giovedì 19 gennaio 2012

Sistemi elettorali

Nel suo intervento sul Corriere della Sera del 19 gennaio, il Prof. Panebianco richiama l'attenzione su un aspetto interessante ma finora forse poco approfondito nell'ambito del dibattito sulla riforma della legge elettorale.
Nel dualismo tra sistema proporzionale e sistema maggioritario vi sarebbe questa conseguenza da mettere in conto: che il sistema maggioritario inviterebbe le ali “estreme”, di destra e di sinistra, a venire a patti con una coalizione (quella rispettivamente più prossima), poiché altrimenti esse non riuscirebbero ad avere una propria autonoma rappresentanza parlamentare, restando schiacciate tra i due blocchi principali (nell'attuale Parlamento, ad esempio, la sinistra radicale non è rappresentata, pur essendo ben presente nella realtà sociale del Paese, perché alle elezioni del 2008 il PD decise di accettare come alleato solo l'IDV). Parallelamente, il sistema maggioritario bipolare rende necessario anche per le coalizioni dominanti e concorrenti agganciare la “propria” estrema poiché l'apporto di essa - in un contesto di lotta all'ultimo voto quale è di solito un'elezione col sistema maggioritario – è decisivo per la vittoria. Il convergere di queste due convenienze comporta quindi una “assimilazione” delle ali estreme a ciascuna delle due coalizioni, col risultato ragionevole di vederne attenuata l'eccessivita radicalità, e – come assolvimento di un obbligo di lealtà scaturente dall'accordo col quale ci si è presentati agli elettori – anche di un'auspicabile stabilità dell'esecutivo cui darà vita il vincitore. Il consolidarsi di un sistema siffatto, con due grandi aggregati contrappposti senza frammentazioni intermedie, con un seguito elettorale quasi equivalente, favorirebbe altresì la possibilità di una corretta ed utile alternanza al governo, di elezione in elezione.
Secondo il Prof. Panebianco, diverso è invece il panorama offerto dal sistema proporzionale (puro o, come alcuni auspicano, con un “sbarramento” che limiti la presenza in parlamento di troppo piccoli partiti). In questo caso infatti, all'opposto di quel che di solito accade col sistema maggioritario, le ali estreme non hanno utilità ad abdicare alle proprie posizioni più radicali per allearsi col gruppo più forte a loro meno distante, poiché il sistema proporzionale permetterebbe loro di andare comunque in parlamento (in caso di “sbarramento”, ovviamente, solo nel caso in cui lo superassero) e lì avrebbero le mani libere. Così però – come effettivamente accadde nella cosiddetta Prima Repubblica – si scivolerebbe presto in un sistema bloccato nel quale le ali estreme sarebbero destinate all'opposizione e le forze moderate – ciascuna delle quali non forte abbastanza da governare da sola - dovrebbero mettere in piedi un'alleanza forzata tra di loro, che renderebbe poco stabile l'esecutivo. Il consolidarsi di questa situazione, renderebbe altresì difficilissima una alternanza fintanto che uno dei due raggruppamenti non riuscisse – ove vi riuscisse – a fagocitare l'ala estrema “dalla sua parte”.
Gli scenari prefigurati per le due distinte ipotesi di sistema elettorale sono sicuramente verosimili, ed in gran parte si sono anche effettivamente realizzati quando ciascuno dei due è stato in vigore. Peraltro, mette conto ricordare che il ventennio sostanzialmente maggioritario, ed ancora in corso, che si iniziò con le elezioni del 1994, ha prodotto sì alternanza (ad ogni elezione ha finora prevalso la precedente opposizione, ma forse ciò, più che dal sistema elettorale, è dipeso dalla qualità dei governanti che si sono succeduti ...) ma in quanto a stabilità, esso vide, quasi all'inizio, il “ribaltone” della Lega che scalzò Berlusconi dopo pochi mesi dalla risicata vittoria, poi il proseguimento della legislatura fino al 1996 con un governo (Dini) che non era espressione delle elezioni del 1994; successivamente, la vittoria del centrosinistra nel 1996 dette l'avvio a ben tre diversi governi con tre diversi premier fino al 2001, con maggioranze diverse da quella iniziale dopo la fuoriuscita di Bertinotti e l'ingresso di Mastella. Il successivo quinquennio 2001-2006 fu apparentemente stabile, tra il Governo Berlusconi I e Berlusconi II: a fine corsa molti dei ministri più importanti erano stati cambiati (Interni, Esteri, Economia), e non una volta sola. Il governo Prodi del 2006 è caduto dopo meno di due anni ed il governo Berlusconi del 2008 è caduto a fine 2011. In quanto a stabilità, pare che il sistema maggioritario abbia ampi margine di miglioramento.
Tornando all'analisi del Prof. Panebianco, questa sembra privilegiare “solo” due precise esigenze: quella della stabilità dell'esecutivo e quella dell'alternanza. Certo, si tratta di due virtù fondamentali per una sana democrazia ed ogni sistema elettorale dovrebbe tenerne gran conto. Ma si tratta anche di due esigenze che, se si vuole, sarebbe facilissimo raggiungere: basterebbe ricorrere ad una “dittatura elettiva”: si sceglie con regolari elezioni a suffragio universale un dittatore che abbia il potere di fare quello che vuole (salvo modificare il sistema) per cinque anni. Poi si rivota, e si rielegge lo stesso dittatore, se ci è piaciuto, oppure un altro. Stabilità ed alternanza sarebbero assicurate. Ovviamente questo è un paradosso e nessuno pensa che il Prof. Panebianco coltivi queste teorie elettorali.
Il paradosso però serve per mettere in evidenza che in una democrazia parlamentare oltre all'obbiettivo della stabilità dell'esecutivo e dell'alternanza al governo di forze politiche diverse, ve ne è anche un altro che deve essere perseguito e che forse viene ancora prima: la corretta rappresentatività – anche se non necessariamente con una assoluta proporzionalità matematica - di tutte le opinioni e posizioni presenti nel Paese. Questo principio, dovendo correlarsi agli altri due giustamente messi in rilievo dal Prof Panebianco, dovrà subire anch'esso qualche piccola mutilazione (es: soglia minima di sbarramento per accedere all'attribuzione dei seggi). Si dovrebbe cioè ricercare un sistema elettorale che permetta, con reciproci sacrifici dei tre principi, la convivenza, assieme alla stabilità ed all'alternanza, anche della giusta rappresentanza della multiforme espressione del corpo sociale.

sabato 14 gennaio 2012

Il Lazio, regione lunare

I giornali di questa mattina riportano la notizia che il TAR del Lazio ha sospeso, in parte, il provvedimento governativo che aveva istituito il prelievo del 6% sulle vincite di alcune lotterie nazionali. I giudici amministrativi hanno fatto delle distinzioni: per alcune lotterie il prelievo sarebbe ammissibile, per altre no. La distinzione deve essere sottile, ma del resto non si diventa giudici amministrativi per niente e la la classe, come si sa, non è acqua, né con questa si frigge.  Come prevede la procedura, il giudizio di merito si svolgerà più avanti, ma intanto il TAR, sospendendo quel che ha sospeso, ha ritenuto molto seria l'eventualià  che quel prelievo del 6% sulle vincite fosse illegittimo e che il ritardo nel provvedere (ad annullarlo)  potesse causare gravi danni ai poveri vincitori delle lotterie. Da qui, appunto, la sospensione. Per inciso, non si sa se qualche altra Autorità Giudiziaria, mossa da analoga compassione, abbia deciso di sospendere il prelievo della indicizzazione dell'assegno mensile previsto dal noto provvedimento governativo in riguardo ad una parte dei pensionati italiani. Intanto, tornando al TAR del Lazio, si deve osservare che le decisioni dell'Autorità Giudiziaria si rispettano, ma - in un Paese libero e democratico - anche si discutono (sempre con rispetto, s'intende). Solo dopo aver letto le motivazioni ? No, no: in questi casi, ed in questi momenti, si possono discutere anche prima. 

giovedì 12 gennaio 2012

"Confessioni di un borghese" di Sàndor Màrai (Ed. Adelphi)

Rientra nell'eccezionalità di uno scrittore come Sàndor Màrai scrivere un libro di memorie quando si è poco più che trentenni - un terzo della sua lunga vita – e si deve ancora creare la maggior parte dei propri romanzi, tra i quali i più importanti.
“Confessioni di un borghese” fu pubblicato in due volumi tra il 1934 ed il 1935, quando lo scrittore era tornato a Budapest dopo il suo lungo peregrinare in Europa, mosso in origine dal desiderio di perfezionare l'attività di giornalista. 
Màrai, nato nel 1900 a Kassa nell'Alta Ungheria (oggi la cittadina fa parte della Slovacchia), apparteneva ad una famiglia che per parte paterna, di provenienza sàssone, aveva una lontana ascendenza di piccola nobiltà, ma che tuttavia conduceva la vita propria della borghesia di una media agiatezza, poi nel tempo  un po' accresciuta da quel che si intuisce dalla narrazione.
Il romanzo prende le mosse dagli anni in cui il piccolo Sàndor abita con la famiglia in un appartamento ampio e signorile di uno dei primi fabbricati a più piani, in stile “cittadino”, di Kassa. E' un appartamento in affitto: cruccio continuo per il padre di Marai, avvocato, che sarà finalmente risolto solo dopo quindici anni quando la famiglia – con Sàndor già in giro per l'Europa – riuscirà ad acquistare un proprio appartamento (“...mio padre era convinto che un gentiluomo non paga un affitto e non abita in casa d'altri, e fece di tutto perché potessimo trasferirici in una casa di proprietà”).
La prima parte del romanzo si dipana nella descrizione degli anni dell'infanzia e dell'adolescenza dello scrittore. Questa parte costituisce una prova severa per il lettore, essendo qua e là vagamente tediosa pur nell'incedere della già sublime prosa di Màrai. Sì, è una prova: solo superata la quale si avrà diritto al premio che la lettura di “Confessioni di un borghese” poi elargirà a piene mani a chi avrà avuto la forza d'animo di superare lo scoglio iniziale e potrà quindi accedere all'empireo (un po' come Tamino e Papageno nel “Flauto Magico” di Mozart).
Dopo il periodo del collegio di Pest, dove Màrai fu avviato per punizione a seguito di una fuga, la prima uscita da casa è in Germania, allo scopo di frequentare la scuola di giornalismo di Lipsia. Qui un Màrai diciannovenne ha le prime vere esperienze della vita, compresa quella con la moglie del macellaio presso la cui famiglia ha preso alloggio; la somma che il padre gli aveva consegnato alla partenza, bastevole per vivere all'estero per almeno tre mesi, si volatilizzò in poche settimane. Ma l'obiettivo principale – la scuola universitaria di giornalismo – langue ed il titolo non viene mai conseguito, anche se ben presto il prestigioso Frankfurter Allgemeine Zeitung accetta ben volentieri di pubblicare gli articoli del giovane e sconosciuto ungherese, riconoscendogli anche lauti compensi.
Di profondo interesse sono le annotazioni dello scrittore sulle altre sue esperienze in una Germania ormai sull'orlo della tragedia, una Germania in un certo senso familiare per un ospite austrungarico, ma al tempo stesso paesana e superficiale, anche nelle sue roccaforti culturali ed economiche come Francoforte, Berlino e Monaco, e pure in un cittadina appartata, sebbene tanto centrale in quegli anni prodromici del disastro, come Weimar, ove il giovane Màrai ripercorre i luoghi che furono dell'amato Goethe. E quando poi, con la moglie Lola, da Aquisgrana parte in treno per Parigi, avverte lì il vero “passaggio”, geografico ma soprattutto culturale: si va in Europa, si va "in occidente", e si lascia la cara Mitteleuropa. Un'Europa che è un mondo nuovo tutto da scoprire: osservando i parigini Màrai rimane inizialmente sorpreso dal loro modo di vivere, ma ben presto ne scopre i segreti, del tutto inattesi ai suoi occhi di mitteleuropeo.
Sorprende il ruolo assolutamente marginale e spesso dimenticato che nel romanzo viene svolto dalla moglie. Lola, sposata giovanissima, è con lui già in Germania e lo segue in quasi tutte le sue peregrinazioni fino al ritorno a Budapest all'inizio degli anni trenta, ma Màrai spesso la dimentica e parla dei suoi viaggi come se fosse da solo. E' strano tutto questo: un grande e forte amore nato a vent'anni, nella perplessità delle rispettive famiglie, e durato una lunghissima vita passata quasi tutta insieme: Lola muore nel 1986 e pochi giorni prima del decesso Màrai annota nel suo diario: "Capodanno. La nostra vita è finita: a lei può rimanere ancora qualche settimana, non di vita, solo di un'esistenza inconsapevole, crepuscolare. Per quanto mi riguarda, la mia vita finisce quest'anno - anche nel caso che io le sopravviva" (S.Màrai - L'ultimo dono - Adelphi). Tre anni dopo lo scrittore, ormai quasi novantenne, mette fine tragicamente ai suoi giorni, sopraffatto dalla solitudine.
Il romanzo, che si snoda per oltre quattrocentocinquanta fitte pagine, è un lungo monologo che percorre non solo, e non tanto, una quindicina di anni della vita dello scrittore: esso percorre soprattutto la coscienza dell'Europa in uno dei suoi più profondi cambiamenti, dei quali normalmente i contemporanei non si accorgono. Ma Màrai è un contemporaneo particolare, quei cambiamenti lo attraversano e lui, sì, che li sente, amplificati dall'esterno verso l'interno, verso quella interiorità ove, accolti, sono coltivati col fertilizzante di un'acuta, esasperata, percezione analitica, per essere rielaborati e restituiti chiari e nitidi al fortunato lettore.
A quel lettore il quale, girata l'ultima pagina, ne trova con rammarico una bianca. Il romanzo è finito, ed un dubbio esaltante lo coglie: quello di aver appena finito di leggere un capolavoro. E nessun vero capolavoro è ritenuto tale dal suo autore: nel 1986, l'anno della morte della moglie, nel suo diario alla data del 17 marzo, Marai annota: "Di notte, il secondo volume delle Confessioni di un borghese. Non lo avevo più letto da mezzo secolo. Lo trovo estraneo, prolisso: qualora venga tradotto, bisogna tralasciarne un terzo. E' troppo "sincero"  per poter essere veramente sincero: lo è intenzionalmente." (S.Màrai - L'ultimo dono - Diari 1984-1989 - Adelphi)  

(foto ripresa dal sito dell'Editore)

Pii desideri

  Dopo aver visto la copertina che un rotocalco ha recentemente dedicato al Sindaco di Firenze, il noto fotografo Corona ha espresso il desiderio di riprendere anche lui Matteo Renzi, ma nudo e "con qualcosa di rilevante dietro le spalle." 
  Soprattutto per quanto riguarda lo sfondo, Corona è stato battuto sul tempo: lo stesso desiderio da tempo occupa la mente di Bersani, D'Alema, Bindi ecc. 
  Matteo Renzi, dal canto suo, si è subito affrettato a precisare che non desidera essere fotografato da Corona, né  nudo né vestito,  tantomeno con gli sfondi. 

venerdì 30 dicembre 2011

Il vaso di coccio e l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori

Ogni volta che in Italia si interviene sulle pensioni, allontanando progressivamente l'età che ne dà diritto, torna invariabilmente il tema della modifica dell'art 18 dello Statuto dei lavoratori, il quale prescrive - per le aziende che occupino più di quindici dipendenti -  la reintegra in servizio del lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo. E' questo il cosiddetto regime di "stabilità reale del posto di lavoro": il datore che licenzia illegittimamente non può sperare di cavarsela con un semplice risarcimento del danno, ma - oltre a questo - deve anche riassumere il lavoratore e ripristinare il rapporto come se questo mai si fosse interrotto. A seguito della recente riforma governativa delle pensioni, il tema dell'art 18 è tornato, puntuale, alla ribalta, anche se il ministro Fornero, negando intenti abrogativi, ha precisato che i riferimenti che lei stessa vi aveva fatto volevano solo stimolare una discussione sull'argomento. Il nesso tra l'incremento dell'età pensionabile e la revisione restrittiva, se non abrogativa, dell'art. 18  c'è di sicuro. Basti pensare che ormai da decenni le aziende cercano di liberarsi dei dipendenti più anziani ricorrendo a varie forme di prepensionamento il cui onere, per le stesse aziende,  è direttamente proporzionale agli anni che mancano al lavoratore per accedere alla pensione INPS. Finora, in qualche modo, si è riusciti a salvaguardare - sempre più a fatica - la garanzia per il lavoratore di una saldatura, senza soluzione di continuità, tra vita lavorativa e pensione, e quindi tra stipendio e assegno INPS. Con l'età pensionabile che andrà a collocarsi sui sessantasette anni, le aziende che vogliono liberarsi di lavoratori cinquantacinquenni come faranno ?  Le aziende vogliono mandare a casa prima, l'INPS accoglierà molto dopo. La saldatura "stipendio/pensione" secondo alcuni dovrà saltare, ma come fare, se l'art. 18 impedisce di licenziare se non in presenza di una giusta causa o di un giustificato motivo ? Ecco svelato l'arcano. Tra le aziende e l'INPS c'è un vaso di coccio, dentro il quale c'è un lavoratore che, grazie all'eliminazione o all'attenuazione dell'art. 18, rischierà, in prospettiva, di restare senza lavoro, e quindi senza stipendio, mentre la pensione arriverà solo diversi anni dopo. E nel frattempo si dovrà arrangiare.   
E' vero che ormai, a distanza di quarantuno anni dalla promulgazione dello Statuto dei lavoratori (21 maggio 1970), lo scenario è purtroppo mutato e le aziende italiane, poco competitive, perdono segmenti di mercato e riducono quindi il proprio fabbisogno di manodopera, in un contesto nel quale il dato  drammatico dei cinquantenni rimasti senza occupazione, e senza prospettiva di trovarne una nuova data l'età, è superato solo da quello delle giovani generazioni che al mondo del lavoro non riescono ad accedere per niente. Tuttavia, per gli stati di crisi aziendale, sono previste procedure ad hoc che consentono di alleggerirsi di personale, così che l'art. 18, in questi casi, non costituisce alcun ostacolo. L'art. 18 quindi continua ancora oggi, dopo oltre quattro decenni, a svolgere egregiamente la propria funzione di civiltà: quella di mettere il lavoratore al riparo di licenziamenti dettati da discriminazioni di varia natura. Anzi, parrebbe necessario estenderne la tutela anche alle aziende che occupano fino a quindici dipendenti, sia per eliminare una situazione di ingiustificata diseguaglianza normativa, sia per superare quel blocco che induce molte aziende a far di tutto pur di non superare quel limite e mantenere la libertà di licenziamento (rinunciando anche ad assumere qualche giovane in più, pur di  non oltrepassare la soglia).   
Il problema che si vorrebbe risolvere è invece diverso: con l'incremento dell'età pensionabile,  da un lato le aziende si trovano ad avere dipendenti sempre più in là con l'età i quali, anche per la stessa anzianità di servizio, godono di un trattamento retributivo elevato, mentre il loro rendimento, in molti settori, passati i sessanta-sessantadue anni, tende oggettivamente a decrescere ed in qualche caso anche ad essere meno affidabile. Dal lato opposto, il ritardo dell'uscita dal mondo del lavoro blocca il ricambio e quindi l'accesso per i giovani alla prima occupazione. Ma questo problema non può trovare la soluzione nell'eliminazione dell'art. 18, che ha una diversa finalità - quella antidiscriminatoria - e che ha destinatari, di volta in volta, individuali. Qui le soluzioni devono essere necessariamente diverse ed avere natura collettiva. Un'ipotesi da approfondire potrebbe essere quella quella di prevedere fasi d'ingresso (per i giovani verso il primo impiego) e fasi di uscita (per gli anziani, in attesa dell'età della pensione) "alleggerite", e cioè con orari e salari ridotti, così che le aziende - accettando peraltro esse stesse una parte del sacrificio - possano assumere qualche giovane in più anche prima dell'uscita dell'anziano, entrambi i quali godrebbero per qualche anno di un trattamento economico ridotto rispetto alle normali paghe tabellari, e con una prestazione lavorativa anch'essa temporalmente ridotta. I giovani avrebbero comunque un reddito di partenza e soprattutto riuscirebbero ad accedere  stabilmente e non in maniera precaria  al mondo del lavoro, ed i vecchi - che a quell'età hanno normalmente anche minori bisogni - potrebbero contare su un decoroso reddito di accompagnamento verso la pensione.

Integrazione del 17 gennaio 2012

A seguito della pubblicazione del 16.1.2012 su "Italians" (Corriere della Sera - Corriere.it) di una sintesi del presente intervento, vi sono stati alcuni commenti sul suddetto Blog che rendono opportuna una integrazione.
L'art. 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970 intervenne sulla pregressa disciplina dei licenziamenti individuali del 1966 rafforzando la tutela attraverso la previsione della reintegra in servizio del lavoratore la cui risoluzione del rapporto di lavoro fosse stata intimata senza una giusta causa o senza un giustificato motivo. Con questa norma, quindi, il datore di lavoro non può più liberarsi di un dipendente sostenendo solo il rischio di dovergli un risarcimento pecuniario nel caso in cui un giudice dichiari illegittimo quel licenziamento per l'assenza di una giusta causa (es: cassiere che ruba) o di un giustificato motivo (es. dipendente che si rivela palesemente inadatto alla mansione e non utlizzabile in altre della sua categoria). 
Con questa norma, infatti, un lavoratore licenziato per motivazioni diverse da quelle previste dalla legge (ad esempio: per le sue idee politiche, per una particolare antipatia sorta col datore di lavoro ecc., o perchè il datore di lavoro vuol diminuire il numero dei propri dipendenti, e ne sceglie uno secondo la sua discrezione) deve - se così decide il giudice che sia stato adìto - essere reintegrato in servizio col ripristino pieno del rapporto di lavoro, che si intende a tutti gli effetti come mai interrotto (l'art. 18 prevede inoltre, in aggiunta, un onere pecuniario risarcitorio a carico del datore di lavoro).
Questa norma, di per sè - e, certo, a seconda delle opinioni - può essere ritenuta una norma di civiltà, poichè sottrae il lavoratore all'arbitrio del suo datore di lavoro, e - certo - vincola pesantemente quest'ultimo a tenere in vita il rapporto.
Se l'obbligo di reintegra dell'art. 18 viene abolito, il datore di lavoro - sia pure pagando un prezzo pecuniario - ha la facoltà di cacciare in ogni momento un suo dipendente: se ne libera definitivamente.  Questa possibilità - in assenza di giusta causa o di giustificato motivo soggettivo -  può applicarsi, in teoria, sia a situazioni che la fanno considerare giusta e positiva, sia a situazioni che sono il frutto di atteggiamenti ingiusti del datore di lavoro.
Nel primo caso, può certo accadere che il datore di lavoro ritenga necessario, per la propria organizzazione aziendale, ridurre la forza lavoro. Nel secondo caso, si può pensare ad un licenziamento che sia la ritorsione per contrasti sorti col lavoratore. Nella prima situazione, il datore di lavoro merita una tutela, nel secondo no. Ma per la prima situazione, la tutela deve risiedere in una norma di natura collettiva che salvaguardi comunque il lavoratore dal rischio di essere "prescelto" per un licenziamento sì oggettivamente necessario, ma di esservi "prescelto" in base a valutazioni soggettive e discriminatorie. Occorrono quindi (ed in molti settori sono da tempo previste) procedure di garanzia che fissino criteri oggettivi per l'individuazione dei licenziandi.
Se si adotta, come strumento per soddisfare la prima esigenza sopra esemplificata (quella "giusta") l'abolizione dell'obbligo di reintegra ora previsto dall'art. 18, si crea invece una situazione di arbitrio nella quale il lavoratore è alla totale mercè dell'imprenditore, assoggettamento che, a seconda delle opinioni, può essere ritenuto iniquo anche se si è in presenza di una reale ed oggettiva necessità di riduzione del personale, necessità per la quale, come detto, si deve ricorrere invece a strumenti di portata collettiva "ad hoc". 
Ora si provi ad applicare quanto sopra detto alla situazione già in atto da tempo e che i recenti provvedimenti pensionistici acuiscono in modo molto rilevante: i lavoratori dipendenti andranno in pensione molto più tardi e quindi le aziende dovranno tenerli in servizio molto più a lungo. Dovranno cioè tenere in servizio lavoratori anziani (fino a 66-67 anni) che in molti settori cominciano ad essere poco produttivi ma che, proprio in virtù dell'anzianità, hanno diritto a livelli retributivi più elevati. Anche in assenza di necessità produttive che rendano necessario ridurre la forza lavoro, le aziende - anche a fronte della pressione in entrata dei giovani in attesa di prima occupazione - vedranno la convenienza di mandare a casa il costoso sessantenne ed assumere un giovane da inserire ai primi e più bassi livelli retributivi. Se viene abolito l'obbligo di reintegra dell'art. 18, il gioco e fatto: si licenzia "immotivatamente" l'anziano, se questi ricorre al giudice gli si pagherà volentieri il risarcimento (conviene: l'anziano lo si sarebbe dovuto pagare - caro - magari ancora per dieci anni o più), e si assumerà un giovane che  costa la metà (che, senza art. 18, quando ci parrà potremo mandare anch'egli a casa).
Per questo, può sorgere il sospetto che non sia un caso se le proposte di "revisione" (eufemisticamente) dell'art. 18 riemergono tutte le volte in cui si protrae l'età pensionabile e quindi si protrae anche il tempo per il quale le aziende hanno da tenere in servizio (e da retribuire a costi crescenti proprio in virtù dell'anzianità) i lavoratori "anziani".  Questi ultimi, se venisse meno la tutela reintegratoria dell'art. 18, correrebbero il rischio di essere licenziati a 55-56 anni, se non prima, di avere diritto ad un risarcimento che magari potrà coprire al massimo il primo anno di mancato lavoro, e di dover poi restare dieci anni senza lavoro e senza pensione, dato che a quell'età è praticamente impossibile farsi riassumere da qualche altra azienda. 
Pertanto, può ritenersi (certo, a seconda delle opinioni; a tale riguardo si rimanda al "sottotitolo" di questo blog ) che la giusta tutela del datore di lavoro che voglia legittimamente adeguare la propria forza lavoro, ed il suo costo, alle variabili produttive e di sua giusta remunerazione, non possa passare attraverso la via, certo per lui facile e sbrigativa, dell'abolizione dell'art. 18 (che ha ben altre ed irrinunciabili finalità), ma debba trovare soddisfazione in appropriate discipline collettive ad hoc che tutelino anche il singolo lavoratore.
Una volta trovate queste più pertinenti soluzioni, potrebbe risultare ragionevole eliminare la differenziazione di dubbia legittimità costituzionale che esclude dalla tutela dell'art. 18 le aziende che occupano fino a 15 dipendenti: anche in questi casi il lavoratore ha diritto a non rischiare di essere licenziato perchè divenuto  "antipatico" al datore di lavoro, il quale, d'altra parte, se ha necessità di ridurre la forza lavoro, ricorrerà alle forme alle quali ricorre l'imprenditore che occupi più di quindici dipendenti.
In questo caso, tra l'altro, verrà meno il motivo che oggi artificiosamente limita a 15 l'organico di tante piccole imprese che, se non fosse anche per quel limite, magari assumerebbero qualche giovane in più.      

mercoledì 7 dicembre 2011

Politica e tecnica

In questa fase particolare e, purtroppo, forse irripetibile assistiamo a spettacoli come Ballarò dove competenti  ministri tecnici parlano assennatamente, con equilibrio e competenza, delle materie loro assegnate, ma sono al cospetto di un uditorio da curva sud e curva nord, che capisce solo quel che vuol capire (ed è scelto probabilmente per questo) e che è lì presente per fare il tifo per esponenti  di varia catalogazione i quali, come talora lo stesso conduttore, mostrano difficoltà intellettuale ad abbandonare la deplorevole consuetudine dell'irrisione verso le opinioni dell'avversario, se non proprio verso la sua persona, della violenza verbale, della partigianeria palese o strisciante, senza essere in grado - ciò è ora reso più evidente dal confronto diretto con chi le “cose” le conosce davvero -  di affrontare seriamente i problemi che vengono dibattuti (perché li conoscono poco), preoccupati come sono, soltanto, di portare acqua propagandistica ai loro ormai fatiscenti mulini, materia nella quale essi sono invece ferratissimi.
Sarebbe auspicabile che, in una fase di “governo tecnico” come questa, si passasse anche al “talk show tecnico”, dove esponenti del governo e qualificati esperti di orientamenti politici e sociali diversi potessero discutere dei vari argomenti esponendo pacatamente, con equilibrio, rispetto e competenza, le proprie opinioni e le proprie proposte in merito ai problemi della collettività, pronto ciascuno a far tesoro dell'idea utile dell'altro.
Ma ... questo sarebbe un profilo tecnico ? No, forse proprio questa è la politica. La politica che abbiamo perso e che dobbiamo ritrovare.

lunedì 5 dicembre 2011

Tecnica e passione, politica e imperturbabilità

Domenica sera, nel corso della conferenza stampa del Governo Monti in merito alle misure urgenti per il risanamento, il Ministro del Welfare, Elsa Fornero, ad un certo punto - quando stava parlando della deindicizzazione delle pensioni - si è interrotta  in preda ad un evidente turbamento per quello che stava dicendo, senza riuscire a pronunciare la parola "sacrifici".
Se un ministro “tecnico” si commuove in diretta TV mentre espone le dure misure che deve adottare, può sorgere spontanea la domanda se non si sia di fronte ad un ribaltamento di ciò che normalmente ci si dovrebbe attendere. I “tecnici” dovrebbero essere freddi ed asettici ed i politici, invece, caldi e passionali. Peraltro, contrariamente a questo stereotipo quando, in passato, ministri politici hanno avuto da informarci in merito a misure sgradevoli, non si sono mai commossi.
Il turbamento del ministro Fornero quando espone i sacrifici pensionistici che ci attendono denota una sensibilità sociale ed una passione che confortano, soprattutto quando ciò si abbina ad una chiarezza e ad una intensità di esposizione che nascono evidentemente da una invidiabile capacità intellettiva e da una profonda conoscenza della materia. E' un segnale di grande speranza, quello che ci è stato involontariamente trasmesso nel corso della conferenza stampa di domenica sera.