lunedì 7 maggio 2012

L'insidioso potere dell'informazione


Stamani mi ha telefonato un amico di Bergamo dicendomi di aver visto su RAI3 il servizio di Report del 6 maggio sul terzo gruppo bancario italiano, che ha sede nella per lui lontana Siena. In quel servizio si parlava di una situazione non brillantissima, di una banca acquistata dal gruppo senese a 10 mld di euro quando il venditore pochi mesi prima l'aveva pagata 6, e di vari episodi di presumibile malaffare legati all'università ed all'aeroporto. L'amico era scandalizzato da quanto appreso dalla TV. Infatti, come egli mi ha riferito: 1) il servizio ha svelato che il gruppo bancario aveva erogato credito ad un noto imprenditore, del quale - per render subito chiaro come stavano le cose - si mostrava una foto assieme a Berlusconi; 2) il venditore spagnolo della banca, che ha lucrato in pochi mesi mesi 4 mld di plusvalenza, sarebbe in odore di Opus Dei; 3) il presidente della Fondazione che controlla la banca è un democristiano; 4) un consigliere della Banca, uno dei pochi dei quali si mostrano le immagini facendo anche dei commenti, è stato designato dal PDL. 5) a Siena regnerebbe un ”armonico groviglio” che tutto plasma e tutto uniforma sotto l'egida della massoneria, come ha candidamente annunciato in TV il venerabile maestro che è anche il direttore di un giornale locale.

"Cosa mi raccontavi ?" - mi ha rampognato l'amico riferendosi a nostre precedenti conversazioni su questo argomento - "Lo vedi: quella banca è in mano alla destra, alleata della massoneria, e al malaffare berlusconiano! Altro che Toscana Felix!".

Pazientemente gli ho allora spiegato che l'acquisto della banca dal venditore spagnolo è stato organizzato in circoli per così dire italoeuropei poco inclini alle "Opus", soprattutto se "Dei", e che - dato il livello al quale si svolgono certe trattative - se qualcuno ha guadagnato, qualcun altro si è affrettato felice a rimetterci, con tutti i crismi della liceità, s'intende, e forse coloro che veramente ci hanno rimesso sono altri (i cittadini senesi?). L'ho poi informato che la Fondazione che controlla l'ente creditizio ha amministratori designati in ampia maggioranza dal Comune e dalla Provincia di Siena, dove la sinistra raccoglie consensi record rispetto ai dati nazionali; che il Sindaco di Siena ed il Presidente della Provincia sono del PD (entrambi ex DS), che il Presidente della Fondazione può darsi che quando la DC esisteva (venti anni fa), fosse stato un democristiano, ma adesso è lì perché designato dal suo attuale partito, che è il PD. Gli ho anche spiegato che il Presidente della banca, già Presidente della Fondazione, era stato a suo tempo designato da quest'ultima, nella quale – come si diceva - hanno gran voce in capitolo il Comune e la Provincia; che il consigliere (unico citato da Report) in odore PDL è anche l'unico, nel Consiglio della Banca, a rappresentare l'opposizione in Toscana (che poco si oppone: perchè rinunciare ad una fettina di torta?) mentre la larga maggioranza del consiglio è di designazione PD; ed infine ho rivelato all'amico che, quale espressione dei soci cosiddetti privati figura, alla vicepresidenza, il presidente della maggiore Coop della Toscana, la cui appartenenza alle associazioni di destra non può esser data per certa.

Ma l'amico bergamasco non mi crede: la trasmissione lo ha convinto, con dovizia di particolari e ferree concatenazioni logiche, che Siena e la sua principale banca siano un feudo berlusconiano, di democristiani resuscitati e di adepti dell'Opus Dei. Quale PD? Nel servizio se ne parla solo di sfuggita. Egli, che io conosco come cittadino sensibile ed impegnato, con un forte senso civico, si augura che, prima o poi, la sinistra riesca a conquistare elettoralmente l'agognata roccaforte senese evitando la definitiva catastrofe altrimenti prodotta dalle fameliche destre che da decenni se ne stanno spartendo i miseri resti.

L'episodio è molto significativo. Le rare volte nelle quali il cittadino si trova ad avere qualche frammento di conoscenza diretta delle cose che le fonti di informazione gli raccontano, egli si rende subito conto di come si stia cercando di ingannarlo. Quando quelle poche notizie dirette non ci sono, l'inganno fatalmente riesce, come ieri è accaduto col mio amico di Bergamo (e neppure io, nonostante la fiducia reciproca, sono riuscito ad evitarlo). Ma, se così è, ogni giorno accade a tutti.

Ci sarebbe anche una riflessione finale da fare: la miglior difesa è l'attacco ed intanto – forse la battaglia finale è vicina - si cominciano a prendere le distanze. Ma sì: che c'entra mai la sinistra con Siena ?

sabato 14 aprile 2012

E' ingiusto criticarli: i nostri politici sono inarrivabili

Il 12 aprile ad "8 e mezzo" su La7,  Rosy Bindi  ha spiazzato Lilli Gruber e Beppe Severgnini, che la intervistavano con atteggiamento rispettosamente critico, quando  ha giustificato il differimento degli effetti delle pur annacquate decisioni sui fondi pubblici ai partiti politici, argomento questo nell'occhio del ciclone dopo le vicende dei tesorieri della Margherita (dalla quale proviene la stessa Bindi) e della Lega. L'autorevole parlamentare si è mostrata sorpresa delle critiche, sostenendo che "non si può fermare improvvisamente una macchina in corsa" e che quindi è corretto procedere con progressività all'applicazione delle più virtuose norme che i partiti hanno concordato. E poi: nel 2013 ci saranno le elezioni; volete forse attentare alla democrazia, riducendo subito i fondi per i partiti ?
Eh, sì. E' vero. L'Onorevole ha proprio ragione. Come si fa a fermare improvvisamente una macchina che sta viaggiando ? E poi, in prossimità delle elezioni ! Si rischiano sbandamenti, tamponamenti, pericoli per i passanti e per le mamme con le carrozzine, con esiti raccapriccianti. Bisogna ammetterlo: meglio continuare a correre a rotta di collo e fermarsi più avanti. Dove, si vedrà. Si vedrà più avanti, appunto. Basta che non ci siano elezioni in vista nell'arco di dodici-diciotto mesi. E che fretta c'è, basta aspettare. Tanto, in Italia non si vota mica tutti gli anni, tra politiche, amministrative totali o parziali, europee e referendum. Verrà pure l'occasione buona perchè i partiti comincino a prendere meno soldi, e a renderne conto. 
Che fortuna avere dei politici così premurosi, i quali le pensano tutte. Infatti anche per i cittadini si è seguito lo stesso criterio di cauta progressività  in occasione  delle misure del Governo Monti. Mica tutte di un botto:  l'IMU è stata introdotta, sì, ma solo a partire dal 2023, per non sconvolgere troppo improvvisamente i bilanci familiari. Anche la soppressione dell'adeguamento annuale delle pensioni è stato deliberato, ma solo con efficacia dal 2018, e così anche l'incremento delle addizionali comunali e regionali  IRPEF. La protrazione dei tempi necessari per aver diritto alla pensione, come noto, entrerà in vigore solo dopo il 2016 ed anche l'incremento dell'IVA al 21% è stato posticipato - per non deprimere troppo i consumi - al 2020, mentre per l'ulteriore aumento al 23%  si andrà al duemilatrentatré. 
Gli intervistatori (nonostante che  nessuno dei due, per la verità, sia noto per la propria remissività), di fronte al motivato, inoppugnabile  e saggio argomentare dell'On. Bindi, muti ed attoniti  hanno dato l'impressione di starsi intimamente rammaricando - mentre la deputata severamente li rampognava - di essersi fatta sfuggire una considerazione così ovvia: come pensare di fermare improvvisamente una macchina in corsa ? E ad un anno dalle elezioni, poi! Certo, i partiti prendano i soldi che gli servono, per proseguire la corsa - ci mancherebbe, devono aver  pensato la Gruber e Severgnini con atteggiamento contrito e resipiscente, maledicendo in cuor loro le avventate critiche che avevano avanzato. I tagli ?  Più avanti, più avanti,  quando non ci saranno pericoli,  come saggezza consiglia. 
Questi politici hanno risorse inarrivabili. Ci governeranno a vita: chi può mai riuscire ad averne ragione, chi mai può farcela? Ci incartano e ci portano a casa che è un piacere. 

giovedì 22 marzo 2012

Riflessioni sulla tutela per i licenziamenti illegittimi

Nella sua recente proposta, il governo Monti ha delineato tre scenari di regolamentazione dei licenziamenti individuali nel settore privato, con una radicale revisione della precedente disciplina ed in particolare dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (che dal 1970 stabiliva la reintegra in servizio del lavoratore che fosse stato licenziato senza giusta causa o senza giustificato motivo soggettivo, in luogo del semplice indennizzo economico risarcitorio che era in precedenza previsto in base alla legge 604 del 1966).
Sulla  soluzione illustrata dal Ministro Fornero vi sono stati aperti dissensi, soprattutto  sulla soluzione scelta dal Governo per i licenziamenti motivati da necessità economiche, organizzative e produttive, e che abbiano carattere individuale, giacchè per quelli di carattere collettivo sono  da tempo previste procedure e modalità  specifiche che al momento non sono oggetto modifica.
Parlare di tre distinti "licenziamenti" (discriminatori, per motivi economici o oggettivi, oppure disciplinari, cioè per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo) è una semplificazione forse utile ai fini della ricerca dei rimedi in caso di illegittimità, ma impropria: la qualificazione di "licenziamento discriminatorio" è latente in ogni licenziamento di fatto immotivato, sia che sia stato formalmente intimato dal datore di lavoro  per motivi economico-produttivi sia per motivi disciplinari.  Il datore di lavoro licenzia sostanzialmente in due modi soli il singolo lavoratore: "Lei è licenziato perchè il Suo posto di lavoro viene a cessare a seguito di ristrutturazione organizzativa, ed in azienda non risultano altre occupazioni che Lei possa svolgere" si dirà ad esempio nel caso di licenziamento economico. Oppure: "Lei è licenziato per giusta causa perchè ha sottratto denaro dalla cassa ..." o "  Lei è licenziato per giustificato motivo per la Sua palese inattitudine a svolgere le mansioni assegnateLe, come testimoniano  i danni reiteratamente arrecati per Sua responsabilità  ai macchinari del reparto ...".  Non capiterà mai di leggere in una lettera di licenziamento: "Lei è licenziato perchè ci è risulta che  è iscritto al partito tal dei tali ... perchè pare che Lei sia ebreo ... perchè è polacco ..."
La discriminazione quindi, se c'è,  sarà sempre nascosta sotto un licenziamento apparentemente intimato per un  motivo lecito (economico o disciplinare)  e quando quest'ultimo non resisterà al controllo giudiziario cui sia ricorso il lavoratore, la sanzione sarà quella prevista dalla legge che si intende emanare, e cioè, in base alla attuali impostazioni del Governo, nel caso di  licenziamento "economico", il lavoratore riceverà un indennizzo (anche elevato: fino 27 mensilità di retribuizione), mentre nel caso di licenziamento disciplinare sarà il giudice a valutare, in base ai fatti accertati nel processo, se si debba ordinare la reintegra nel posto di lavoro, o se si debba dar luogo ad un semplice indennizzo.
Poichè l'assenza di un motivo economico o disciplinare (che in giudizio devono essere provati dal datore di lavoro) può essere la spia di un intento discriminatorio (che invece deve essere provato dal lavoratore, ed è impresa solitamente ardua) con la  nuova disciplina proposta potrà darsi che il lavoratore licenziato per motivi economici o disciplinari si attivi in giudizio eccependo in via principale la discriminazione (che se accertata gli darà in ogni caso diritto alla reintegra) e, solo in via subordinata, l'assenza di un motivo economico (riceverà un  indennizzo) o di una giusta causa o di un giustificato motivo (potrà aver diritto alla reintegra o all'indennizzo). Se riuscirà a provare la discriminazione, riavrà subito il suo posto di lavoro come se non l'avesse mai perso, senza che ci sia più bisogno di discutere di motivi economici o disciplianri. Se non ci riuscirà, ed il datore di lavoro a sua volta non riuscirà a provare il motivo economico o disciplinare, male che vada riceverà un (alto) indennizzo e forse anche la reintegra se non risulterà sussistente una giusta causa o un giustificato motivo soggettivo (disciplinare), qualora l'arbitrarietà del datore di lavoro risulti al giudice particolarmente smaccata. 
Del resto, pur trattandosi di materia opinabilissima in base alle diverse sensibilità, una volta fatti salvi i casi di discriminazione, può essere ritenuto ragionevole che un datore di lavoro possa liberarsi di un determinato dipendente che non gode più della sua totale fiducia, considerato per di più che risulta frenata - la sua arbitrarietà -  dalla remora dell'alto indennizzo che dovrebbe comunque versare e dal rischio (per i licenziamenti disciplinari)  di vedersi reintegrato il lavoratore sgradito.
Tuttavia il sistema  delineato dal Governo pare avere qualche zona d'ombra. Infatti per i datori di lavoro risulterà preferibile - tutte le volte che possano accampare uno straccio di motivazione magari stiracchiata, o anche inventata - agire  con un licenziamneto per motovi economico-produttivi, sapendo che così in caso di soccombenza non correranno  il rischio di vedersi reintegrato il lavoratore sgradito (anche se il motivo è stato inventato, ma il lavoratore non sia riuscito a provare uno specifico intento discriminatorio).
Sarebbe quindi preferibile - tra l'altro allo scopo di evitare ricorsi pretestuosamente attivati in via principale anche per motivi discriminatori e quindi con attività processuale più prolungata -  che anche per il caso dei licenziamenti  economici vi fosse la previsione di una sanzione giudiziaria alternativa: l'indennizzo o - nei casi di palese malafede del datore di lavoro - di reintegra. Si pensi al caso di un lavoratore licenziato perchè gli viene opposto che la sua specifica mansione non è più necessaria nel processo produttivo, ma dopo un mese o due la stessa mansione venga ripristinata ed  affidata ad altro elemento appositamente assunto.
Si dirà che per fare ciò il datore di lavoro deve sobbarcarsi il richio di un costo notevole, quello delle ventisette mensilità da corrispondere al lavoratore licenziato. La situazione può riguardare però un lavoratore anziano, e quindi costoso, al quale mancano magari dieci anni prima di poter andare in pensione con le attuali regole, e che potrebbe essere sostituito con un neo assunto che per tanti anni costerà la metà. Ventisette mensilità possono essere un prezzo accettabile per il datore di lavoro per ottenere questo vantaggio pluriennale, mentre il lavoratore anziano con quelle stesse ventisette mensilità dovrà viverci per dieci anni (fino alla pensione), dato che a quell'età gli sarà difficile trovare un'altra occupazione.

martedì 20 marzo 2012

"Americani a Firenze - Sargent e gli impressionisti del nuovo mondo" - Mostra a Palazzo Strozzi - Firenze

La mostra aperta all'inizio di marzo 2012 a Palazzo Strozzi offre la piacevole occasione di fare conoscenza con una corrente pittorica poco conosciuta. Sono esposte opere di artisti d'oltre oceano che, tra la fine dell'ottocento e la prima guerra mondiale, trascorsero un periodo della loro vita a Firenze e in Toscana, attratti dalla possibilità di vivificare la propria sensibilità a contatto  con l'arte del passato, ma anche con quella contemporanea, e soprattutto con i paesaggi, i colori  e l'architettura che caratterizzano il territorio fiorentino.
L'esposizione prende l'avvio con alcuni autori italiani dell'epoca, per inquadrare il contesto storico-artistico nel quale gli ospiti si trovarono immersi. Si parte col "Dolce far niente sulle rive dell'Arno", opera luminosa di Gelati del 1869, per passare a Silvestro Lega (Villino Batelli a Piagentina, del 1863) e all'interessante "Mercato vecchio" di Telemaco Signorini, che ci riporta i tratti ed i colori (si potrebbe dire: anche gli odori) del vecchio ghetto prima del suo abbattimento per far posto all'attuale Piazza della Repubblica, il centro di Firenze "da secolare squallore a vita nuova restituito".  Arrivano infine gli americani, ed il primo è John Singer Sargent (peraltro nato a Firenze) con "Camera d'albergo" (1904) opera della quale colpisce la naturalezza della luce che inonda la stanza filtrando attraverso una verde persiana chiusa. Interessanti i disegni a matita che illustrano "An italian Pilgrimage" diario di viaggio (in bicicletta) di Joseph Pennell fra Toscana e Lazio. Non mancano le donne: notevole l'autoritratto di Cecilia Beaux, che fu la prima docente donna all'Accademia d'arte di Philadelphia. Proseguendo, torna John Singer Sargent con l'opera scelta come simbolo artistico della mostra,  "A Torre Galli", realizzato quando l'artista era ospite del marchese Farinola nella villa presso Scandicci. Seguono alcune nature morte nelle quali è evidente l'impronta impressionista (John La Farge, Julian Weir). Una sezione è dedicata alle immagini di Firenze e della Toscana e qui colpisce lo "Studio di Architetture" di J. S. Sargent (1910), capriccio scenico che raffigura il lato stretto, sull'Arno, del loggiato degli Uffizi che, però,  si affaccia direttamente sul giardino di Boboli saltando il fiume e l'oltrarno (allegoria del Corridoio Vasariano, che unisce Palazzo Vecchio, gli Uffizi e Boboli ?).
John Singer Sargent - "Studio di architetture" (1910) - Fine Arts Museums of San Francisco

 In alcune opere si scopre qualche richiamo botticelliano, come ne "In giardino" opera del 1906 di George De Forest Brush, che raffigura la moglie e le due figlie, che lo avevano seguito in Italia.  Proseguendo, si viene colpiti dalla violenta luminosità estiva di "Cortile Italiano" di Frank Duvenek e da "Le balze di Volterra" di Elihu Vedder  (che richiama Segantini).  Ci si avvia alla fine con Edmund Charles Tarbell "La stanza della colazione", interno con tratti di minuziosità fiamminga, ed infine con opere  realizzate in America dopo il soggiorno italiano e la relativa lezione: William Morris Hunt , "Pascolo nei pressi di uno stagno", opera per i ricchi e colti collezionisti d'arte bostoniani. Torna un italiano, il livornese Corcos, con l'accecante "Lettura sul mare" dalla terrazza della villa di famiglia a Castiglioncello (che fu poi  di Alberto Sordi) verso il mare e verso Vada che si scorge sulla costa . Due autentici gioielli prima di uscire: "Estate" di Frank Weston Benson (luminoso richiamo agli impressionisti  francesi) e, dello stesso autore , "Le sorelle".



Frank Weston Benson -  Le sorelle (1899) - Terra Foundation for American Art 

martedì 14 febbraio 2012

Ipazia d'Alessandria e Marta di Genova

L'esito delle primarie del centrosinistra a Genova porta sorprendentemente alla ribalta la filosofa e matematica Ipazia d'Alessandria. Anche qui può vedersi, quindi, l'utilità del sistema di designazione dal basso dei candidati: talora ciò comporta un tuffo nella cultura.
Il richiamo a questa splendida figura della storia è dovuto all'attuale sindaco di Genova, Marta Vincenzi, la quale – presentatasi alle primarie per la designazione del candidato sindaco del centrosinistra alle prossime elezioni nel capoluogo ligure – si è vista sorpassata di gran lunga dal candidato della sinistra radicale; ciò è forse dovuto al fatto che per il partito della Vincenzi era presente anche un'altra candidata, che ha attratto una parte dei consensi del PD.
Le reazioni del sindaco in carica, piuttosto piccate, sono dirette al proprio partito, che non l'avrebbe sostenuta a sufficienza nonostante i meriti acquisiti in cinque anni di guida del comune di Genova. Ma ciò che colpisce è che la Signora Vincenzi per meglio illustrare quanto sia stato ignobile il trattamento che le è stato riservato, ha tirato in ballo il suo essere donna e, da qui, si è inoltrata nel parallelismo con Ipazia d'Alessandria.
Quest'ultima, vissuta tra il IV ed il V secolo dopo Cristo, fu rapita ed uccisa selvaggiamente pare su ordine del Vescovo Cirillo, che poi la Chiesa proclamerà Santo. Una certa storiografia attribuisce il martirio di Ipazia alla lotta senza quartiere scatenata dai cristiani contro i pagani, ormai in rotta, che si concentrò su Ipazia perchè donna, sapiente, carismatica e recalcitrante alla conversione. Un'altra storiografia, riconduce l'odio del vescovo Cirillo per Ipazia all'invidia per il grande seguito che la donna si era guadagnata mettendo in ombra la sua autorità e soggiogando, col fascino del suo sapere, il rappresentante del potere civile, il prefetto Oreste.
Ora, tornando da Alessandria a Genova, notiamo che la Signora Vincenzi, che è stata sindaco per quasi cinque anni e che i genovesi che avevano il fango fino ai genitali sicuramente ricordano di aver visto assistere compunta alla recente alluvione sotto un elegante ombrellino in tinta col soprabito, avrebbe probabilmente vinto le primarie se non si fosse presentata, per il suo partito, anche un'altra candidata, donna anch'essa. Peraltro, pur con tutto il rispetto, pare che né l'una né l'altra siano fari di sapienza filosofica e matematica tali da suscitare invidie, o da rappresentare un pericolo pagano di fronte al cristianesimo sopraffattore, anche se è pur vero che il candidato della sinistra radicale ha goduto dell'appoggio di un prete, Don Gallo, del quale Marta si è appunto chiesta da quale parte si sarebbe collocato se fosse vissuto ai tempi di Ipazia (potrebbe provare a domandarglielo).
E quindi le primarie del centrosinistra a Genova aprono un suggestivo ed intrigante dibattito culturale: cosa lega Marta  di Genova ad Ipazia d'Alessandria ? Quali misteriosi intrecci attraverso i secoli uniscono il pensiero e la sorte dell'una e dell'altra ?

lunedì 30 gennaio 2012

Oscar Luigi Scalfaro, un Presidente da capire.

Oscar Luigi Scalfaro ha attraversato la storia della nostra Repubblica ed ora che a 93 anni se n'è andato lascia una scia di giudizi contrastanti. Se si guarda alla sua lunga vita politica fin dall'inizio, e non solo a quella dell'ultimo periodo, appare singolare che sia la sinistra a tesserne gli elogi e la destra a non nascondere il proprio puntiglioso giudizio critico.
Nel '46 il ventottenne Scalfaro fu uno dei padri costituenti, con De Gasperi, Togliatti, Nenni, Moro, La Malfa, Saragat, La Pira. Lo fu sul fronte cattolico, moderato, centrista.
Nei primi anni della Repubblica, Scalfaro fu al fianco di Mario Scelba, icona del dileggio della sinistra, nonostante che, durante il ventennio fascista,  Mussolini avesse eretto a capoluogo di provincia in Sicilia il villaggio di Enna, anziché la città di Caltagirone, proprio perchè quest'ultima era da punire essendo il covo di pericolosi sovversivi antifascisti: Don Luigi Sturzo e Mario Scelba, appunto.
Dopo la fase centrista del dopoguerra,  Scalfaro si oppose alla svolta a sinistra di Moro e Fanfani al congresso della DC di Napoli nel 1962 che portò al centrosinistra, e rimase sdegnosamente isolato nel partito per lunghi anni, raramente presente nei numerosi governi dal 1963 in poi. Fu sorprendentemente ripescato dall'oblio nel 1983, quando il primo governo Craxi lo vide ministro degli Interni. Fu un caso: la sua presenza fino all'ultimo non era prevista. Quando il leader socialista aveva completato la lista da presentare al Presidente della Repubblica, l'ala moderata della DC lamentò di essere poco rappresentata ed allora, su indicazione di Forlani, si pose rimedio con la chiamata di Oscar Luigi Scalfaro nel ruolo di ministro dell'Interno, che un tempo era stato di Mario Scelba. In questo ruolo, nel quale egli eccelse, è da ricordare, per illustrare l'uomo, l'incipit delle sue dichiarazioni che ufficializzavano i risultati delle elezioni per il Parlamento europeo del 1984, quando - per la prima ed unica volta - il PCI superò la DC, anche sull'onda emotiva della morte di Berlinguer in piena campagna elettorale. Il vecchio anticomunista, al quale quel risultato doveva pesare non poco, iniziò dicendo: “In un Paese democratico le elezioni le vince chi ottiene più voti; in Italia le elezioni europee le ha quindi vinte il PCI.”
Più tardi, quando la Prima Repubblica già vacillava sotto le picconate del collega di partito Cossiga, Presidente della Repubblica, Scalfaro si fece difensore degli assetti istituzionali nati dalla Costituzione del 1946 e fu protagonista di appassionati interventi parlamentari che gli valsero l'apprezzamento, altrimenti improbabile – per lui cattolico fervente e “papalino” – dei radicali di Pannella che, dopo le elezioni del 1992, ne sponsorizzarono l'elezione alla presidenza della Camera dei Deputati, nella quale egli aveva militato ininterrottamente per oltre quarantacinque anni.
In occasione delle elezioni presidenziali del 1992, poche settimane dopo l'insediamento delle nuove Camere, la classe politica già prossima al disastro che si sarebbe compiuto di lì a poco con “tangentopoli”, nei suoi sussulti preagonici regalò al Paese una lunga serie di votazioni senza costrutto nelle quali i vari candidati venivano l'un dopo l'altro arrostiti (Forlani, Andreotti, Vassalli, Valiani). L'attentato di Capaci costrinse il Parlamento ad uscire dall'impasse e le intenzioni di voto si concentrarono su due esponenti prestigiosi e stimati: Giovanni Spadolini, repubblicano, già Presidente del Consiglio e Presidente del Senato, e Oscar Luigi Scalfaro, democristiano appena eletto Presidente della Camera. La situazione generale del Paese richiedeva una scelta del Presidente della Repubblica su base ampia, con una convergenza di tutte le maggiori forze politiche e quindi anche della sinistra. Con un scelta che a molti parve sorprendente, il PDS (erede del PCI e padre dei DS,  ora PD) decise di appoggiare la candidatura del vecchio cattolico anticomunista e scelbiano Oscar Luigi Scalfaro, che quindi fu eletto con una larghissima maggioranza. Forse la  politica della prima Repubblica, che si sentiva ormai braccata, pensò che avrebbe avuto miglior gioco avendo al Quirinale  un politico di vecchio e lungo corso, ad essa più simile (anche se un po' rompiscatole), piuttosto che un soggetto  "sui generis" come Spadolini,  che veniva da esperienze di studio, giornalistiche ed universitarie e che era approdato alla politica in età ormai matura senza farvisi omologare del tutto, nonostante le esperienze di ministro, di Segretario del PRI, di Presidente del Consiglio e di Presidente del Senato. 
Nella sua funzione di Presidente della Repubblica, Scalfaro si trovò ad affrontare uno dei periodi più critici del Paese (come del resto lo è anche l'attuale), con l'emergenza economica che premeva, la politica che crollava sotto i colpi di tangentopoli e con le spinte verso assetti istituzionali radicalmente diversi da quelli sui quali era nata nel 1946 la Repubblica Italiana.
In questo contesto, nel 1994 Berlusconi vinse le elezioni anticipate (per la prima volta con un sistema “maggioritario”), sconfiggendo a sorpresa la coalizione di sinistra che già si sentiva sicura vincitrice e che era guidata dal segretario del PDS Occhetto (non a caso definito dal preveggente ex Presidente della Repubblica Cossiga uno “zombi coi baffi”). Il potere berlusconiano mostrò subito le proprie intenzioni, del resto anticipate nella campagna elettorale, intenzioni mosse da una palese insofferenza per il regime parlamentare nato dalla Costituzione, del quale si cercava il superamento nella direzione di maggiori poteri da attribuire al Presidente del consiglio in un contesto “bipolare”.
Si trattava di intendimenti che stravolgevano la Repubblica nata con la Costituzione della quale il Presidente Scalfaro era stato convinto ed appassionato co-artefice. E' naturale che egli ne fosse allarmato. Difensore della Costituzione, quale è tenuto ad essere il Presidente della Repubblica, Scalfaro si sentì in dovere di “mettersi di traverso”. Non era una posizione di parte nel senso deteriore del termine: probabilmente Scalfaro avvertiva con sincerità come proprio inderogabile dovere quello di difendere gli assetti istituzionali stabiliti dalla Costituzione, nel rispetto del giuramento pronunciato al momento dell'elezione,  e vedeva nelle manie di protagonismo di Berlusconi una seria e grave minaccia da sventare a tutti i costi. Anche al costo di apparire, e magari anche di essere, un Presidente "di parte".
Da qui nacquero alcune posizioni ritenute faziose, quelle posizioni che tutt'oggi il centrodestra contesta ad uno Scalfaro ormai tra le braccia di Dio.
Giudizio ingeneroso quello del centrodestra: se Oscar Luigi Scalfaro fu “di parte”, lo fu - da quel gran "conservatore" che era e che era sempre stato - per il puntiglioso assolvimento del suo dovere di "conservare" integra quella Costituzione che lui stesso aveva contribuito a far nascere, e non certo per favorire una fazione politica – tra l'altro quella stessa che lui aveva fieramente combattuto per tutta la vita.
Si potrebbe dire che Scalfaro se n'è andato incompreso: non lo ha capito chi ingenerosamente gli rinnova anche in punto di morte la propria ostilità, ma neppure chi oggi ne tesse le lodi, avendone equivocato le ultime posizioni politiche. E' questa, forse, la sorte dei galantuomini.

giovedì 19 gennaio 2012

Sistemi elettorali

Nel suo intervento sul Corriere della Sera del 19 gennaio, il Prof. Panebianco richiama l'attenzione su un aspetto interessante ma finora forse poco approfondito nell'ambito del dibattito sulla riforma della legge elettorale.
Nel dualismo tra sistema proporzionale e sistema maggioritario vi sarebbe questa conseguenza da mettere in conto: che il sistema maggioritario inviterebbe le ali “estreme”, di destra e di sinistra, a venire a patti con una coalizione (quella rispettivamente più prossima), poiché altrimenti esse non riuscirebbero ad avere una propria autonoma rappresentanza parlamentare, restando schiacciate tra i due blocchi principali (nell'attuale Parlamento, ad esempio, la sinistra radicale non è rappresentata, pur essendo ben presente nella realtà sociale del Paese, perché alle elezioni del 2008 il PD decise di accettare come alleato solo l'IDV). Parallelamente, il sistema maggioritario bipolare rende necessario anche per le coalizioni dominanti e concorrenti agganciare la “propria” estrema poiché l'apporto di essa - in un contesto di lotta all'ultimo voto quale è di solito un'elezione col sistema maggioritario – è decisivo per la vittoria. Il convergere di queste due convenienze comporta quindi una “assimilazione” delle ali estreme a ciascuna delle due coalizioni, col risultato ragionevole di vederne attenuata l'eccessivita radicalità, e – come assolvimento di un obbligo di lealtà scaturente dall'accordo col quale ci si è presentati agli elettori – anche di un'auspicabile stabilità dell'esecutivo cui darà vita il vincitore. Il consolidarsi di un sistema siffatto, con due grandi aggregati contrappposti senza frammentazioni intermedie, con un seguito elettorale quasi equivalente, favorirebbe altresì la possibilità di una corretta ed utile alternanza al governo, di elezione in elezione.
Secondo il Prof. Panebianco, diverso è invece il panorama offerto dal sistema proporzionale (puro o, come alcuni auspicano, con un “sbarramento” che limiti la presenza in parlamento di troppo piccoli partiti). In questo caso infatti, all'opposto di quel che di solito accade col sistema maggioritario, le ali estreme non hanno utilità ad abdicare alle proprie posizioni più radicali per allearsi col gruppo più forte a loro meno distante, poiché il sistema proporzionale permetterebbe loro di andare comunque in parlamento (in caso di “sbarramento”, ovviamente, solo nel caso in cui lo superassero) e lì avrebbero le mani libere. Così però – come effettivamente accadde nella cosiddetta Prima Repubblica – si scivolerebbe presto in un sistema bloccato nel quale le ali estreme sarebbero destinate all'opposizione e le forze moderate – ciascuna delle quali non forte abbastanza da governare da sola - dovrebbero mettere in piedi un'alleanza forzata tra di loro, che renderebbe poco stabile l'esecutivo. Il consolidarsi di questa situazione, renderebbe altresì difficilissima una alternanza fintanto che uno dei due raggruppamenti non riuscisse – ove vi riuscisse – a fagocitare l'ala estrema “dalla sua parte”.
Gli scenari prefigurati per le due distinte ipotesi di sistema elettorale sono sicuramente verosimili, ed in gran parte si sono anche effettivamente realizzati quando ciascuno dei due è stato in vigore. Peraltro, mette conto ricordare che il ventennio sostanzialmente maggioritario, ed ancora in corso, che si iniziò con le elezioni del 1994, ha prodotto sì alternanza (ad ogni elezione ha finora prevalso la precedente opposizione, ma forse ciò, più che dal sistema elettorale, è dipeso dalla qualità dei governanti che si sono succeduti ...) ma in quanto a stabilità, esso vide, quasi all'inizio, il “ribaltone” della Lega che scalzò Berlusconi dopo pochi mesi dalla risicata vittoria, poi il proseguimento della legislatura fino al 1996 con un governo (Dini) che non era espressione delle elezioni del 1994; successivamente, la vittoria del centrosinistra nel 1996 dette l'avvio a ben tre diversi governi con tre diversi premier fino al 2001, con maggioranze diverse da quella iniziale dopo la fuoriuscita di Bertinotti e l'ingresso di Mastella. Il successivo quinquennio 2001-2006 fu apparentemente stabile, tra il Governo Berlusconi I e Berlusconi II: a fine corsa molti dei ministri più importanti erano stati cambiati (Interni, Esteri, Economia), e non una volta sola. Il governo Prodi del 2006 è caduto dopo meno di due anni ed il governo Berlusconi del 2008 è caduto a fine 2011. In quanto a stabilità, pare che il sistema maggioritario abbia ampi margine di miglioramento.
Tornando all'analisi del Prof. Panebianco, questa sembra privilegiare “solo” due precise esigenze: quella della stabilità dell'esecutivo e quella dell'alternanza. Certo, si tratta di due virtù fondamentali per una sana democrazia ed ogni sistema elettorale dovrebbe tenerne gran conto. Ma si tratta anche di due esigenze che, se si vuole, sarebbe facilissimo raggiungere: basterebbe ricorrere ad una “dittatura elettiva”: si sceglie con regolari elezioni a suffragio universale un dittatore che abbia il potere di fare quello che vuole (salvo modificare il sistema) per cinque anni. Poi si rivota, e si rielegge lo stesso dittatore, se ci è piaciuto, oppure un altro. Stabilità ed alternanza sarebbero assicurate. Ovviamente questo è un paradosso e nessuno pensa che il Prof. Panebianco coltivi queste teorie elettorali.
Il paradosso però serve per mettere in evidenza che in una democrazia parlamentare oltre all'obbiettivo della stabilità dell'esecutivo e dell'alternanza al governo di forze politiche diverse, ve ne è anche un altro che deve essere perseguito e che forse viene ancora prima: la corretta rappresentatività – anche se non necessariamente con una assoluta proporzionalità matematica - di tutte le opinioni e posizioni presenti nel Paese. Questo principio, dovendo correlarsi agli altri due giustamente messi in rilievo dal Prof Panebianco, dovrà subire anch'esso qualche piccola mutilazione (es: soglia minima di sbarramento per accedere all'attribuzione dei seggi). Si dovrebbe cioè ricercare un sistema elettorale che permetta, con reciproci sacrifici dei tre principi, la convivenza, assieme alla stabilità ed all'alternanza, anche della giusta rappresentanza della multiforme espressione del corpo sociale.