sabato 2 giugno 2012

Com'è la salute della Sanità in Toscana ? Dalle lastre, un po' opaca.

La sanità in Toscana gode di molto credito. Grandi strutture, qualcuna forse eccessiva dati i tempi che corrono, tipo il ciclopico arco di trionfo del nuovo ingresso di Careggi a Firenze, o il nuovo atrio di Torre Galli, che fa venire in mente quello di  un efficiente e modernissimo aeroporto di una capitale scandinava.

Ma la sanità toscana attraversa comunque un momento critico. E' stata gestita per anni da un assessore molto attivo e presente, che però in ultimo ha dovuto lasciarla perché eletto Presidente della Regione. Non potendosene più occupare direttamente, ha scelto una assessora  "esterna", una manager tecnica. Una scelta che si immagina abbia fatto personalmente, come del resto gli compete; ma all'atto della composizione della giunta vi fu qualche mugugno da parte dei partiti di maggioranza, che si erano visti sfuggire il boccone più appetitoso (pare che in Toscana la Sanità gestisca il 70% di tutte le spese della Regione).  Poco dopo l'inizio della nuova legislatura regionale, emerse - pare per alcuni dubbi sorti per l'appunto alla nuova assessora -  il cosiddetto scandalo della ASL di Massa, ove - come si è saputo - a partire dal 2004 si era  andato negli anni formando un buco occulto nel bilancio che aveva raggiunto cifre considerevoli: si parla di oltre 200 milioni, forse 270. Ovviamente la responsabilità era dei pesci piccoli, che furono subito puniti, sospesi, indagati, mentre  l'attuale Presidente della Regione con civile furore - emersa la cosa -   fu il primo ad investire della questione l'autorità giudiziaria. Man mano che il tempo passava, la questione si è andata aggravando e si è arricchita di sempre nuovi ed interessanti particolari. In ultimo si apprende che l'assessora tecnica che era stata scelta dal Presidente per succedergli alla guida della Sanità toscana, ha pensato di dimettersi "per il troppo stress". Prima ancora che la notizia delle dimissioni  si propagasse nel mondo politico, essendo stata anticipata da un giornale di Firenze, il Presidente, con una tempestività veramente encomiabile, ha provveduto nottetempo  alla sostituzione, anche questa volta con un tecnico (evidentemente di sua fiducia, visto che non si è consultato con nessuno). Ciò ha fatto indispettire il suo partito, che si è trovato di fronte al fatto compiuto: vi sono state polemiche dichiarazioni del capogruppo in consiglio, vibrate proteste della segreteria regionale, e il presidente della commissione consiliare sulla Sanità (dello stesso partito) ha parlato, con amarezza e sconforto,  di pensare alle proprie dimissioni.  Infatti la nuova scelta "solitaria" del Presidente per colui che deve gestire quel che fu il suo regno per tanti anni, ha anche questa volta privato il partito dell'opportunità di indicare per la carica un proprio esponente politico. Nel frattempo pare che siano stati destinati ad altri incarichi vari funzionari regionali che si erano occupati dello scandalo dopo che era emerso. 
Ma improvvisamente è tornato il sereno. I malumori nel partito verso il proprio Presidente pare che si siano dissolti. Il presidente della commissione consiliare rimarrà al suo posto; il partito si congratula per la tempestiva decisione sulla sostituzione - effettivamente, riconosce, non si poteva fare altrimenti - ed un membro della maggioranza dichiara in consiglio che, se mancano 270 milioni, può anche darsi che non si sappia dove esattamente sono andati a finire, ma di una cosa egli è sicuro: non può esservi dubbio alcuno che siano stati comunque spesi per la sanità. Ed effettivamente deve essere stato senz'altro così. 
Ora, chissà se in Regione, a Firenze, vi sarà un "corvo" come in Vaticano. Ma il Presidente può stare tranquillo:  lui non ha (ancora) un maggiordomo (anche se quel consigliere di maggioranza viene su bene...). 

venerdì 1 giugno 2012

Una suora e tre preti (più uno) per un frate

Giovedì 31 maggio, cortile dell'ora d'aria dell'ex carcere delle Murate a Firenze, rimesso a nuovo dal Comune a costituire alloggi, spazi collettivi, momenti di socializzazione laddove un tempo soffocava l'anima dei carcerati. Nello stesso mese di maggio  nel quale,  nel 1498, arse il rogo di Piazza della Signoria, nella piacevole serata ancora indecisa se annunciare l'estate,  si leggono alcune omelie di Fra' Girolamo Savonarola. Lettura  intervallata da spazi musicali tra i quali spicca l'arpa celtica (tranquilli, niente di leghista) di Stefano Corsi, assieme al contrabbasso di Tommaso Faglia ed al flauto traverso di Alessandro Gigli. 
La domenicana  Suor Stefania Baldini ed i preti fiorentini Don Fabio Masi, Don Andrea Bigalli e Don Alessandro Santoro (preti non comuni, come sa chi li conosce) leggono alcune omelie del domenicano ferrarese che fu spina nel fianco del potere, di quello ecclesiastico e di quello  mediceo che pure l'aveva voluto a Firenze su consiglio di Pico della Mirandola. Un attimo di sgomento scuote l'uditorio dopo le prime frasi. Non è Savonarola, pensa qualcuno (anzi molti, o tutti); si è partiti dalle invettive scagliate dalla Basilica di San Marco, più di cinque secoli fa, per innestarvi sopra uno spettacolo attuale, con i fatti e le polemiche dei giorni nostri: il potere, il desiderio di apparire, una Chiesa inclemente ed arcigna, ricolma di fasto e di segni di distinzione, che nelle sue gerarchie mal sopporta - ora li minaccia, ora li blandisce con lusinghe - quei religiosi  i quali additano ad esempio la Chiesa di Cristo a Gerusalemme  e si ostinano a dire quel che dicono perchè così - e non il contrario -  è l'insegnamento delle Scritture: "carta canta".  Ma no, non c'è nessuna manipolazione, neppure a fin di bene: quelle parole sono proprio quelle che Fra' Girolamo scagliava con violenza dal pulpito sulle teste (dure) dei poco-fedeli che andavano a Messa in San Marco.  Il curatore Stefano Massini le ha solo riviste soprattutto sul piano linguistico, per renderle più accessibili alle  orecchie di noi uomini del terzo millennio. 
Lo spettatore è incredulo per l'attualità, e son passati più di cinque secoli. La Chiesa è ancora qui come allora, con i soliti peccati ma anche con qualche miglioramento, diciamolo per obbiettività: il papa di Savonarola era Alessandro VI Borgia . E qui - anche perché la Chiesa c'è ancora -  ci sono  i suoi preti e le sue monache di oggi: Suor Stefania, Don Fabio,  Don Andrea e Don Alessandro (ma ovviamente, nel bene e nel male, anche tutti gli altri: sì, proprio come nel '500). 
Nel cuore del vecchio carcere, tra le alte mura del cortile  spiato dall'alto  dalle strette finestrelle di quelle che un tempo furono le celle,  si avverte però un'altra presenza. Se ci si volta, lo si vede là in fondo, dietro l'ultima fila di spettatori; è seduto sul sellino della bicicletta, un piede in terra ed uno sul pedale, le mani sul manubrio.  E' un prete, un altro prete fiorentino molto fuori dal comune: è Don Cuba,  che, da cappellano delle carceri, qui, nell'aria opprimente di questo cortile e delle sue celle, portò per tanti anni il sorriso e la carezza della sua parola a chi non aveva altro conforto.


Siete gente arida, senza calore.
Siete gente falsa.
Falsa e misera, attaccata a quel granello di miseria che si chiama "Ego".
Esistete per voi stessi. Punto e basta.
E vi dite cristiani ? 

E' colpa mia se quel Dio a nome di cui parlo condanna le ingiustizie ?
Che devo fare ? Far finta che Dio non le condanni perché  a certi non gli va a genio ?
Chi comanda, Dio o loro ?
Cosa deve fare, Savonarola ? Cambiare quel che è scritto ?

Dio benedica quel tempo che dicevo,
quando le sedie stavano lì solo per sedersi,
i tavoli per appoggiarsi e i letti per dormire.
Siete una civiltà di pazzi, che oltre alla fede ha perso l'intelletto:
vi riempite le dimore di oggetti, di cose, di roba, di paccottiglia. 

La leonessa Chiesa è angosciata dal perdere potere
non sopporta nemmeno l'idea di scivolare un po', di arretrare,
di scender di posto:
vuole essere in cima a tutto, vuol regnare.

Se il baccano dell'insolenza dei potenti è così assordante
perché le mie parole sono sempre troppo forti ?
Perché mi fate cenno di abbassare i toni ? 

Solo alla verità chiedete di sussurrare.
Il male no.
Lui lo lasciate urlare. 

(da "Indignati - Prediche di Savonarola riscritte da Stefano Massini" - Edizionipiagge - Firenze)

  

lunedì 7 maggio 2012

L'insidioso potere dell'informazione


Stamani mi ha telefonato un amico di Bergamo dicendomi di aver visto su RAI3 il servizio di Report del 6 maggio sul terzo gruppo bancario italiano, che ha sede nella per lui lontana Siena. In quel servizio si parlava di una situazione non brillantissima, di una banca acquistata dal gruppo senese a 10 mld di euro quando il venditore pochi mesi prima l'aveva pagata 6, e di vari episodi di presumibile malaffare legati all'università ed all'aeroporto. L'amico era scandalizzato da quanto appreso dalla TV. Infatti, come egli mi ha riferito: 1) il servizio ha svelato che il gruppo bancario aveva erogato credito ad un noto imprenditore, del quale - per render subito chiaro come stavano le cose - si mostrava una foto assieme a Berlusconi; 2) il venditore spagnolo della banca, che ha lucrato in pochi mesi mesi 4 mld di plusvalenza, sarebbe in odore di Opus Dei; 3) il presidente della Fondazione che controlla la banca è un democristiano; 4) un consigliere della Banca, uno dei pochi dei quali si mostrano le immagini facendo anche dei commenti, è stato designato dal PDL. 5) a Siena regnerebbe un ”armonico groviglio” che tutto plasma e tutto uniforma sotto l'egida della massoneria, come ha candidamente annunciato in TV il venerabile maestro che è anche il direttore di un giornale locale.

"Cosa mi raccontavi ?" - mi ha rampognato l'amico riferendosi a nostre precedenti conversazioni su questo argomento - "Lo vedi: quella banca è in mano alla destra, alleata della massoneria, e al malaffare berlusconiano! Altro che Toscana Felix!".

Pazientemente gli ho allora spiegato che l'acquisto della banca dal venditore spagnolo è stato organizzato in circoli per così dire italoeuropei poco inclini alle "Opus", soprattutto se "Dei", e che - dato il livello al quale si svolgono certe trattative - se qualcuno ha guadagnato, qualcun altro si è affrettato felice a rimetterci, con tutti i crismi della liceità, s'intende, e forse coloro che veramente ci hanno rimesso sono altri (i cittadini senesi?). L'ho poi informato che la Fondazione che controlla l'ente creditizio ha amministratori designati in ampia maggioranza dal Comune e dalla Provincia di Siena, dove la sinistra raccoglie consensi record rispetto ai dati nazionali; che il Sindaco di Siena ed il Presidente della Provincia sono del PD (entrambi ex DS), che il Presidente della Fondazione può darsi che quando la DC esisteva (venti anni fa), fosse stato un democristiano, ma adesso è lì perché designato dal suo attuale partito, che è il PD. Gli ho anche spiegato che il Presidente della banca, già Presidente della Fondazione, era stato a suo tempo designato da quest'ultima, nella quale – come si diceva - hanno gran voce in capitolo il Comune e la Provincia; che il consigliere (unico citato da Report) in odore PDL è anche l'unico, nel Consiglio della Banca, a rappresentare l'opposizione in Toscana (che poco si oppone: perchè rinunciare ad una fettina di torta?) mentre la larga maggioranza del consiglio è di designazione PD; ed infine ho rivelato all'amico che, quale espressione dei soci cosiddetti privati figura, alla vicepresidenza, il presidente della maggiore Coop della Toscana, la cui appartenenza alle associazioni di destra non può esser data per certa.

Ma l'amico bergamasco non mi crede: la trasmissione lo ha convinto, con dovizia di particolari e ferree concatenazioni logiche, che Siena e la sua principale banca siano un feudo berlusconiano, di democristiani resuscitati e di adepti dell'Opus Dei. Quale PD? Nel servizio se ne parla solo di sfuggita. Egli, che io conosco come cittadino sensibile ed impegnato, con un forte senso civico, si augura che, prima o poi, la sinistra riesca a conquistare elettoralmente l'agognata roccaforte senese evitando la definitiva catastrofe altrimenti prodotta dalle fameliche destre che da decenni se ne stanno spartendo i miseri resti.

L'episodio è molto significativo. Le rare volte nelle quali il cittadino si trova ad avere qualche frammento di conoscenza diretta delle cose che le fonti di informazione gli raccontano, egli si rende subito conto di come si stia cercando di ingannarlo. Quando quelle poche notizie dirette non ci sono, l'inganno fatalmente riesce, come ieri è accaduto col mio amico di Bergamo (e neppure io, nonostante la fiducia reciproca, sono riuscito ad evitarlo). Ma, se così è, ogni giorno accade a tutti.

Ci sarebbe anche una riflessione finale da fare: la miglior difesa è l'attacco ed intanto – forse la battaglia finale è vicina - si cominciano a prendere le distanze. Ma sì: che c'entra mai la sinistra con Siena ?

sabato 14 aprile 2012

E' ingiusto criticarli: i nostri politici sono inarrivabili

Il 12 aprile ad "8 e mezzo" su La7,  Rosy Bindi  ha spiazzato Lilli Gruber e Beppe Severgnini, che la intervistavano con atteggiamento rispettosamente critico, quando  ha giustificato il differimento degli effetti delle pur annacquate decisioni sui fondi pubblici ai partiti politici, argomento questo nell'occhio del ciclone dopo le vicende dei tesorieri della Margherita (dalla quale proviene la stessa Bindi) e della Lega. L'autorevole parlamentare si è mostrata sorpresa delle critiche, sostenendo che "non si può fermare improvvisamente una macchina in corsa" e che quindi è corretto procedere con progressività all'applicazione delle più virtuose norme che i partiti hanno concordato. E poi: nel 2013 ci saranno le elezioni; volete forse attentare alla democrazia, riducendo subito i fondi per i partiti ?
Eh, sì. E' vero. L'Onorevole ha proprio ragione. Come si fa a fermare improvvisamente una macchina che sta viaggiando ? E poi, in prossimità delle elezioni ! Si rischiano sbandamenti, tamponamenti, pericoli per i passanti e per le mamme con le carrozzine, con esiti raccapriccianti. Bisogna ammetterlo: meglio continuare a correre a rotta di collo e fermarsi più avanti. Dove, si vedrà. Si vedrà più avanti, appunto. Basta che non ci siano elezioni in vista nell'arco di dodici-diciotto mesi. E che fretta c'è, basta aspettare. Tanto, in Italia non si vota mica tutti gli anni, tra politiche, amministrative totali o parziali, europee e referendum. Verrà pure l'occasione buona perchè i partiti comincino a prendere meno soldi, e a renderne conto. 
Che fortuna avere dei politici così premurosi, i quali le pensano tutte. Infatti anche per i cittadini si è seguito lo stesso criterio di cauta progressività  in occasione  delle misure del Governo Monti. Mica tutte di un botto:  l'IMU è stata introdotta, sì, ma solo a partire dal 2023, per non sconvolgere troppo improvvisamente i bilanci familiari. Anche la soppressione dell'adeguamento annuale delle pensioni è stato deliberato, ma solo con efficacia dal 2018, e così anche l'incremento delle addizionali comunali e regionali  IRPEF. La protrazione dei tempi necessari per aver diritto alla pensione, come noto, entrerà in vigore solo dopo il 2016 ed anche l'incremento dell'IVA al 21% è stato posticipato - per non deprimere troppo i consumi - al 2020, mentre per l'ulteriore aumento al 23%  si andrà al duemilatrentatré. 
Gli intervistatori (nonostante che  nessuno dei due, per la verità, sia noto per la propria remissività), di fronte al motivato, inoppugnabile  e saggio argomentare dell'On. Bindi, muti ed attoniti  hanno dato l'impressione di starsi intimamente rammaricando - mentre la deputata severamente li rampognava - di essersi fatta sfuggire una considerazione così ovvia: come pensare di fermare improvvisamente una macchina in corsa ? E ad un anno dalle elezioni, poi! Certo, i partiti prendano i soldi che gli servono, per proseguire la corsa - ci mancherebbe, devono aver  pensato la Gruber e Severgnini con atteggiamento contrito e resipiscente, maledicendo in cuor loro le avventate critiche che avevano avanzato. I tagli ?  Più avanti, più avanti,  quando non ci saranno pericoli,  come saggezza consiglia. 
Questi politici hanno risorse inarrivabili. Ci governeranno a vita: chi può mai riuscire ad averne ragione, chi mai può farcela? Ci incartano e ci portano a casa che è un piacere. 

giovedì 22 marzo 2012

Riflessioni sulla tutela per i licenziamenti illegittimi

Nella sua recente proposta, il governo Monti ha delineato tre scenari di regolamentazione dei licenziamenti individuali nel settore privato, con una radicale revisione della precedente disciplina ed in particolare dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (che dal 1970 stabiliva la reintegra in servizio del lavoratore che fosse stato licenziato senza giusta causa o senza giustificato motivo soggettivo, in luogo del semplice indennizzo economico risarcitorio che era in precedenza previsto in base alla legge 604 del 1966).
Sulla  soluzione illustrata dal Ministro Fornero vi sono stati aperti dissensi, soprattutto  sulla soluzione scelta dal Governo per i licenziamenti motivati da necessità economiche, organizzative e produttive, e che abbiano carattere individuale, giacchè per quelli di carattere collettivo sono  da tempo previste procedure e modalità  specifiche che al momento non sono oggetto modifica.
Parlare di tre distinti "licenziamenti" (discriminatori, per motivi economici o oggettivi, oppure disciplinari, cioè per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo) è una semplificazione forse utile ai fini della ricerca dei rimedi in caso di illegittimità, ma impropria: la qualificazione di "licenziamento discriminatorio" è latente in ogni licenziamento di fatto immotivato, sia che sia stato formalmente intimato dal datore di lavoro  per motivi economico-produttivi sia per motivi disciplinari.  Il datore di lavoro licenzia sostanzialmente in due modi soli il singolo lavoratore: "Lei è licenziato perchè il Suo posto di lavoro viene a cessare a seguito di ristrutturazione organizzativa, ed in azienda non risultano altre occupazioni che Lei possa svolgere" si dirà ad esempio nel caso di licenziamento economico. Oppure: "Lei è licenziato per giusta causa perchè ha sottratto denaro dalla cassa ..." o "  Lei è licenziato per giustificato motivo per la Sua palese inattitudine a svolgere le mansioni assegnateLe, come testimoniano  i danni reiteratamente arrecati per Sua responsabilità  ai macchinari del reparto ...".  Non capiterà mai di leggere in una lettera di licenziamento: "Lei è licenziato perchè ci è risulta che  è iscritto al partito tal dei tali ... perchè pare che Lei sia ebreo ... perchè è polacco ..."
La discriminazione quindi, se c'è,  sarà sempre nascosta sotto un licenziamento apparentemente intimato per un  motivo lecito (economico o disciplinare)  e quando quest'ultimo non resisterà al controllo giudiziario cui sia ricorso il lavoratore, la sanzione sarà quella prevista dalla legge che si intende emanare, e cioè, in base alla attuali impostazioni del Governo, nel caso di  licenziamento "economico", il lavoratore riceverà un indennizzo (anche elevato: fino 27 mensilità di retribuizione), mentre nel caso di licenziamento disciplinare sarà il giudice a valutare, in base ai fatti accertati nel processo, se si debba ordinare la reintegra nel posto di lavoro, o se si debba dar luogo ad un semplice indennizzo.
Poichè l'assenza di un motivo economico o disciplinare (che in giudizio devono essere provati dal datore di lavoro) può essere la spia di un intento discriminatorio (che invece deve essere provato dal lavoratore, ed è impresa solitamente ardua) con la  nuova disciplina proposta potrà darsi che il lavoratore licenziato per motivi economici o disciplinari si attivi in giudizio eccependo in via principale la discriminazione (che se accertata gli darà in ogni caso diritto alla reintegra) e, solo in via subordinata, l'assenza di un motivo economico (riceverà un  indennizzo) o di una giusta causa o di un giustificato motivo (potrà aver diritto alla reintegra o all'indennizzo). Se riuscirà a provare la discriminazione, riavrà subito il suo posto di lavoro come se non l'avesse mai perso, senza che ci sia più bisogno di discutere di motivi economici o disciplianri. Se non ci riuscirà, ed il datore di lavoro a sua volta non riuscirà a provare il motivo economico o disciplinare, male che vada riceverà un (alto) indennizzo e forse anche la reintegra se non risulterà sussistente una giusta causa o un giustificato motivo soggettivo (disciplinare), qualora l'arbitrarietà del datore di lavoro risulti al giudice particolarmente smaccata. 
Del resto, pur trattandosi di materia opinabilissima in base alle diverse sensibilità, una volta fatti salvi i casi di discriminazione, può essere ritenuto ragionevole che un datore di lavoro possa liberarsi di un determinato dipendente che non gode più della sua totale fiducia, considerato per di più che risulta frenata - la sua arbitrarietà -  dalla remora dell'alto indennizzo che dovrebbe comunque versare e dal rischio (per i licenziamenti disciplinari)  di vedersi reintegrato il lavoratore sgradito.
Tuttavia il sistema  delineato dal Governo pare avere qualche zona d'ombra. Infatti per i datori di lavoro risulterà preferibile - tutte le volte che possano accampare uno straccio di motivazione magari stiracchiata, o anche inventata - agire  con un licenziamneto per motovi economico-produttivi, sapendo che così in caso di soccombenza non correranno  il rischio di vedersi reintegrato il lavoratore sgradito (anche se il motivo è stato inventato, ma il lavoratore non sia riuscito a provare uno specifico intento discriminatorio).
Sarebbe quindi preferibile - tra l'altro allo scopo di evitare ricorsi pretestuosamente attivati in via principale anche per motivi discriminatori e quindi con attività processuale più prolungata -  che anche per il caso dei licenziamenti  economici vi fosse la previsione di una sanzione giudiziaria alternativa: l'indennizzo o - nei casi di palese malafede del datore di lavoro - di reintegra. Si pensi al caso di un lavoratore licenziato perchè gli viene opposto che la sua specifica mansione non è più necessaria nel processo produttivo, ma dopo un mese o due la stessa mansione venga ripristinata ed  affidata ad altro elemento appositamente assunto.
Si dirà che per fare ciò il datore di lavoro deve sobbarcarsi il richio di un costo notevole, quello delle ventisette mensilità da corrispondere al lavoratore licenziato. La situazione può riguardare però un lavoratore anziano, e quindi costoso, al quale mancano magari dieci anni prima di poter andare in pensione con le attuali regole, e che potrebbe essere sostituito con un neo assunto che per tanti anni costerà la metà. Ventisette mensilità possono essere un prezzo accettabile per il datore di lavoro per ottenere questo vantaggio pluriennale, mentre il lavoratore anziano con quelle stesse ventisette mensilità dovrà viverci per dieci anni (fino alla pensione), dato che a quell'età gli sarà difficile trovare un'altra occupazione.

martedì 20 marzo 2012

"Americani a Firenze - Sargent e gli impressionisti del nuovo mondo" - Mostra a Palazzo Strozzi - Firenze

La mostra aperta all'inizio di marzo 2012 a Palazzo Strozzi offre la piacevole occasione di fare conoscenza con una corrente pittorica poco conosciuta. Sono esposte opere di artisti d'oltre oceano che, tra la fine dell'ottocento e la prima guerra mondiale, trascorsero un periodo della loro vita a Firenze e in Toscana, attratti dalla possibilità di vivificare la propria sensibilità a contatto  con l'arte del passato, ma anche con quella contemporanea, e soprattutto con i paesaggi, i colori  e l'architettura che caratterizzano il territorio fiorentino.
L'esposizione prende l'avvio con alcuni autori italiani dell'epoca, per inquadrare il contesto storico-artistico nel quale gli ospiti si trovarono immersi. Si parte col "Dolce far niente sulle rive dell'Arno", opera luminosa di Gelati del 1869, per passare a Silvestro Lega (Villino Batelli a Piagentina, del 1863) e all'interessante "Mercato vecchio" di Telemaco Signorini, che ci riporta i tratti ed i colori (si potrebbe dire: anche gli odori) del vecchio ghetto prima del suo abbattimento per far posto all'attuale Piazza della Repubblica, il centro di Firenze "da secolare squallore a vita nuova restituito".  Arrivano infine gli americani, ed il primo è John Singer Sargent (peraltro nato a Firenze) con "Camera d'albergo" (1904) opera della quale colpisce la naturalezza della luce che inonda la stanza filtrando attraverso una verde persiana chiusa. Interessanti i disegni a matita che illustrano "An italian Pilgrimage" diario di viaggio (in bicicletta) di Joseph Pennell fra Toscana e Lazio. Non mancano le donne: notevole l'autoritratto di Cecilia Beaux, che fu la prima docente donna all'Accademia d'arte di Philadelphia. Proseguendo, torna John Singer Sargent con l'opera scelta come simbolo artistico della mostra,  "A Torre Galli", realizzato quando l'artista era ospite del marchese Farinola nella villa presso Scandicci. Seguono alcune nature morte nelle quali è evidente l'impronta impressionista (John La Farge, Julian Weir). Una sezione è dedicata alle immagini di Firenze e della Toscana e qui colpisce lo "Studio di Architetture" di J. S. Sargent (1910), capriccio scenico che raffigura il lato stretto, sull'Arno, del loggiato degli Uffizi che, però,  si affaccia direttamente sul giardino di Boboli saltando il fiume e l'oltrarno (allegoria del Corridoio Vasariano, che unisce Palazzo Vecchio, gli Uffizi e Boboli ?).
John Singer Sargent - "Studio di architetture" (1910) - Fine Arts Museums of San Francisco

 In alcune opere si scopre qualche richiamo botticelliano, come ne "In giardino" opera del 1906 di George De Forest Brush, che raffigura la moglie e le due figlie, che lo avevano seguito in Italia.  Proseguendo, si viene colpiti dalla violenta luminosità estiva di "Cortile Italiano" di Frank Duvenek e da "Le balze di Volterra" di Elihu Vedder  (che richiama Segantini).  Ci si avvia alla fine con Edmund Charles Tarbell "La stanza della colazione", interno con tratti di minuziosità fiamminga, ed infine con opere  realizzate in America dopo il soggiorno italiano e la relativa lezione: William Morris Hunt , "Pascolo nei pressi di uno stagno", opera per i ricchi e colti collezionisti d'arte bostoniani. Torna un italiano, il livornese Corcos, con l'accecante "Lettura sul mare" dalla terrazza della villa di famiglia a Castiglioncello (che fu poi  di Alberto Sordi) verso il mare e verso Vada che si scorge sulla costa . Due autentici gioielli prima di uscire: "Estate" di Frank Weston Benson (luminoso richiamo agli impressionisti  francesi) e, dello stesso autore , "Le sorelle".



Frank Weston Benson -  Le sorelle (1899) - Terra Foundation for American Art 

martedì 14 febbraio 2012

Ipazia d'Alessandria e Marta di Genova

L'esito delle primarie del centrosinistra a Genova porta sorprendentemente alla ribalta la filosofa e matematica Ipazia d'Alessandria. Anche qui può vedersi, quindi, l'utilità del sistema di designazione dal basso dei candidati: talora ciò comporta un tuffo nella cultura.
Il richiamo a questa splendida figura della storia è dovuto all'attuale sindaco di Genova, Marta Vincenzi, la quale – presentatasi alle primarie per la designazione del candidato sindaco del centrosinistra alle prossime elezioni nel capoluogo ligure – si è vista sorpassata di gran lunga dal candidato della sinistra radicale; ciò è forse dovuto al fatto che per il partito della Vincenzi era presente anche un'altra candidata, che ha attratto una parte dei consensi del PD.
Le reazioni del sindaco in carica, piuttosto piccate, sono dirette al proprio partito, che non l'avrebbe sostenuta a sufficienza nonostante i meriti acquisiti in cinque anni di guida del comune di Genova. Ma ciò che colpisce è che la Signora Vincenzi per meglio illustrare quanto sia stato ignobile il trattamento che le è stato riservato, ha tirato in ballo il suo essere donna e, da qui, si è inoltrata nel parallelismo con Ipazia d'Alessandria.
Quest'ultima, vissuta tra il IV ed il V secolo dopo Cristo, fu rapita ed uccisa selvaggiamente pare su ordine del Vescovo Cirillo, che poi la Chiesa proclamerà Santo. Una certa storiografia attribuisce il martirio di Ipazia alla lotta senza quartiere scatenata dai cristiani contro i pagani, ormai in rotta, che si concentrò su Ipazia perchè donna, sapiente, carismatica e recalcitrante alla conversione. Un'altra storiografia, riconduce l'odio del vescovo Cirillo per Ipazia all'invidia per il grande seguito che la donna si era guadagnata mettendo in ombra la sua autorità e soggiogando, col fascino del suo sapere, il rappresentante del potere civile, il prefetto Oreste.
Ora, tornando da Alessandria a Genova, notiamo che la Signora Vincenzi, che è stata sindaco per quasi cinque anni e che i genovesi che avevano il fango fino ai genitali sicuramente ricordano di aver visto assistere compunta alla recente alluvione sotto un elegante ombrellino in tinta col soprabito, avrebbe probabilmente vinto le primarie se non si fosse presentata, per il suo partito, anche un'altra candidata, donna anch'essa. Peraltro, pur con tutto il rispetto, pare che né l'una né l'altra siano fari di sapienza filosofica e matematica tali da suscitare invidie, o da rappresentare un pericolo pagano di fronte al cristianesimo sopraffattore, anche se è pur vero che il candidato della sinistra radicale ha goduto dell'appoggio di un prete, Don Gallo, del quale Marta si è appunto chiesta da quale parte si sarebbe collocato se fosse vissuto ai tempi di Ipazia (potrebbe provare a domandarglielo).
E quindi le primarie del centrosinistra a Genova aprono un suggestivo ed intrigante dibattito culturale: cosa lega Marta  di Genova ad Ipazia d'Alessandria ? Quali misteriosi intrecci attraverso i secoli uniscono il pensiero e la sorte dell'una e dell'altra ?