La straordinaria, ma non inattesa,
decisione del Papa di rinunciare al proprio ministero ha formato
oggetto delle più diverse analisi e supposizioni, soprattutto
in considerazione dell'attuale stato della Chiesa. Alcune di queste
analisi sono plausibili e non è detto che l'una escluda
l'altra. La reale motivazione che ha spinto il Pontefice risiede probabilmente in un complesso di circostanze combinate, e alle
tante tante ipotesi se ne può aggiungere un'altra.
Benedetto XVI conosce sé stesso, e da filosofo sa quello che il suo spirito può fare
ed in quali direzioni può andare, quale cammino può
accompagnare e quale altro invece non può assecondare neppure
quando abbia maturato la certezza della sua ineluttabilità.
C'è un cammino nuovo per la Chiesa, già maturato, che
egli vede col cuore ma che la mente gli dice non essere il suo. Nella rinunzia di Joseph Ratzinger si può vedere lucidità intellettuale, umiltà, responsabilità verso la Chiesa e il suo futuro, nella
consapevolezza di aver avuto un ruolo di passaggio (crisi) tra il
vestito ormai divenuto logoro e quello nuovo che - come tante altre
volte è accaduto in duemila anni, e come accade agli uomini
ogni giorno - dovrà andare a rivestire il corpo immutato della Chiesa entrata ora nel terzo millennio. Per la conoscenza che egli ha di sé stesso ha visto di non poter
essere lui il nuovo sarto: il suo spirito si è formato in una vita lunghissima di profondità di studi. Il suo spirito, solido come una roccia per la cultura e la passione sulla quale si è formato, è quello del suo tempo
ed ora arrivano tempi nuovi.
“Tempi nuovi” può essere
però una formulazione erratica. Diversamente dai tempi che esso
attraversa, il “corpo” della Chiesa non è né
vecchio né nuovo - esso è immutabile: è il
Vangelo. Il tempo e l'effimera limitatezza umana mettono di volta in volta su
questo corpo il proprio vestito. Come tutti gli abiti, quando è
nuovo anche quello della Chiesa rifulge di splendore - di ciò
che, in quel tempo, è “splendore”. Poi pian piano esso si
appanna, si logora, si imbratta perché la Chiesa attraversa il
mondo e ne è contaminata. Come già tante volte in passato, ora occorre di nuovo cambiarlo, quel vestito, e
nella Chiesa il cambiamento è sempre in moto perché qualcuno ogni volta lo ha preparato, e così è
anche per il tempo presente. I cultori della moda vintage ne saranno dispiaciuti ed alcuni cercheranno di fare argine con indiscutibile onestà intellettuale e sincerità di fede; altri - più
sapienti - sapendo di non poter trasformare sé stessi e
quindi di non poter essere protagonisti del cambiamento, che pur
tuttavia vedono necessario, generosamente si tirano in disparte ed
osservano con fiducia e trepidazione. Così probabilmente ha
fatto Benedetto XVI.
Il vestito nuovo che la Chiesa avrà
fra qualche settimana necessita di mani sapienti e forti. Il
Cardinale Martini, da tanti di noi trascurato in vita, ha lasciato
chiari indirizzi per la Chiesa, in molti casi colpevolmente liquidati
come rimasticate teorie pauperiste. La Chiesa di Cristo non sta nei
palazzi lussuosi, non siede sui troni di velluto, non veste ricchi
panni rivestiti d'oro e di pietre preziose al pari dei potenti del mondo. Non riduce la sua missione a
sontuose liturgie, chiusa in sé stessa. La Chiesa di Cristo,
essendo nel mondo, deve pensare anche al proprio sostentamento e al
proprio divenire, ma non fa affari, non ha banche; essa dà
scandalo - sì - ma non nel senso perverso che trapela ormai con
raccapricciante regolarità.
Benedetto XVI ha lucidamente visto
queste macchie sul vestito, ma non ha avuto la forza di cacciare i
mercanti dal tempio, quelli che lordano l'abito. Essi sono più
forti di lui, mite, colto, fragile e solo. Si fa da parte, sperando
che chi verrà sappia farlo. Ma i mercanti son lì, e sarà
dura.
Bersani non può però pensare che un Presidente della Repubblica serio lo mandi di fronte alle camere fino a che permanga la fondata previsione che la fiducia non la ottenga, viste le dichiarazioni dei rappresentanti dei gruppi parlamentari. Vorrebbe dire mettere su un governo che, con oggettiva probabilità, non otterrà la fiducia (se non sottobanco), ma che ciò nonostante - senza aver mai avuto la fiducia di nessuno - resterebbe in carica, sia pure per gli affari correnti (e gestirebbe le prossime elezioni anticipate...). Un governo che tra l'altro rappresenterebbe appena il 29% degli elettori (ed oggi forse anche meno, visti gli ultimi sondaggi di Ballarò), che quindi non rappresenterebbe il restante 71% del Paese e che si farebbe forte solo del bottino incassato grazie alla legge-truffa (peraltro insufficiente al Senato, ma il premio c'è stato anche lì: 123 senatori su 315 col 31%).
L'ipotesi voluta da Bersani è costituzionalmente molto dubbia. E' vero che nessun Presidente della Repubblica può prevedere con certezza se un governo avrà o non avrà la fiducia. Ma se quello che gli riferiscono i rappresentanti dei gruppi parlamentari esclude che una maggioranza possa esservi, nominare comunque un governo e farlo presentare al Parlamento sarebbe una mossa ai limiti della Costituzione, anche se con qualche precedente nella prima Repubblica: Fanfani nel 1987; Tambroni nel 1960 con la conseguenza dei gravi moti di piazza a Genova organizzati dal PCI; a ben vedere lo stesso Berlusconi nel 1994, quando sulla carta gli sarebbe mancato un voto al Senato - ma oggi a Bersani ne mancano 37. Se una tale prassi fosse ritenuta ammissibile, un Presidente "disinvolto" potrebbe mettere su un qualsiasi governo a suo piacimento, farlo presentare alle Camere, farlo bocciare: resterebbe comunque in carica al posto del precedente, sia pure solo per gli affari correnti (che non sono pochi, né di scarsa importanza). Non per niente il saggio Napolitano si è rifiutato di mandare Bersani a cercare la maggioranza al buio di fronte al Parlamento. Gli mancano 37 voti, non uno o due.
Resta il dubbio che, stando così le cose, in carica per gli affari correnti rimane un governo che non ha legami col rinnovato Parlamento ed il cui leader ha conseguito un risultato elettorale ancor più insoddisfacente di Bersani. Tuttavia l'operatività del governo Monti ha una sua legittimità costituzionale: è un governo che è entrato nel pieno dei poteri avendo avuto la fiducia, che si è dimesso (peraltro senza essere stato sfiduciato), che ha gestito le elezioni perché la Costituzione così prevede, che è ancora in carica solo perché non c'è nessun altro governo che abbia presentato i requisiti per ottenere la nomina e per potersi presentare alle Camere nel rispetto della Costituzione (e cioè sulla prospettiva fondata di ottenere la fiducia). E' molto più coerente con l'impalcatura costituzionale il perdurare del governo Monti piuttosto che la sua sostituzione con un governo Bersani, almeno fintanto che, per quest'ultimo, di prospettiva fondata ci sia solo quella di non poter ottenere la fiducia di entrambe le Camere. E' normale che dopo la fine di una legislatura rimanga in carica il governo precedente per l'ordinaria amministrazione, anche se espressione del precedente Parlamento: è l'assetto previsto dal nostro ordinamento costituzionale. Meno normale è che si passi da un governo a poteri "affievoliti" ad un altro governo con poteri "affievoliti" che nasca solo dalla decisione avventurosa di un Presidente della Repubblica che nomini un governo nella consapevolezza che la fiducia non sarà ottenuta perché così è emerso da ripetute consultazioni con i gruppi parlamentari.
Cosa direbbe oggi Bersani se, con gli stessi risultati del 24-25 febbraio, ma ribaltati, Berlusconi pretendesse di essere mandato alle Camere in forza - grazie alla legge elettorale - della sua maggioranza assoluta alla Camera e dei sui 123 senatori su 315, sapendo che se la fiducia non la ottenesse, rimarrebbe in carica per gli affari correnti e gestirebbe, lui, le prossime elezioni anticipate? Domanda cattiva, ma con onestà bisogna porsela. Sappiamo cosa direbbe Bersani in questo caso, che è ipotetico ma mica tanto lontano dalla realtà (sarebbe bastato che la Sudtiroler Volkspartei, col suo 0,43%, non si fosse alleata in coalizione col centrosinistra, ma avesse corso da sola: il centrodestra sarebbe rimasto al suo 29,18% ma il centrosinistra sarebbe sceso al 29,12%; Berlusconi avrebbe oggi la maggioranza assoluta della Camera e quella relativa al Senato, proprio come oggi ce l'ha Bersani grazie al partito di lingua tedesca dell'Alto Adige).
Lì, di fronte a quello specchio, occorrerebbe chiedersi prima di tutto come sia stato possibile non stravincere elezioni come le ultime, contro un avversario al centro di vicende disgustose, braccato dai pubblici ministeri di mezza Italia, deriso dal consesso internazionale, reduce da un'esperienza di governo disastrosa. Se non si riesce a vincere chiaramente neppure in queste condizioni, allora quando? Però questa domanda si preferisce non porsela, perché se ne conosce già la risposta e la si teme. Ma se si continua a indicare la causa solo nella malvagità del nemico, o nella idiozia dei nostri concittadini elettori che lo votano, o nella loro personale disonestà e complicità, come si è fatto in questi ultimi venti anni, i risultati continueranno ad essere quelli che, appunto, si sono visti negli ultimi venti anni. Forse è il momento di chiedersi se per caso non ci sia qualcosa in noi, che non va. Ma l'attuale classe dirigente al potere nel PD non nutre il minimo dubbio al riguardo, e vuol governare per forza. E allora continui così.