale ci si oppone. E' lapalissiano.  Vuole forse, Bersani, che il PDL proceda all'espulsione di una quarantina di propri senatori - tanti gliene servono - e che questi poi autonomamente decidano di aderire al gruppo del PD? Onestamente: cosa dovrebbe fare Berlusconi per accontentare Bersani, che vuole avere la fiducia nonostante il diniego di Grillo, ma contemporaneamente vuole anche tenere il centrodestra all'opposizione? Se la botte è piena, la moglie non è ubriaca; se la moglie si è ubriacata, la botte non è più piena. A meno che non si pensi che la moglie possa ubriacarsi col vino degli altri, ma difficilmente in politica ciò può accadere gratuitamente. 
L'unica strada di Bersani è quella di convincere Grillo, ma se non ci riesce non può obbligarlo. Se ne faccia una ragione, e il PD trovi altre soluzioni e altri leader. 

lunedì 18 marzo 2013

Benvenuto, Francesco.


Tra i fatti sorprendenti che da qualche giorno attraversano la Chiesa, ve ne sono due che colpiscono particolarmente.
Il primo è l'insistenza con la quale il nuovo Pontefice ha evitato di definirsi “Papa” nel primo saluto di mercoledì sera dal loggiato di San Pietro. Più volte ha usato il termine “vescovo di Roma”, e lo stesso Benedetto XVI è stato definito “vescovo emerito di Roma”. Francesco si sente quindi un vescovo tra i vescovi. Non si sente il monarca assoluto della Chiesa cattolica, ma solo colui che deve farsi carico del maggior dovere di carità nel mondo perché vescovo di Roma e quindi successore di San Pietro. Non è un segno da poco per il futuro, nel quale potrebbero trovare maggiore spazio le voci di una Chiesa che ormai da tempo non è più romano-centrica e che proprio nel Conclave ha trovato il modo di affrancarsi, con abilità e senza clamore, da vecchi legami sempre meno accettati. L'elezione del cardinale Bergoglio, che a quasi tutti è apparsa una sorpresa, ha il sapore di una scelta maturata da tempo e protetta col silenzio fino all'ultimo momento perché non venisse compromessa.
Un ulteriore aspetto che colpisce è il saluto finale che Francesco ha riservato sabato 16 marzo ai rappresentanti dei media di tutto il mondo che avevano seguito quest'ultimo mese di vita della Chiesa. Il Papa ha concluso il suo intervento osservando che il suo uditorio era eterogeneo: cattolici, aderenti ad altre religioni, non credenti. Per questo, ha detto, “non vi benedico” se non nel “mio cuore”. Un gesto di rispetto inatteso,  quasi “anticlericale” potrebbe dirsi, che lascia sbigottiti dall'ammirazione.

giovedì 28 febbraio 2013

Matrimoni politici imprevedibili e talora ineludibili


L'esito delle elezioni politiche ha visto cadere la prospettiva di governo autonomo del centrosinistra ed ora sta affiorando un convergente favore dei sostenitori del PD e del M5S per un accordo tra questi due gruppi parlamentari. Sia pure limitato per ora alla base elettorale, almeno per quanto riguarda il M5S, l'imprevisto colpo di fulmine dopo mesi di vituperi reciproci è scoccato con l'apertura avanzata da Bersani. Come prima ipotesi si poteva dar per certo che prima di esplicitare ufficialmente una simile e rilevante posizione vi fosse stato  un qualche preventivo approccio di esito almeno non negativo con l'interlocutore. Così si credeva che operassero gli statisti e che così fosse accaduto, ma evidentemente, visti gli insulti che Bersani ha subito ricevuto in risposta, ci si sbagliava. Non c'era stato nessun sondaggio preventivo. Ma è possibile che il capo del centrosinistra abbia parlato di prospettive politiche come possono farlo i suoi compaesani al tavolo del tressette della Casa del Popolo di Bettola: d'istinto e di pancia, un po' a vanvera, senza preoccuparsi delle reazioni? Potrebbero esservi quindi altre spiegazioni che rendano maggior onore almeno alla furbizia di Bersani, se non alle sue doti di statista. La prima è che la replica umiliante che egli ha ricevuto sia stata ricercata volutamente, allo scopo di avere l'alibi per seguire strade opposte e molto osteggiate dalla base del suo partito: “Volevamo fare un accordo a sinistra con Grillo, ma avete visto com'è andata. Ora non c'è altra alternativa che turarsi il naso e ricercare intese a tempo col centrodestra”. L'altra chiave di lettura, più in linea con l'etica della seconda Repubblica e che forse vedremo concretizzarsi nelle prossime settimane, potrebbe essere quella di un tentativo di far emergere nel gruppo senatoriale M5S le posizioni più favorevoli all'accordo col PD per preparare la strada ad una fuoriuscita di “responsabili” neo-scilipotiani che vadano a costituire un raggruppamento autonomo per sostenere organicamente e stabilmente di un governo PD-SEL. Di queste tre ipotesi, non so quale sia la più preoccupante.
Su un piano più sostanziale, in merito ad un possibile accordo tra PD-SEL e il M5S riesce difficile convincersi che un governo del genere possa dar vita ad una azione concorde ed organica. Inoltre sfugge a molti che questa soluzione incoronerebbe di nuovo Silvio Berlusconi come Capo Unico dell'Opposizione e ne farebbe il probabile vincitore al prossimo turno (ha quasi vinto questa volta... ed è tutto dire). Vi sono quattro o cinque argomenti sui quali i programmi dei due schieramenti possono trovare conciliazione, ma la situazione attuale richiede azioni incisive di largo spettro. Si immagina, per esempio, quale legge finanziaria 2014 potrebbe scaturire tra qualche mese da un accordo PD-M5S? Per questo penso che sia preferibile una soluzione diversa. Ad esempio un governo appoggiato da centrosinistra e centrodestra, con Monti agli Esteri o all'Economia e altri ministri (volti nuovi) del PD, del PDL, montiani - e anche stellati se accetteranno, ma sarà difficile. Un governo di questo genere, anche se necessariamente temporaneo, rassicurerebbe i mercati ma dovrebbe affrontare con decisione la grave emergenza sociale, se necessario anche con occasionali maggioranze più ristrette. Nel frattempo, in previsione di nuove elezioni nel 2014 in abbinamento alle europee (accostamento non casuale), si potrebbe fare una decente legge elettorale ed avviare una radicale riforma dell'offerta politica che abbandoni i veleni del berlusconismo-antiberlusconismo, che hanno nascosto le trasversali incapacità, per giungere ad uno schieramento laburista e ad uno liberal-conservatore depurati entrambi dagli estremismi radicali – rispettabili anch'essi, ed in qualche caso preziosi per la democrazia, ma da tenere distinti – che oggi condizionano molti elettori nella scelta tra i nostri ormai impresentabili due poli, zavorrati da tutto e dal contrario di tutto per la ricerca del fatidico premio di maggioranza che, come si è visto, non garantisce certo la governabilità, e pur tuttavia riesce a sacrificare così duramente il principio di rappresentatività democratica da assegnare 340 seggi alla Camera su 630 ad una coalizione che ha appena il 29,5% del consenso elettorale.

martedì 12 febbraio 2013

La rinuncia di Benedetto XVI


La straordinaria, ma non inattesa, decisione del Papa di rinunciare al proprio ministero ha formato oggetto delle più diverse analisi e supposizioni, soprattutto in considerazione dell'attuale stato della Chiesa. Alcune di queste analisi sono plausibili e non è detto che l'una escluda l'altra. La reale motivazione che ha spinto il Pontefice risiede probabilmente in un complesso di circostanze combinate, e alle tante tante ipotesi se ne può aggiungere un'altra.
Benedetto XVI conosce sé stesso, e da filosofo sa quello che il suo spirito può fare ed in quali direzioni può andare, quale cammino può accompagnare e quale altro invece non può assecondare neppure quando abbia maturato la certezza della sua ineluttabilità. C'è un cammino nuovo per la Chiesa, già maturato, che egli vede col cuore ma che la mente gli dice non essere il suo. Nella rinunzia di Joseph Ratzinger si può vedere lucidità intellettuale, umiltà, responsabilità verso la Chiesa e il suo futuro, nella consapevolezza di aver avuto un ruolo di passaggio (crisi) tra il vestito ormai divenuto logoro e quello nuovo che - come tante altre volte è accaduto in duemila anni, e come accade agli uomini ogni giorno - dovrà andare a rivestire il corpo immutato della Chiesa entrata ora nel terzo millennio. Per la conoscenza che egli ha di sé stesso ha visto di non poter essere lui il nuovo sarto: il suo spirito si è formato in una vita lunghissima di profondità di studi. Il suo spirito, solido come una roccia per la cultura e la passione sulla quale si è formato, è quello del suo tempo ed ora arrivano tempi nuovi.
“Tempi nuovi” può essere però una formulazione erratica. Diversamente dai tempi che esso attraversa, il “corpo” della Chiesa non è né vecchio né nuovo - esso è immutabile: è il Vangelo. Il tempo e l'effimera limitatezza umana mettono di volta in volta su questo corpo il proprio vestito. Come tutti gli abiti, quando è nuovo anche quello della Chiesa rifulge di splendore - di ciò che, in quel tempo, è “splendore”. Poi pian piano esso si appanna, si logora, si imbratta perché la Chiesa attraversa il mondo e ne è contaminata. Come già tante volte in passato, ora occorre di nuovo cambiarlo, quel vestito, e nella Chiesa il cambiamento è sempre in moto perché qualcuno ogni volta lo ha preparato, e così è anche  per il tempo presente. I cultori della moda vintage ne saranno dispiaciuti ed alcuni cercheranno di fare argine con indiscutibile onestà intellettuale e sincerità di fede; altri - più sapienti - sapendo di non poter trasformare sé stessi e quindi di non poter essere protagonisti del cambiamento, che pur tuttavia vedono necessario, generosamente si tirano in disparte ed osservano con fiducia e trepidazione. Così probabilmente ha fatto Benedetto XVI.
Il vestito nuovo che la Chiesa avrà fra qualche settimana necessita di mani sapienti e forti. Il Cardinale Martini, da tanti di noi trascurato in vita, ha lasciato chiari indirizzi per la Chiesa, in molti casi colpevolmente liquidati come rimasticate teorie pauperiste. La Chiesa di Cristo non sta nei palazzi lussuosi, non siede sui troni di velluto, non veste ricchi panni rivestiti d'oro e di pietre preziose al pari dei potenti del mondo. Non riduce la sua missione a sontuose liturgie, chiusa in sé stessa. La Chiesa di Cristo, essendo nel mondo, deve pensare anche al proprio sostentamento e al proprio divenire, ma non fa affari, non ha banche; essa dà scandalo - sì - ma non nel senso perverso che trapela ormai con raccapricciante regolarità.
Benedetto XVI ha lucidamente visto queste macchie sul vestito, ma non ha avuto la forza di cacciare i mercanti dal tempio, quelli che lordano l'abito. Essi sono più forti di lui, mite, colto, fragile e solo. Si fa da parte, sperando che chi verrà sappia farlo. Ma i mercanti son lì, e sarà dura.  

sabato 26 gennaio 2013

Dopo le prime due puntate di "Leader" su RAI 3 nasce una certezza

Lucia Annunziata sarebbe in grado, in pochi minuti, di far degenerare in una rissa sanguinosa anche un incontro di preghiera delle suore di clausura.