martedì 9 ottobre 2012

Riflessioni sulle primarie


Mentre ci avviciniamo alle elezioni del 2013 il dibattito politico è assorbito dalle primarie del centrosinistra. Vi è un gran fervore ed un crescente interesse, non solo tra gli elettori tradizionali del centrosinistra ma anche tra gli altri. Più se ne parla, più ci si riflette; più ci si riflette, più sono gli interrogativi e le perplessità che vengono alla mente.
Già Eugenio Scalfari, tempo fa in televisione, osservò che finché non si conosce la nuova legge elettorale (maggioritaria oppure proporzionale) non ha senso indire “primarie”. Infatti, secondo il fondatore di Repubblica, se la nuova legge elettorale fosse di tipo proporzionale, non avrebbe diritto di accesso una designazione preventiva da parte di un partito o di una coalizione, poiché la maggioranza parlamentare si potrebbe formare solo dopo i risultati, e quindi anche il nome di chi dovrebbe guidarla non potrebbe che dipendere da quei risultati, tra l'altro in ossequio al dettato costituzionale che attribuisce al Presidente della Repubblica (e non alle primarie) la funzione di designare il Presidente del Consiglio.
L'obiezione di Scalfari è formalmente valida, ma essa a ben vedere sarebbe richiamabile anche con una legge elettorale maggioritaria sul tipo di quella adesso in vigore. E' vero che, in questo caso, vi sarebbe una coalizione formatasi prima delle elezioni, e questa coalizione quindi ben potrebbe accordarsi preventivamente anche sulla persona del premier, ma se i dubbi di Scalfari derivano dalla prerogativa costituzionale riservata al Presidente della Repubblica (vincolato solo dalla scelta di una persona in grado di formare un governo che ottenga la fiducia del Parlamento) il dubbio di legittimità rimane ugualmente. Secondo questa impostazione formalistica, nel nostro Paese le primarie per la designazione del premier sarebbero del tutto ininfluenti a prescindere dal tipo di legge elettorale e potrebbero divenire legittime solo a seguito di una modifica della Costituzione che vincoli il Presidente della Repubblica a nominare capo del governo colui che lo schieramento vincitore abbia designato per quel ruolo prima delle elezioni. Senza questa modifica, le primarie sarebbero ammissibili solo con effetti interni al partito che intende ricorrervi: per eleggere il segretario, ad esempio.
Per salvare le primarie con effetti governativi occorre quindi inquadrare questo utile strumento di democrazia nell'attuale assetto costituzionale: ciò vuol dire dover considerare che l'esito delle primarie per la designazione del premier non è mai vincolante per il Presidente della Repubblica, il quale, nelle usuali consultazioni coi gruppi parlamentari, prenderà semmai nota del fatto che in Parlamento può esservi una maggioranza disposta ad accordare la fiducia ad un governo guidato da quella certa persona, quella cioè che abbia vinto le primarie della coalizione maggioritaria, o quelle del partito predominante in detta coalizione, se le primarie sono state “di partito” e non “di coalizione”.
Vi è poi un secondo aspetto di perplessità legato alle attuali primarie del PD. Quelle in corso sono definite “primarie di coalizione”: il vincitore sarà riconosciuto capo della coalizione e come tale sarà indicato concordemente al Presidente della Repubblica anche come il capo del governo, se la coalizione otterrà la maggioranza parlamentare. Ciò vuol dire anche che tutti i partiti della coalizione possono concorrere alle primarie con propri esponenti, anche più di uno per partito. Dato che le primarie del centrosinistra sono in corso, con candidature già presentate o in via di presentazione da parte di persone appartenenti a partiti diversi (al momento, Bersani, Renzi e Puppato per il PD, Vendola per SEL, Tabacci per API), si dovrebbe dedurre che questi partiti abbiano già stretto un accordo di coalizione, magari assieme ad altri che però non presentino candidati alle primarie. Invece non risulta che sia così. Non si è ancora formata nessuna coalizione di centrosinistra: essa semmai la si può solo desumere risalendo, dai candidati che si sono finora presentati, ai rispettivi partiti di appartenenza. Essa è una coalizione non solo ipotetica, ma ancora aperta: se Fini e Casini si candidassero, la coalizione si estenderebbe anche a FLI e UDC ? E SEL rimarrebbe ? A differenza della prima questione (rapporto tra primarie e legge elettorale) questa non è una questione solo formale, ma anche e soprattutto sostanziale. Il presupposto delle primarie di coalizione è che il vincitore sia il candidato di tutta la coalizione per guidare il nuovo governo e che tutta la coalizione voti la fiducia al governo presieduto da quella persona. Ma se, per ipotesi, in caso di vittoria di Renzi, SEL, già prima delle elezioni, si dichiarasse indisponibile, la coalizione perderebbe subito un pezzo. Ma quel pezzo aveva partecipato alle primarie di coalizione, influendo sul risultato (senza Vendola e senza SEL, ripartendo i voti tra meno candidati, forse Bersani avrebbe potuto prevalere su Renzi). Si dovrebbero allora ripetere le primarie?
Ed infine, se le primarie dovesse vincerle Renzi e Bersani venisse sconfitto, potrebbe il PD presentarsi alle prossime elezioni politiche con un segretario "azzoppato" in modo così clamoroso ? Se Renzi vincesse le primarie, vorrebbe dire che l'elettorato di centrosinistra in maggioranza sposa la sua impostazione; e quindi, come potrebbe l'attuale apparato, che egli combatte, restare al suo posto come se nulla fosse ? Egli vincerebbe su un fronte di rinnovamento del partito, ma sul partito non  avrebbe titolo di mettere parola, perchè il segretario resterebbe Bersani. La maggioranza del centrosinistra, se preferirà Renzi, avrà dichiarato di volersi liberare di D'Alema, Bindi, Marini ecc. ma questi resterebbero tranquillamente al loro posto, dato che Renzi sarà stato designato come possibile premier e non come segretario al posto di Bersani. Forse la via era un'altra. Bisognava mantenere la norma statutaria che prevedeva, in caso di primarie di coalizione per il premierato, che il PD vi partecipasse solo col suo segretario in carica e, in questa prospettiva - considerato che l'elezione di Bersani è ormai "vecchia" - si doveva indire un congresso ed elezioni primarie per il nuovo segretario, che, fresco di investitura, si presentasse alle primarie di coalizione per il governo. Se avesse vinto Bersani, nel partito tutto sarebbe proseguito come prima ed il segretario, in quanto tale, avrebbe poi partecipato alle primarie di coalizione per il suo partito, versimilmente vincendole. Se avesse vinto Renzi, nel partito tutto sarebbe cambiato col nuovo segretario, che, in quanto tale, avrebbe poi partecipato alle primarie di coalizione. 
Il fatto che siano state indette “primarie di coalizione” per il premierato con una coalizione ancora in itinere, e che poi si dibatta più su questioni di partito che di governo, è quindi motivo di seria perplessità, ma – volendo – anche di una conferma: l'approssimazione e l'inadeguatezza della nostra attuale classe politica.

martedì 11 settembre 2012

"L'isola" di Sàndor Màrai (Ed. Adelphi)


Il dottor Askenasi, docente di greco antico, sta facendo un breve viaggio sulla costa adriatica: ha deciso di prendersi due settimane di riposo, “in un posto tranquillo”. Lui ha sempre preferito i “posti tranquilli”, quelli dove non va nessuno perché è certo che ci si annoia. A lui del resto piace annoiarsi, tutta la sua vita fino ad allora (ha 48 anni) è stata una noia cercata, un'assennatezza esasperata, un rifuggire i divertimenti. Conoscendolo, i suoi amici gli hanno appunto consigliato “un posto tranquillo” per passare un paio di settimane allo scopo di superare il delicato momento causato da problemi sentimentali. La tumultuosa – incredibile per lui ! - relazione con la giovane ballerina conosciuta a Parigi gli ha fatto abbandonare la moglie e la figlia e lo ha consegnato ad una vita che non è la sua, ma che solo con grande fatica alla fine abbandona. Attende delle risposte, Askenasi, ma la giovane e bella Eliz non gliele dà.
Viktor Hector Askenasi è quindi in viaggio solitario, per mare, verso le isole greche che aveva visitato da giovane. Ma all'improvviso - cosa per lui insolita - decide di cambiare programma. Lo troviamo che soggiorna in un albergo pretenzioso, l'Hotel “Argentina”: già villa di un nobile locale in disgrazia, trasformata in un albergo che non riesce a mantenere i fasti che la residenza ha avuto in passato. Qui non si fa coinvolgere nella chiassosa e variegata compagnia degli ospiti dell'albergo, anch'essi pretenziosi ma di terz'ordine a testimoniare quanto sia decaduta la vecchia, splendida villa sul mare. Un afoso pomeriggio, dopo pranzo, nota una donna bella e misteriosa,  anch'essa ospite solitaria, che alla reception chiede la chiave della sua camera con voce insolitamente alta, come se volesse farsi sentire da lui, come se volesse fargli sapere il numero della sua camera.
Neppure la misteriosa ospite dell'Argentina darà ad Askenasi le risposte che attende da una vita. Egli, del resto, non avrà neppure il tempo di porgliele.
Ma da questo episodio troverà la forza di farle a chi può dargliele veramente, le risposte, dopo essere approdato, a tramonto inoltrato, dopo mezzora di barca a remi, sull'isola antistante (Lacroma, davanti a Dubrovnik, anche se il nome dell'isola non viene citato), un rettangolo irregolare disabitato con alcuni ruderi di un antico monastero e i resti del giardino di Massimiliano d'Asburgo. Sul punto più alto dell'isola, dal quale si distinguono i bastioni di Dubrovnik e le case della città, Askenasi passa la notte a fianco di una pietra regolare che potrebbe essere un altare pagano, e qui, guardando il cielo nerissimo e senza stelle, trova tutte le domande da fare. Ma non trova le risposte.
Il romanzo fu scritto nel 1934, quando Màrai aveva trentaquattro anni, e quindi un anno prima di "Confessioni di un borghese", autentico capolavoro dello scrittore ungherese  (su questo blog, post del 12.1.2012).  Nell'opera, che non è tra le migliori di Màrai, si ritrovano i temi ed il registro degli altri romanzi meglio riusciti come “Le Braci”, “Divorzio a Buda” (su questo blog, post del 7.9.2011) e “L'eredità di Eszter” (su questo blog, post del 29.10.2011):  l'esasperato sondare i più nascosti recessi dell'animo con una straordinaria capacità descrittiva ed una grande padronanza della “parola letteraria”, sul filo del consueto tema: la ricerca assillante di una risposta inseguita per tutta la vita - la fase finale di questa ricerca, quando il protagonista crede di aver raggiunto chi può dargliela.

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sabato 8 settembre 2012

Cosa ci aspetta


In uno dei suoi migliori articoli sul Corriere della Sera, Michele Ainis ieri ha delineato con sobria ironia il futuro scenario della politica italiana, quello che dovrebbe trovare attuazione nel 2013. Da quel che si sa negli ambienti ben informati, i giochi sono già fatti e gli accordi quasi conclusi: Prodi Presidente della Repubblica, con l'eventuale alternativa di Casini, se l'UDC dovesse essere decisiva per la futura maggioranza, Bersani Presidente del consiglio e ministro dell'Economia, D'Alema agli Esteri (o terzo incomodo per il Quirinale, non si può mai sapere come andranno queste cose ...), Letta allo Sviluppo Economico, Veltroni Presidente della Camera, a Bindi un ministero importante, magari gli Interni, o la Giustizia, visto che lei stessa si definisce “giurista”, o forse, chissà, quarto incomodo per il Quirinale: è bene essere forniti di alternative pronte. Una lista ineccepibile, tutti al loro posto.
Giustamente Ainis osserva che i big della politica italiana (quelli ovviamente della parte che presumibilmente vincerà: gli altri non possono che stare a guardare) con lodevole tempestività hanno già quasi ultimato il lavoro, così che all'indomani delle elezioni la “macchina da guerra” edizione 2013, questa volta forse meno "gioiosa" di quella del 1994, procederà, rapida e senza tentennamenti o defatiganti trattative, a subentrare al governo tecnico con un nuovo governo eletto.
Eletto ? Ma a che servono le elezioni, si chiede sarcastico Ainis, se il governo da eleggere è già completato e tutti sono d'accordo. Perché vogliono venirlo a chiedere a noi, come comporre la lista dei ministri ? La domanda di Ainis è evidentemente provocatoria oltre che retorica. Questa volta non si vede come si possa ripetere l'inattesa debacle del 1994, quando si avverò la beffa di un Berlusconi appena sceso in politica. Un eventuale successo di Grillo potrà semmai render felice Casini, il quale - divenendo in questo caso decisivo il sostegno dell'UDC ad una maggioranza PD-SEL - reclamerà per sé il Quirinale. E così - sotto sotto - Casini è forse il più convinto sostenitore di Grillo, oltre che della conferma di Monti  a Palazzo Chigi, per avere un concorrente in meno. No, non ci sono altri rischi, per il centrosinistra, questa volta, data anche l'ormai assodata impresentabilità della destra.
Quindi è normale e anche lodevole anticipare i tempi da parte dei dirigenti dello schieramento destinato a prevalere secondo quella logica dell'alternanza che dal 1994  ha sempre fatto vincere chi era all'opposizione - forse più per “merito” del governo precedente che per i propri.
Semmai, c'è da chiedersi che razza di alternanza sia questa, nella quale i posti vengono scambiati sempre tra le stesse persone. Che politica è mai questa, nella quale ogni capacità è esclusivamente rivolta all'accaparramento dei posti di comando e lì si esaurisce: non ne resta un briciolo per esercitare il comando se non allo scopo di perpetuare il potere conquistato. E' vero che per le cariche di responsabilità istituzionale, sempre più esposte alla ribalta internazionale, non si può ricorrere a dei pivelli, per quanto probi e capaci (ammesso poi che lo siano). Ma questa è gente che si rigira le stesse poltrone da un quarto di secolo e più. Tutto è cambiato negli ultimi trent'anni: sistema elettorale, sigle dei partiti, aggregazioni, alleanze e, sul, piano sostanziale, sono cambiati i problemi dei cittadini e gli approcci e gli strumenti disponibili per risolverli, sono mutati gli assetti internazionali e l'intero scenario mondiale. E' caduto persino il muro di Berlino, nel frattempo. La società italiana è radicalmente cambiata dagli anni ottanta a oggi. Ma la politica è sempre in mano agli stessi: negli anni '80 (regnante ancora Breznev!) e nei primi anni '90 in Italia erano già in auge D'Alema, Prodi, Veltroni, Bindi, Fini, Casini, ed i tre leader massimi di un tempo (il CAF: Craxi-Andreotti-Forlani) sono oggi fuori gioco solo per motivi per così dire oggettivi, perché altrimenti ... Oggi è fuori gioco persino Berlusconi, che si presentò come il “nuovo” nel 1994 e convinse molti elettori che era giunto il momento di sbarazzarsi del vecchio modo di fare politica, quello appunto dei D'Alema, dei Veltroni, che gli preesistevano... E da allora saranno passati 19 anni, nel 2013 imminente. Ora il vecchio satrapo viene rottamato, ma i “vecchi” che lui cercò di rottamare si vestono da giovani e – dopo essere stati in Parlamento per oltre un quarto di secolo, coi risultati che vediamo –  ci espongono le loro idee e proposte per risolvere i problemi del Paese. Perché, allora, non sentire in proposito anche Agostino Depretis e Urbano Rattazzi?
In un'intervista di pochi giorni fa D'Alema, per rispondere ad una domanda sul rinnovamento del partito, ha replicato, col suo superiore tono forbito, professorale ed oracolare, che il PD ha ora un segretario che appartiene "alla generazione successiva". Sono veloci, le generazioni per D'Alema: lui è del '49, mentre Bersani è del '51.
Quella del PD che con tanta protervia si aggrappa alle posizioni che detiene da anni è una classe dirigente che si è fatta battere da Berlusconi per ben tre volte: 1994, 2001 e 2008. Quando ha vinto (1996 e 2006) lo ha fatto per il rotto della cuffia e quindi sempre in modo effimero. Bravi e capaci, non c'è che dire. E vogliono continuare.
Ma il nostro destino pare ormai ineluttabile; per il momento non ci sono purtroppo ragionevoli soluzioni alternative e le uova nel paniere potrebbe romperle, ormai, solo la bomba Renzi, con scenari del tutto imprevedibili: nell'ipotesi, remota, che Renzi vincesse le primarie del PD, quali alleanze si presenterebbero alle elezioni e quali risultati si avrebbero ? Questa classe dirigente ha fatto sempre terra bruciata intorno a sé eliminando ogni possibile concorrente (gliene è sfuggito uno solo, ma è il più improbabile per il ruolo; e poi non è detto che di qui a qualche mese non riescano ad aver ragione anche di lui). Hanno fatto terra bruciata approfittando della nostra distrazione, mentre loro erano invece attentissimi. Hanno contato sul nostro tifo da stadio. Ci siamo appassionati di queste persone, delle cose che dicevano. Ci siamo accapigliati tra di noi per loro. Per il "pensiero" di D'Alema e di Rosy Bindi contro quello di Gasparri o di La Russa... Un "pensiero", l'uno e l'altro, lontano mille miglia dai problemi delle persone. Un "pensiero" che non dovrebbe esser tale da poter sconvolgere la coscienza di nessuno... Com'è stato possibile ? La colpa è nostra. Vogliamo continuare ? E se non  vogliamo continuare, che fare ? Non c'è più tempo per fare qualcosa di serio prima delle prossime elezioni. Ma per cominciare a pensarci per dopo, sì.

venerdì 7 settembre 2012

Pregiudizi e legittimità dell'opinione contraria

Nei vari dibattiti spesso risuonano i sani principi liberali che ammoniscono: “tieniti pure i tuoi ideali; io ho i miei e ho il diritto di vederli affermati; se non ti piacciono, nessuno ti obbliga a seguirli”, e “la mia libertà cessa (solo) dove inizia la tua”.
Principi benedetti, quando esauriscono i loro effetti sui soggetti che li reclamano. Vi sono però istanze nascenti dai convincimenti umani più profondi che, per la loro natura, connotano la società in un certo modo: in “quel certo modo”, quindi, la società finisce per esserlo per tutti, anche per coloro che vorrebbero abitarne una diversa.
Un esempio fra i tanti: la bioetica, in riguardo alla quale quei principi liberali, che rimangono validi, devono essere sviluppati in profondità. Se sono legittime le istanze di chi vuole manipolare la vita, lo sono altrettanto quelle di chi è atterrito da tale prospettiva. La società è la casa di tutti e tutti devono poterla sentire tale. La saggezza vorrebbe che ognuno riconoscesse e garantisse all’altro il diritto di vivere in una società anche per lui abitabile e che quindi – essendo la società in cui viviamo una sola e per tutti – accettasse una contaminazione tra i propri principi e quelli degli altri. Se tutti lo fanno, nessuno avrà il massimo, ma nessuno si sentirà in una casa che non è la sua. Altrimenti, le regole democratiche risolveranno la questione, e si rischierà di essere su una brutta china: l’integralismo – religioso o di altra natura – della maggioranza.
Ma non si opponga che una parte deve tacere “perché nessuno la obbliga a fare ciò che non condivide”. Va fuori tema chi ragiona così. Infatti anche quella parte ha il diritto di proporre, come l’altra, la società comune che tutti devono abitare. Nel dibattito delle idee sui grandi temi c’è un’arma che non è consentita: la negazione pregiudiziale di legittimità dell’opinione contraria, che tradisce la pigrizia mentale ed il timore del confronto nel merito.
(intervento dell'autore pubblicato su Italians - Corriere.it il 6 luglio 2012)

mercoledì 5 settembre 2012

Un dono inatteso


Tra le molte parole e frasi scritte  in questi giorni sul conto del Cardinale Carlo Maria Martini, ve ne sono alcune che fanno arrestare il nostro distratto cammino di tutti i giorni facendoci volgere lo sguardo a questo mite e discreto compagno di viaggio, che appariva, a chi non lo conosceva da vicino, come uomo schivo e timido, caratteristiche che  non sono tali da suscitare gli oceanici entusiasmi di figure più carismatiche. 
La citazione indiana, che Martini spesso richiamava, sulle età dell'uomo (si impara, si insegna, si riflette, si mendica) colpisce ed, inizialmente, stupisce.  Soprattutto l'ultima età. “Nella quarta, si mendica” sono le parole più inattese, ma anche le più vere. Nella vecchiaia, si mendica. Non necessariamente si mendicano i beni materiali. Quanti di noi hanno ogni ora sotto gli occhi persone care anziane, difficilmente avranno finora pensato a questa faccia della realtà, ma ora che la citazione amata dal Card. Martini giunge alle nostre orecchie, vediamo i nostri cari in modo diverso (ed anche questo è un dono). Sì, "nella quarta, si mendica": compagnia, aiuto, amore, pazienza. Che Dio ci aiuti a darne, quando siamo nelle prime tre età, e ad averne, alla fine.
Un altro motivo di riflessione che sorge avvicinandoci alla figura di Carlo Maria Martini, è il pensiero della morte. Da quel che si legge, egli non la temeva; temeva invece la transizione verso di essa. Il passaggio. E' stato detto: come Gesù nell'orto del Getsemani. Ma si può anche dire: come ogni uomo. Il tema della morte è un tema centrale per il cristiano. Al cristiano la morte non fa paura in sé: la teme, ma non per sé stesso, bensì per la mancanza che produrrà in chi gli vuole bene. E per lo stesso motivo teme quella delle persone alle quali è legato.
Quest'uomo col quale abbiamo avuto la fortuna – inconsapevoli molti di noi  – di fare un tratto di cammino insieme in questo mondo, forse era una di quelle rare persone che amano capire e che hanno imparato come fare: si ascolta, soprattutto ciò che ci appare lontano e diverso da noi, si ascolta soprattutto ciò che ci sembra di non poter condividere. Si ascolta in silenzio, con profonda attenzione, e ci si pensa senza il pregiudizio delle nostre convinzioni fino ad allora maturate. Nessuno ha convinzioni tutte giuste; nessuno ha convinzioni tutte sbagliate. Più si è allenati,  più si può regalare al prossimo, con poche, miti ma sapienti parole - senza clamori e senza grida - il distillato essenziale della nostra capacità di pensiero. Così in fondo si può credere che abbia saputo fare nella sua vita il Cardinale Carlo Maria Martini, nella nostra colpevole distrazione.

mercoledì 22 agosto 2012

Il tifoso resuscitato


Il tifoso viola in queste settimane è come Lazzaro resuscitato. Solo due mesi fa regnava il più cupo pessimismo, non si vedevano sviluppi alle promesse di Andrea Della Valle; la società - nonostante l'allontanamento del vecchio DS - pareva ancora affetta dal virus corviniano dell'inconcludente tergiversare: la scelta del nuovo allenatore, del Direttore Sportivo, le prime mosse dell'indispensabile rifondazione dell'organico della squadra mostravano una sconfortante paralisi. Ci si domandava se l'epoca Della Valle fosse veramente alla fine, se i marchigiani stessero ormai liquidando l'esperienza viola cercando di subire il minimo possibile dei danni. Erano previste cessioni importanti, ma sugli arrivi solo voci di nomi di scarsa presa, apparentemente in disarmo, da prendere magari in prestito per impegnarsi il meno possibile, pronti in ogni momento all'abbandono finale.
Poi la svolta. I sali che hanno fatto riprendere il tifoso dallo svenimento nel quale stava scivolando. Un Direttore Sportivo di prima linea, affiancato dall'esperto del mercato estero Macia, un allenatore giovane e dalle idee chiare, e poi le operazioni di mercato, che hanno denotato chiarezza d'intenti, capacità di negoziazione sul mercato a trecentosessanta gradi, decisione, oculatezza. In pochi giorni sono arrivati Viviano, Fernandez, Rodriguez, Valero, Pizarro, Aquilani, El Hamdaoui, Cuadrado.
Senza che siano state fatte follie sul piano degli esborsi, la squadra è stata veramente rinnovata e riequilibrata attorno al talento di Jovetic. Ed è questo il nodo più grosso in questo momento. Un nodo da sciogliere, ma in tutta serenità. La società e il nuovo DS hanno fatto vedere di non voler ripercorrere gli affannosi sentieri del passato, con scelte non programmate, restando regolarmente col cerino acceso in mano ad ogni minimo imprevisto. La società vuole tenere Jovetic, ed ormai è prevedibile che ci riesca. Tuttavia, se dovesse giungere una offerta irrinunciabile, sarà anche pronta ad agire: molto probabilmente Pradé sa già come intervenire se da qui al 31 agosto la società dovesse decidersi alla cessione suo giovane campione. Non sarebbe una tragedia: la squadra è già sufficientemente rinforzata, l'organico è equilibrato, costruito secondo le indicazioni dell'allenatore e non (come in passato) imposto all'allenatore da un DS che seguiva le proprie strategie a volte incomprensibili, costruendo squadre piene di doppioni in alcuni ruoli e totalmente scoperte in altri. Se parte Jovetic, arriverà un buon giocatore al suo posto, oltre a tanti soldi. Si può essere fiduciosi.
Ma, a parte Jovetic - che resti come è auspicabile, o che parta per essere degnamente sostituito - rimane un ultimo passo da fare per la società, per completare il buon lavoro fin qui svolto. Occorre un bel centravanti. Lo ha detto anche Montella: ci vuole uno che la butti dentro. Il calcio è un gioco che ha la finalità di mettere la palla nella rete degli avversari. Ma c'è da credere che arriverà. Non arriverà uno famosissimo (e costosissimo). Arriverà una buona punta efficace in grado di fare i gol, finalizzando una manovra di gioco che la squadra finalmente pare in grado di svolgere, a differenza di quel che abbiamo dovuto vedere, e soffrire, negli ultimi due campionati.

sabato 4 agosto 2012

"Terra, terra!..." di Sàndor Màrai (Ed. Adelphi)


Questa non è una recensione.
Dopo la lettura di “Terra, Terra !..” nessuno si troverà a riflettere sul senso e sul valore letterario dell'opera o sui suoi significati più o meno nascosti. Il primo istinto del lettore intellettualmente onesto - per primo con sé stesso - sarà invece quello, irrefrenabile ed irato, dell'indignazione. Indignazione nell'accorgersi , leggendo questo lavoro di Màrai, eccelso come gli altri eppure così diverso, di come il mondo culturale occidentale nelle sue congregazioni di casta - ufficiali e sottobanco - abbia condannato per decenni all'oblio un gigante della letteratura europea del novecento, come è Sàndor Màrai.
Màrai, un cane sciolto, che sarebbe stato impossibile attaccare perché di livello troppo superiore a quello dei sacerdoti che hanno celebrato la liturgia della cultura occidentale dall'ultimo dopoguerra ad oggi, incensandosi a vicenda e coalizzandosi per tenere a viva forza sott'acqua i migliori che “non si guardavano intorno” alla ricerca di scambi di utilità. Un soggetto pericoloso, Màrai, come tutti coloro che “non sono di nessuno” e vivono non di prebende elemosinate dal potere, ma della libertà del proprio intelletto.
La cintura di sicurezza è stata quella del silenzio, l'unica possibile di fronte ad un intellettuale inattaccabile: borghese sì, ma antinazista ed antifascista oltre che anticomunista.
Màrai, nato nel 1900 in una piccola città dell'Alta Ungheria poi passata alla Cecoslovacchia e vissuto lungamente a Budapest, ha visto – opponendovisi - le sciagure del suo paese dopo la caduta dell'impero austrungarico, con l'effimera “repubblica sovietica” di Bela Kun (lo spazio di un'estate), alla quale egli stesso, giovanissimo, aderì, e poi col lungo, grigio ed opprimente regime pseudoparlamentare del reggente Horthy, fino alla deriva filofascista delle “croci frecciate” e all'occupazione nazista. Solo negli anni trenta, assieme alla giovane moglie Lola, ebbe una lunga permanenza in Europa occidentale, tra Germania, Francia e Italia, parentesi di cui fa fede “Confessioni di un borghese”, libro di memorie maturo e profondo sebbene scritto da un trentacinquenne. Màrai fece poi ritorno in patria per “scrivere”, essendosi reso conto che poteva scrivere solo in ungherese, in questa lingua parlata e capita solo da un piccolo popolo isolato nel mondo e diversissima da quella dei popoli vicini - simile solo al finlandese per la comune origine orientale del ceppo ugro-finnico.
L'indignazione non nasce nel lettore dalla descrizione che Màrai fa dei primi momenti dell'occupazione dell'Ungheria da parte dell'armata rossa staliniana e dalla scientifica nazionalizzazione del paese e, soprattutto, come nota lo scrittore, dalla “nazionalizzazione della personalità dei cittadini”. Le vicende, ormai concluse da un ventennio, delle democrazie popolari dell'Europa orientale sono note, e chi non si è indignato quando erano trionfanti, fa bene a non indignarsi neppure adesso leggendo un libro che riporta, in fondo, fatti all'epoca risaputi anche da chi preferiva distogliere lo sguardo.
L'indignazione non nasce da quei fatti, i fatti atroci della dittatura, tanto più che oggi vediamo con raccapriccio di cosa sono capaci i nuovi regimi di alcuni di quei paesi.
L'indignazione si origina invece dall'atteggiamento dei circoli culturali europei occidentali, che hanno nascosto al grande pubblico l'opera di Màrai, come “voce stonata” di un coro che è stato convinto (e ci ha convinti) per decenni di essere all'avanguardia.
“Terra ... Terra!...” è il grido del mozzo di Colombo dalla coffa dell'albero maestro della Caravella, ed è il grido di Màrai quando decide, nel 1948, di lasciare definitivamente il suo Paese. La “Terra” è l'Occidente, ma egli non sapeva che lì viveva e prosperava – proprio nel mondo della cultura, che era il suo mondo - una “enclave” di quel regime dal quale egli pensava di fuggire, e che non gli perdonò la sua libertà intellettuale.
Solo Adelphi, in Italia, verso la fine degli anni '90 (quando Marai era già morto suicida nel 1989, appena un minuto prima del crollo delle dittature dell'est, al quale non ha potuto quindi assistere) ha iniziato a rendere onore ad un grande scrittore che con le sue opere, numerose e tutte bellissime, ha delineato magistralmente ed in profondità la coscienza individuale e collettiva dell'Europa tra le due guerre.
Gli europei che sanno quale tesoro sia la capacità di pensiero dell'uomo e vogliono fruire della propria con piena libertà, hanno quindi ora la possibilità di rimediare, sia pure in ritardo, all'ostracismo al quale Sàndor Màrai è stato costretto in quella “Terra” che, pieno di speranza, pensava di aver avvistato dalla coffa dell'albero maestro della sua caravella.


“E allora sarei potuto restare: avrebbero deciso nel santuario del Partito se pubblicare o meno un mio nuovo libro, se concedere la carta per la ristampa dei precedenti. Di tanto in tanto avrei potuto viaggiare all'estero (previa assicurazione di fare ritorno), prender parte a congressi letterari stranieri a spese dello Stato e dimostrare con la mia presenza che anche in Ungheria vi era libertà di spirito, dato che io, lo scrittore non comunista, potevo comparire e parlare alle riunioni mondiali dei ”lavoratori dello spirito”. ... In cambio non mi avrebbero chiesto altro se non di dare qualche volta un calcio a un condannato a morte: non solo a un “controrivoluzionario” , ma anche ad un comunista di cui non avessero avuto più bisogno. .... O di incoraggiare l'operaio ungherese che non reggeva il ritmo forzato della “gara di lavoro socialista”, lo stacanovismo remunerato con uno stipendio da fame, a recarsi sotto la statua di bronzo di Stalin, a contemplare l'immagine del Gran Capo dei Popoli e a capire finalmente quale fosse lo scopo e il significato di quei lavori forzati .” (“Terra, terra!...” Adelphi - pag. 309/310).

Queste parole venivano scritte nel 1969, ma esse rispecchiano l'uomo e lo scrittore anche delle opere precedenti. Come avrebbero potuto consentire, i circoli culturali dell'Europa occidentale degli anni tra il '50 e il '90 del novecento, che un simile autore fosse conosciuto dal grande pubblico? Che fosse candidato al Nobel per la letteratura ?